I Promessi Sposi
"L'Historia
si può veramente deffinire una guerra illustre contro il Tempo, perché
togliendoli di mano gl'anni suoi prigionieri, anzi già fatti cadaueri, li
richiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera di nuovo in battaglia. Ma
gl'illustri Campioni che in tal Arringo fanno messe di Palme e d'Allori,
rapiscono solo che le sole spoglie più sfarzose e brillanti, imbalsamando co'
loro inchiostri le Imprese de Prencipi e Potentati, e qualificati Personaggj, e
trapontando coll'ago finissimo dell'ingegno i fili d'oro e di seta, che formano
un perpetuo ricamo di Attioni gloriose. Però alla mia debolezza non è lecito
solleuarsi a tal'argomenti, e sublimità pericolose, con aggirarsi tra Labirinti
de' Politici maneggj, et il rimbombo de' bellici Oricalchi: solo che hauendo
hauuto notitia di fatti memorabili, se ben capitorno a gente meccaniche, e di
piccol affare, mi accingo di lasciarne memoria a Posteri, con far di tutto
schietta e genuinamente il Racconto, ouuero sia Relatione. Nella quale si vedrà
in angusto Teatro luttuose Traggedie d'horrori, e Scene di malvaggità
grandiosa, con intermezi d'Imprese virtuose e buontà angeliche, opposte alle
operationi diaboliche. E veramente, considerando che questi nostri climi sijno
sotto l'amparo del Re Cattolico nostro Signore, che è quel Sole che mai
tramonta, e che sopra di essi, con riflesso Lume, qual Luna giamai calante,
risplenda l'Heroe di nobil Prosapia che pro tempore ne tiene le sue
parti, e gl'Amplissimi Senatori quali Stelle fisse, e gl'altri Spettabili
Magistrati qual'erranti Pianeti spandino la luce per ogni doue, venendo così a
formare un nobilissimo Cielo, altra causale trouar non si può del vederlo
tramutato in inferno d'atti tenebrosi, malvaggità e sevitie che dagl'huomini
temerarij si vanno moltiplicando, se non se arte e fattura diabolica, attesoché
l'humana malitia per sé sola bastar non dourebbe a resistere a tanti Heroi, che
con occhij d'Argo e braccj di Briareo, si vanno trafficando per li pubblici
emolumenti. Per locché descriuendo questo Racconto auuenuto ne' tempi di mia
verde staggione, abbenché la più parte delle persone che vi rappresentano le
loro parti, sijno sparite dalla Scena del Mondo, con rendersi tributarij delle
Parche, pure per degni rispetti, si tacerà li loro nomi, cioè la parentela, et
il medesmo si farà de' luochi, solo indicando li Territorij generaliter. Né
alcuno dirà questa sij imperfettione del Racconto, e defformità di questo mio
rozzo Parto, a meno questo tale Critico non sij persona affatto diggiuna della
Filosofia: che quanto agl'huomini in essa versati, ben vederanno nulla mancare
alla sostanza di detta Narratione. Imperciocché, essendo cosa evidente, e da
verun negata non essere i nomi se non puri purissimi accidenti..."
"Ma,
quando io avrò durata l'eroica fatica di trascriver questa storia da questo
dilavato e graffiato autografo, e l'avrò data, come si suol dire, alla luce, si
troverà poi chi duri la fatica di leggerla?"
Questa
riflessione dubitativa, nata nel travaglio del decifrare uno scarabocchio che
veniva dopo accidenti, mi fece sospender la copia, e pensar più
seriamente a quello che convenisse di fare. "Ben è vero, dicevo tra me,
scartabellando il manoscritto, ben è vero che quella grandine di concettini e
di figure non continua così alla distesa per tutta l'opera. Il buon secentista
ha voluto sul principio mettere in mostra la sua virtù; ma poi, nel corso della
narrazione, e talvolta per lunghi tratti, lo stile cammina ben più naturale e
più piano. Sì; ma com'è dozzinale! com'è sguaiato! com'è scorretto! Idiotismi
lombardi a iosa, frasi della lingua adoperate a sproposito, grammatica
arbitraria, periodi sgangherati. E poi, qualche eleganza spagnola seminata qua
e là; e poi, ch'è peggio, ne' luoghi più terribili o più pietosi della storia,
a ogni occasione d'eccitar maraviglia, o di far pensare, a tutti que' passi
insomma che richiedono bensì un po' di rettorica, ma rettorica discreta, fine,
di buon gusto, costui non manca mai di metterci di quella sua così fatta del
proemio. E allora, accozzando, con un'abilità mirabile, le qualità più opposte,
trova la maniera di riuscir rozzo insieme e affettato, nella stessa pagina,
nello stesso periodo, nello stesso vocabolo. Ecco qui: declamazioni ampollose,
composte a forza di solecismi pedestri, e da per tutto quella goffaggine
ambiziosa, ch'è il proprio carattere degli scritti di quel secolo, in questo
paese. In vero, non è cosa da presentare a lettori d'oggigiorno: son troppo
ammaliziati, troppo disgustati di questo genere di stravaganze. Meno male, che
il buon pensiero m'è venuto sul principio di questo sciagurato lavoro: e me ne
lavo le mani".
Nell'atto
però di chiudere lo scartafaccio, per riporlo, mi sapeva male che una storia
così bella dovesse rimanersi tuttavia sconosciuta; perché, in quanto storia,
può essere che al lettore ne paia altrimenti, ma a me era parsa bella, come
dico; molto bella. "Perché non si potrebbe, pensai, prender la serie de'
fatti da questo manoscritto, e rifarne la dicitura?" Non essendosi
presentato alcuna obiezion ragionevole, il partito fu subito abbracciato. Ed
ecco l'origine del presente libro, esposta con un'ingenuità pari all'importanza
del libro medesimo.
Taluni
però di que' fatti, certi costumi descritti dal nostro autore, c'eran sembrati
così nuovi, così strani, per non dir peggio, che, prima di prestargli fede,
abbiam voluto interrogare altri testimoni; e ci siam messi a frugar nelle
memorie di quel tempo, per chiarirci se veramente il mondo camminasse allora a
quel modo. Una tale indagine dissipò tutti i nostri dubbi: a ogni passo ci
abbattevamo in cose consimili, e in cose più forti: e, quello che ci parve più
decisivo, abbiam perfino ritrovati alcuni personaggi, de' quali non avendo mai
avuto notizia fuor che dal nostro manoscritto, eravamo in dubbio se fossero
realmente esistiti. E, all'occorrenza, citeremo alcuna di quelle testimonianze,
per procacciar fede alle cose, alle quali, per la loro stranezza, il lettore
sarebbe più tentato di negarla.
Ma,
rifiutando come intollerabile la dicitura del nostro autore, che dicitura vi abbiam
noi sostituita? Qui sta il punto.
Chiunque,
senza esser pregato, s'intromette a rifar l'opera altrui, s'espone a rendere
uno stretto conto della sua, e ne contrae in certo modo l'obbligazione: è
questa una regola di fatto e di diritto, alla quale non pretendiam punto di
sottrarci. Anzi, per conformarci ad essa di buon grado, avevam proposto di dar
qui minutamente ragione del modo di scrivere da noi tenuto; e, a questo fine,
siamo andati, per tutto il tempo del lavoro, cercando d'indovinare le critiche
possibili e contingenti, con intenzione di ribatterle tutte anticipatamente. Né
in questo sarebbe stata la difficoltà; giacché (dobbiam dirlo a onor del vero)
non ci si presentò alla mente una critica, che non le venisse insieme una
risposta trionfante, di quelle risposte che, non dico risolvon le questioni, ma
le mutano. Spesso anche, mettendo due critiche alle mani tra loro, le facevam
battere l'una dall'altra; o, esaminandole ben a fondo, riscontrandole
attentamente, riuscivamo a scoprire e a mostrare che, così opposte in
apparenza, eran però d'uno stesso genere, nascevan tutt'e due dal non badare ai
fatti e ai principi su cui il giudizio doveva esser fondato; e, messele, con
loro gran sorpresa, insieme, le mandavamo insieme a spasso. Non ci sarebbe mai stato
autore che provasse così ad evidenza d'aver fatto bene. Ma che? quando siamo
stati al punto di raccapezzar tutte le dette obiezioni e risposte, per disporle
con qualche ordine, misericordia! venivano a fare un libro. Veduta la qual
cosa, abbiam messo da parte il pensiero, per due ragioni che il lettore troverà
certamente buone: la prima, che un libro impiegato a giustificarne un altro,
anzi lo stile d'un altro, potrebbe parer cosa ridicola: la seconda, che di
libri basta uno per volta, quando non è d'avanzo.
Quel
ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte
di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di
quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di
fiume, tra un promontorio a destra, e un'ampia costiera dall'altra parte; e il
ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile
all'occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e
l'Adda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi
di nuovo, lascian l'acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi
seni. La costiera, formata dal deposito di tre grossi torrenti, scende
appoggiata a due monti contigui, l'uno detto di san Martino, l'altro, con voce
lombarda, il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo
fanno somigliare a una sega: talché non è chi, al primo vederlo, purché sia di
fronte, come per esempio di su le mura di Milano che guardano a settentrione,
non lo discerna tosto, a un tal contrassegno, in quella lunga e vasta giogaia,
dagli altri monti di nome più oscuro e di forma più comune. Per un buon pezzo,
la costa sale con un pendìo lento e continuo; poi si rompe in poggi e in
valloncelli, in erte e in ispianate, secondo l'ossatura de' due monti, e il
lavoro dell'acque. Il lembo estremo, tagliato dalle foci de' torrenti, è quasi
tutto ghiaia e ciottoloni; il resto, campi e vigne, sparse di terre, di ville,
di casali; in qualche parte boschi, che si prolungano su per la montagna.
Lecco, la principale di quelle terre, e che dà nome al territorio, giace poco
discosto dal ponte, alla riva del lago, anzi viene in parte a trovarsi nel lago
stesso, quando questo ingrossa: un gran borgo al giorno d'oggi, e che s'incammina
a diventar città. Ai tempi in cui accaddero i fatti che prendiamo a raccontare,
quel borgo, già considerabile, era anche un castello, e aveva perciò l'onore
d'alloggiare un comandante, e il vantaggio di possedere una stabile guarnigione
di soldati spagnoli, che insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del
paese, accarezzavan di tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche
padre; e, sul finir dell'estate, non mancavan mai di spandersi nelle vigne, per
diradar l'uve, e alleggerire a' contadini le fatiche della vendemmia. Dall'una
all'altra di quelle terre, dall'alture alla riva, da un poggio all'altro,
correvano, e corrono tuttavia, strade e stradette, più o men ripide, o piane;
ogni tanto affondate, sepolte tra due muri, donde, alzando lo sguardo, non
iscoprite che un pezzo di cielo e qualche vetta di monte; ogni tanto elevate su
terrapieni aperti: e da qui la vista spazia per prospetti più o meno estesi, ma
ricchi sempre e sempre qualcosa nuovi, secondo che i diversi punti piglian più
o meno della vasta scena circostante, e secondo che questa o quella parte
campeggia o si scorcia, spunta o sparisce a vicenda. Dove un pezzo, dove un
altro, dove una lunga distesa di quel vasto e variato specchio dell'acqua; di
qua lago, chiuso all'estremità o piùttosto smarrito in un gruppo, in un
andirivieni di montagne, e di mano in mano più allargato tra altri monti che si
spiegano, a uno a uno, allo sguardo, e che l'acqua riflette capovolti, co'
paesetti posti sulle rive; di là braccio di fiume, poi lago, poi fiume ancora,
che va a perdersi in lucido serpeggiamento pur tra' monti che l'accompagnano,
degradando via via, e perdendosi quasi anch'essi nell'orizzonte. Il luogo
stesso da dove contemplate que' vari spettacoli, vi fa spettacolo da ogni parte:
il monte di cui passeggiate le falde, vi svolge, al di sopra, d'intorno, le sue
cime e le balze, distinte, rilevate, mutabili quasi a ogni passo, aprendosi e
contornandosi in gioghi ciò che v'era sembrato prima un sol giogo, e comparendo
in vetta ciò che poco innanzi vi si rappresentava sulla costa: e l'ameno, il
domestico di quelle falde tempera gradevolmente il selvaggio, e orna vie più il
magnifico dell'altre vedute.
Per una
di queste stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera
del giorno 7 novembre dell'anno 1628, don Abbondio, curato d'una delle terre
accennate di sopra: il nome di questa, né il casato del personaggio, non si
trovan nel manoscritto, né a questo luogo né altrove. Diceva tranquillamente il
suo ufizio, e talvolta, tra un salmo e l'altro, chiudeva il breviario,
tenendovi dentro, per segno, l'indice della mano destra, e, messa poi questa
nell'altra dietro la schiena, proseguiva il suo cammino, guardando a terra, e
buttando con un piede verso il muro i ciottoli che facevano inciampo nel
sentiero: poi alzava il viso, e, girati oziosamente gli occhi all'intorno, li
fissava alla parte d'un monte, dove la luce del sole già scomparso, scappando
per i fessi del monte opposto, si dipingeva qua e là sui massi sporgenti, come
a larghe e inuguali pezze di porpora. Aperto poi di nuovo il breviario, e
recitato un altro squarcio, giunse a una voltata della stradetta, dov'era
solito d'alzar sempre gli occhi dal libro, e di guardarsi dinanzi: e così fece
anche quel giorno. Dopo la voltata, la strada correva diritta, forse un
sessanta passi, e poi si divideva in due viottole, a foggia d'un ipsilon:
quella a destra saliva verso il monte, e menava alla cura: l'altra scendeva
nella valle fino a un torrente; e da questa parte il muro non arrivava che
all'anche del passeggiero. I muri interni delle due viottole, in vece di
riunirsi ad angolo, terminavano in un tabernacolo, sul quale eran dipinte certe
figure lunghe, serpeggianti, che finivano in punta, e che, nell'intenzion
dell'artista, e agli occhi degli abitanti del vicinato, volevan dir fiamme; e,
alternate con le fiamme, cert'altre figure da non potersi descrivere, che
volevan dire anime del purgatorio: anime e fiamme a color di mattone, sur un
fondo bigiognolo, con qualche scalcinatura qua e là. Il curato, voltata la
stradetta, e dirizzando, com'era solito, lo sguardo al tabernacolo, vide una
cosa che non s'aspettava, e che non avrebbe voluto vedere. Due uomini stavano,
l'uno dirimpetto all'altro, al confluente, per dir così, delle due viottole: un
di costoro, a cavalcioni sul muricciolo basso, con una gamba spenzolata al di
fuori, e l'altro piede posato sul terreno della strada; il compagno, in piedi,
appoggiato al muro, con le braccia incrociate sul petto. L'abito, il
portamento, e quello che, dal luogo ov'era giunto il curato, si poteva
distinguer dell'aspetto, non lasciavan dubbio intorno alla lor condizione.
Avevano entrambi intorno al capo una reticella verde, che cadeva sull'omero
sinistro, terminata in una gran nappa, e dalla quale usciva sulla fronte un
enorme ciuffo: due lunghi mustacchi arricciati in punta: una cintura lucida di
cuoio, e a quella attaccate due pistole: un piccol corno ripieno di polvere,
cascante sul petto, come una collana: un manico di coltellaccio che spuntava
fuori d'un taschino degli ampi e gonfi calzoni: uno spadone, con una gran
guardia traforata a lamine d'ottone, congegnate come in cifra, forbite e
lucenti: a prima vista si davano a conoscere per individui della specie de' bravi.
Questa
specie, ora del tutto perduta, era allora floridissima in Lombardia, e già
molto antica. Chi non ne avesse idea, ecco alcuni squarci autentici, che
potranno darne una bastante de' suoi caratteri principali, degli sforzi fatti
per ispegnerla, e della sua dura e rigogliosa vitalità.
Fino
dall'otto aprile dell'anno 1583, l'Illustrissimo ed Eccellentissimo signor don
Carlo d'Aragon, Principe di Castelvetrano, Duca di Terranuova, Marchese
d'Avola, Conte di Burgeto, grande Ammiraglio, e gran Contestabile di Sicilia,
Governatore di Milano e Capitan Generale di Sua Maestà Cattolica in Italia, pienamente
informato della intollerabile miseria in che è vivuta e vive questa città di
Milano, per cagione dei bravi e vagabondi, pubblica un bando contro di
essi. Dichiara e diffinisce tutti coloro essere compresi in questo bando, e
doversi ritenere bravi e vagabondi... i quali, essendo forestieri o del paese,
non hanno esercizio alcuno, od avendolo, non lo fanno... ma, senza salario, o
pur con esso, s'appoggiano a qualche cavaliere o gentiluomo, officiale o
mercante... per fargli spalle e favore, o veramente, come si può presumere, per
tendere insidie ad altri... A tutti costoro ordina che, nel termine di
giorni sei, abbiano a sgomberare il paese, intima la galera a' renitenti, e dà
a tutti gli ufiziali della giustizia le più stranamente ampie e indefinite
facoltà, per l'esecuzione dell'ordine. Ma, nell'anno seguente, il 12 aprile,
scorgendo il detto signore, che questa Città è tuttavia piena di detti
bravi... tornati a vivere come prima vivevano, non punto mutato il costume
loro, né scemato il numero, dà fuori un'altra grida, ancor più vigorosa e
notabile, nella quale, tra l'altre ordinazioni, prescrive:
Che
qualsivoglia persona, così di questa Città, come forestiera, che per due
testimonj consterà esser tenuto, e comunemente riputato per bravo, et aver tal
nome, ancorché non si verifichi aver fatto delitto alcuno... per questa sola
riputazione di bravo, senza altri indizj, possa dai detti giudici e da ognuno
di loro esser posto alla corda et al tormento, per processo informativo... et
ancorché non confessi delitto alcuno, tuttavia sia mandato alla galea, per
detto triennio, per la sola opinione e nome di bravo, come di sopra. Tutto
ciò, e il di più che si tralascia, perché Sua Eccellenza è risoluta di voler
essere obbedita da ognuno.
All'udir
parole d'un tanto signore, così gagliarde e sicure, e accompagnate da tali
ordini, viene una gran voglia di credere che, al solo rimbombo di esse, tutti i
bravi siano scomparsi per sempre. Ma la testimonianza d'un signore non meno
autorevole, né meno dotato di nomi, ci obbliga a credere tutto il contrario. È
questi l'Illustrissimo ed Eccellentissimo Signor Juan Fernandez de Velasco,
Contestabile di Castiglia, Cameriero maggiore di Sua Maestà, Duca della Città
di Frias, Conte di Haro e Castelnovo, Signore della Casa di Velasco, e di
quella delli sette Infanti di Lara, Governatore dello Stato di Milano, etc. Il
5 giugno dell'anno 1593, pienamente informato anche lui di quanto danno e
rovine sieno... i bravi e vagabondi, e del pessimo effetto che tal sorta di
gente, fa contra il ben pubblico, et in delusione della giustizia, intima
loro di nuovo che, nel termine di giorni sei, abbiano a sbrattare il paese,
ripetendo a un dipresso le prescrizioni e le minacce medesime del suo
predecessore. Il 23 maggio poi dell'anno 1598, informato, con non poco
dispiacere dell'animo suo, che... ogni dì più in questa Città e Stato va
crescendo il numero di questi tali(bravi e vagabondi), né di loro,
giorno e notte, altro si sente che ferite appostatamente date, omicidii e
ruberie et ogni altra qualità di delitti, ai quali si rendono più facili,
confidati essi bravi d'essere aiutati dai capi e fautori loro... prescrive
di nuovo gli stessi rimedi, accrescendo la dose, come s'usa nelle malattie
ostinate. Ognuno dunque, conchiude poi, onninamente si guardi di
contravvenire in parte alcuna alla grida presente, perché, in luogo di provare
la clemenza di Sua Eccellenza, proverà il rigore, e l'ira sua... essendo
risoluta e determinata che questa sia l'ultima e perentoria monizione.
Non fu
però di questo parere l'Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor Don
Pietro Enriquez de Acevedo, Conte di Fuentes, Capitano, e Governatore dello
Stato di Milano; non fu di questo parere, e per buone ragioni. Pienamente
informato della miseria in che vive questa Città e Stato per cagione del gran
numero di bravi che in esso abbonda... e risoluto di totalmente estirpare seme
tanto pernizioso, dà fuori, il 5 decembre 1600, una nuova grida piena anch'essa
di severissime comminazioni, con fermo proponimento che, con ogni rigore, e
senza speranza di remissione, siano onninamente eseguite.
Convien
credere però che non ci si mettesse con tutta quella buona voglia che sapeva
impiegare nell'ordir cabale, e nel suscitar nemici al suo gran nemico Enrico
IV; giacché, per questa parte, la storia attesta come riuscisse ad armare
contro quel re il duca di Savoia, a cui fece perder più d'una città; come
riuscisse a far congiurare il duca di Biron, a cui fece perder la testa; ma,
per ciò che riguarda quel seme tanto pernizioso de' bravi, certo è che esso
continuava a germogliare, il 22 settembre dell'anno 1612. In quel giorno
l'Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor Don Giovanni de Mendozza,
Marchese de la Hynojosa, Gentiluomo etc., Governatore etc., pensò seriamente ad
estirparlo. A quest'effetto, spedì a Pandolfo e Marco Tullio Malatesti,
stampatori regii camerali, la solita grida, corretta ed accresciuta, perché la
stampassero ad esterminio de' bravi. Ma questi vissero ancora per ricevere, il
24 decembre dell'anno 1618, gli stessi e più forti colpi dall'Illustrissimo ed
Eccellentissimo Signore, il Signor Don Gomez Suarez de Figueroa, Duca di Feria,
etc., Governatore etc. Però, non essendo essi morti neppur di quelli,
l'Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor Gonzalo Fernandez di
Cordova, sotto il cui governo accadde la passeggiata di don Abbondio, s'era
trovato costretto a ricorreggere e ripubblicare la solita grida contro i bravi,
il giorno 5 ottobre del 1627, cioè un anno, un mese e due giorni prima di quel
memorabile avvenimento.
Né fu
questa l'ultima pubblicazione; ma noi delle posteriori non crediamo dover far
menzione, come di cosa che esce dal periodo della nostra storia. Ne accenneremo
soltanto una del 13 febbraio dell'anno 1632, nella quale l'Illustrissimo ed
Eccellentissimo Signore, el Duque de Feria, per la seconda volta
governatore, ci avvisa che le maggiori sceleraggini procedono da quelli che
chiamano bravi. Questo basta ad assicurarci che, nel tempo di cui noi
trattiamo, c'era de' bravi tuttavia.
Che i
due descritti di sopra stessero ivi ad aspettar qualcheduno, era cosa troppo
evidente; ma quel che più dispiacque a don Abbondio fu il dover accorgersi, per
certi atti, che l'aspettato era lui. Perché, al suo apparire, coloro s'eran
guardati in viso, alzando la testa, con un movimento dal quale si scorgeva che
tutt'e due a un tratto avevan detto: è lui; quello che stava a cavalcioni s'era
alzato, tirando la sua gamba sulla strada; l'altro s'era staccato dal muro; e
tutt'e due gli s'avviavano incontro. Egli, tenendosi sempre il breviario aperto
dinanzi, come se leggesse, spingeva lo sguardo in su, per ispiar le mosse di
coloro; e, vedendoseli venir proprio incontro, fu assalito a un tratto da mille
pensieri. Domandò subito in fretta a se stesso, se, tra i bravi e lui, ci fosse
qualche uscita di strada, a destra o a sinistra; e gli sovvenne subito di no.
Fece un rapido esame, se avesse peccato contro qualche potente, contro qualche
vendicativo; ma, anche in quel turbamento, il testimonio consolante della
coscienza lo rassicurava alquanto: i bravi però s'avvicinavano, guardandolo
fisso. Mise l'indice e il medio della mano sinistra nel collare, come per
raccomodarlo; e, girando le due dita intorno al collo, volgeva intanto la
faccia all'indietro, torcendo insieme la bocca, e guardando con la coda
dell'occhio, fin dove poteva, se qualcheduno arrivasse; ma non vide nessuno.
Diede un'occhiata, al di sopra del muricciolo, ne' campi: nessuno; un'altra più
modesta sulla strada dinanzi; nessuno, fuorché i bravi. Che fare? tornare
indietro, non era a tempo: darla a gambe, era lo stesso che dire, inseguitemi,
o peggio. Non potendo schivare il pericolo, vi corse incontro, perché i momenti
di quell'incertezza erano allora così penosi per lui, che non desiderava altro
che d'abbreviarli. Affrettò il passo, recitò un versetto a voce più alta,
compose la faccia a tutta quella quiete e ilarità che poté, fece ogni sforzo
per preparare un sorriso; quando si trovò a fronte dei due galantuomini, disse
mentalmente: ci siamo; e si fermò su due piedi.
-
Signor curato, - disse un di que' due, piantandogli gli occhi in faccia.
- Cosa
comanda? - rispose subito don Abbondio, alzando i suoi dal libro, che gli restò
spalancato nelle mani, come sur un leggìo.
- Lei
ha intenzione, - proseguì l'altro, con l'atto minaccioso e iracondo di chi
coglie un suo inferiore sull'intraprendere una ribalderia, - lei ha intenzione
di maritar domani Renzo Tramaglino e Lucia Mondella!
- Cioè...
- rispose, con voce tremolante, don Abbondio: - cioè. Lor signori son uomini di
mondo, e sanno benissimo come vanno queste faccende. Il povero curato non
c'entra: fanno i loro pasticci tra loro, e poi... e poi, vengon da noi, come
s'anderebbe a un banco a riscotere; e noi... noi siamo i servitori del comune.
- Or
bene, - gli disse il bravo, all'orecchio, ma in tono solenne di comando, -
questo matrimonio non s'ha da fare, né domani, né mai.
- Ma,
signori miei, - replicò don Abbondio, con la voce mansueta e gentile di chi
vuol persuadere un impaziente, - ma, signori miei, si degnino di mettersi ne'
miei panni. Se la cosa dipendesse da me,... vedon bene che a me non me ne vien
nulla in tasca...
- Orsù,
- interruppe il bravo, - se la cosa avesse a decidersi a ciarle, lei ci
metterebbe in sacco. Noi non ne sappiamo, né vogliam saperne di più. Uomo
avvertito... lei c'intende.
- Ma
lor signori son troppo giusti, troppo ragionevoli...
- Ma, -
interruppe questa volta l'altro compagnone, che non aveva parlato fin allora, -
ma il matrimonio non si farà, o... - e qui una buona bestemmia, - o chi lo farà
non se ne pentirà, perché non ne avrà tempo, e... - un'altra bestemmia.
-
Zitto, zitto, - riprese il primo oratore: - il signor curato è un uomo che sa
il viver del mondo; e noi siam galantuomini, che non vogliam fargli del male,
purché abbia giudizio. Signor curato, l'illustrissimo signor don Rodrigo nostro
padrone la riverisce caramente.
Questo
nome fu, nella mente di don Abbondio, come, nel forte d'un temporale notturno,
un lampo che illumina momentaneamente e in confuso gli oggetti, e accresce il
terrore. Fece, come per istinto, un grand'inchino, e disse: - se mi sapessero
suggerire...
- Oh!
suggerire a lei che sa di latino! - interruppe ancora il bravo, con un riso tra
lo sguaiato e il feroce. - A lei tocca. E sopra tutto, non si lasci uscir
parola su questo avviso che le abbiam dato per suo bene; altrimenti... ehm...
sarebbe lo stesso che fare quel tal matrimonio. Via, che vuol che si dica in
suo nome all'illustrissimo signor don Rodrigo?
- Il
mio rispetto...
- Si
spieghi meglio!
-...
Disposto... disposto sempre all'ubbidienza -. E, proferendo queste parole, non
sapeva nemmen lui se faceva una promessa, o un complimento. I bravi le presero,
o mostraron di prenderle nel significato più serio.
-
Benissimo, e buona notte, messere, - disse l'un d'essi, in atto di partir col
compagno. Don Abbondio, che, pochi momenti prima, avrebbe dato un occhio per
iscansarli, allora avrebbe voluto prolungar la conversazione e le trattative. -
Signori... - cominciò, chiudendo il libro con le due mani; ma quelli, senza più
dargli udienza, presero la strada dond'era lui venuto, e s'allontanarono,
cantando una canzonaccia che non voglio trascrivere. Il povero don Abbondio
rimase un momento a bocca aperta, come incantato; poi prese quella delle due
stradette che conduceva a casa sua, mettendo innanzi a stento una gamba dopo
l'altra, che parevano aggranchiate. Come stesse di dentro, s'intenderà meglio,
quando avrem detto qualche cosa del suo naturale, e de' tempi in cui gli era
toccato di vivere.
Don
Abbondio (il lettore se n'è già avveduto) non era nato con un cuor di leone.
Ma, fin da' primi suoi anni, aveva dovuto comprendere che la peggior
condizione, a que' tempi, era quella d'un animale senza artigli e senza zanne,
e che pure non si sentisse inclinazione d'esser divorato. La forza legale non
proteggeva in alcun conto l'uomo tranquillo, inoffensivo, e che non avesse
altri mezzi di far paura altrui. Non già che mancassero leggi e pene contro le
violenze private. Le leggi anzi diluviavano; i delitti erano enumerati, e
particolareggiati, con minuta prolissità; le pene, pazzamente esorbitanti e, se
non basta, aumentabili, quasi per ogni caso, ad arbitrio del legislatore stesso
e di cento esecutori; le procedure, studiate soltanto a liberare il giudice da
ogni cosa che potesse essergli d'impedimento a proferire una condanna: gli
squarci che abbiam riportati delle gride contro i bravi, ne sono un piccolo, ma
fedel saggio. Con tutto ciò, anzi in gran parte a cagion di ciò, quelle gride,
ripubblicate e rinforzate di governo in governo, non servivano ad altro che ad
attestare ampollosamente l'impotenza de' loro autori; o, se producevan qualche
effetto immediato, era principalmente d'aggiunger molte vessazioni a quelle che
i pacifici e i deboli già soffrivano da' perturbatori, e d'accrescer le
violenze e l'astuzia di questi. L'impunità era organizzata, e aveva radici che
le gride non toccavano, o non potevano smovere. Tali eran gli asili, tali i
privilegi d'alcune classi, in parte riconosciuti dalla forza legale, in parte
tollerati con astioso silenzio, o impugnati con vane proteste, ma sostenuti in
fatto e difesi da quelle classi, con attività d'interesse, e con gelosia di
puntiglio. Ora, quest'impunità minacciata e insultata, ma non distrutta dalle
gride, doveva naturalmente, a ogni minaccia, e a ogni insulto, adoperar nuovi
sforzi e nuove invenzioni, per conservarsi. Così accadeva in effetto; e,
all'apparire delle gride dirette a comprimere i violenti, questi cercavano
nella loro forza reale i nuovi mezzi più opportuni, per continuare a far ciò
che le gride venivano a proibire. Potevan ben esse inceppare a ogni passo, e
molestare l'uomo bonario, che fosse senza forza propria e senza protezione;
perché, col fine d'aver sotto la mano ogni uomo, per prevenire o per punire
ogni delitto, assoggettavano ogni mossa del privato al volere arbitrario
d'esecutori d'ogni genere. Ma chi, prima di commettere il delitto, aveva prese
le sue misure per ricoverarsi a tempo in un convento, in un palazzo, dove i
birri non avrebber mai osato metter piede; chi, senz'altre precauzioni, portava
una livrea che impegnasse a difenderlo la vanità e l'interesse d'una famiglia
potente, di tutto un ceto, era libero nelle sue operazioni, e poteva ridersi di
tutto quel fracasso delle gride. Di quegli stessi ch'eran deputati a farle
eseguire, alcuni appartenevano per nascita alla parte privilegiata, alcuni ne
dipendevano per clientela; gli uni e gli altri, per educazione, per interesse,
per consuetudine, per imitazione, ne avevano abbracciate le massime, e si
sarebbero ben guardati dall'offenderle, per amor d'un pezzo di carta attaccato
sulle cantonate. Gli uomini poi incaricati dell'esecuzione immediata, quando
fossero stati intraprendenti come eroi, ubbidienti come monaci, e pronti a
sacrificarsi come martiri, non avrebber però potuto venirne alla fine,
inferiori com'eran di numero a quelli che si trattava di sottomettere, e con
una gran probabilità d'essere abbandonati da chi, in astratto e, per così dire,
in teoria, imponeva loro di operare. Ma, oltre di ciò, costoro eran
generalmente de' più abbietti e ribaldi soggetti del loro tempo; l'incarico
loro era tenuto a vile anche da quelli che potevano averne terrore, e il loro
titolo un improperio. Era quindi ben naturale che costoro, in vece
d'arrischiare, anzi di gettar la vita in un'impresa disperata, vendessero la
loro inazione, o anche la loro connivenza ai potenti, e si riservassero a
esercitare la loro esecrata autorità e la forza che pure avevano, in quelle
occasioni dove non c'era pericolo; nell'opprimer cioè, e nel vessare gli uomini
pacifici e senza difesa.
L'uomo
che vuole offendere, o che teme, ogni momento, d'essere offeso, cerca
naturalmente alleati e compagni. Quindi era, in que' tempi, portata al massimo
punto la tendenza degl'individui a tenersi collegati in classi, a formarne
delle nuove, e a procurare ognuno la maggior potenza di quella a cui
apparteneva. Il clero vegliava a sostenere e ad estendere le sue immunità, la
nobiltà i suoi privilegi, il militare le sue esenzioni. I mercanti, gli
artigiani erano arrolati in maestranze e in confraternite, i giurisperiti
formavano una lega, i medici stessi una corporazione. Ognuna di queste piccole
oligarchie aveva una sua forza speciale e propria; in ognuna l'individuo
trovava il vantaggio d'impiegar per sé, a proporzione della sua autorità e
della sua destrezza, le forze riunite di molti. I più onesti si valevan di
questo vantaggio a difesa soltanto; gli astuti e i facinorosi ne approfittavano,
per condurre a termine ribalderie, alle quali i loro mezzi personali non
sarebber bastati, e per assicurarsene l'impunità. Le forze però di queste varie
leghe eran molto disuguali; e, nelle campagne principalmente, il nobile
dovizioso e violento, con intorno uno stuolo di bravi, e una popolazione di
contadini avvezzi, per tradizione famigliare, e interessati o forzati a
riguardarsi quasi come sudditi e soldati del padrone, esercitava un potere, a
cui difficilmente nessun'altra frazione di lega avrebbe ivi potuto resistere.
Il
nostro Abbondio non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s'era dunque
accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d'essere, in quella
società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di
molti vasi di ferro. Aveva quindi, assai di buon grado, ubbidito ai parenti,
che lo vollero prete. Per dir la verità, non aveva gran fatto pensato agli
obblighi e ai nobili fini del ministero al quale si dedicava: procacciarsi di
che vivere con qualche agio, e mettersi in una classe riverita e forte, gli
eran sembrate due ragioni più che sufficienti per una tale scelta. Ma una
classe qualunque non protegge un individuo, non lo assicura, che fino a un
certo segno: nessuna lo dispensa dal farsi un suo sistema particolare. Don
Abbondio, assorbito continuamente ne' pensieri della propria quiete, non si
curava di que' vantaggi, per ottenere i quali facesse bisogno d'adoperarsi
molto, o d'arrischiarsi un poco. Il suo sistema consisteva principalmente nello
scansar tutti i contrasti, e nel cedere, in quelli che non poteva scansare.
Neutralità disarmata in tutte le guerre che scoppiavano intorno a lui, dalle
contese, allora frequentissime, tra il clero e le podestà laiche, tra il
militare e il civile, tra nobili e nobili, fino alle questioni tra due
contadini, nate da una parola, e decise coi pugni, o con le coltellate. Se si
trovava assolutamente costretto a prender parte tra due contendenti, stava col
più forte, sempre però alla retroguardia, e procurando di far vedere all'altro
ch'egli non gli era volontariamente nemico: pareva che gli dicesse: ma perché
non avete saputo esser voi il più forte? ch'io mi sarei messo dalla vostra
parte. Stando alla larga da' prepotenti, dissimulando le loro soverchierie
passeggiere e capricciose, corrispondendo con sommissioni a quelle che
venissero da un'intenzione più seria e più meditata, costringendo, a forza
d'inchini e di rispetto gioviale, anche i più burberi e sdegnosi, a fargli un
sorriso, quando gl'incontrava per la strada, il pover'uomo era riuscito a
passare i sessant'anni, senza gran burrasche.
Non è
però che non avesse anche lui il suo po' di fiele in corpo; e quel continuo
esercitar la pazienza, quel dar così spesso ragione agli altri, que' tanti
bocconi amari inghiottiti in silenzio, glielo avevano esacerbato a segno che,
se non avesse, di tanto in tanto, potuto dargli un po' di sfogo, la sua salute
n'avrebbe certamente sofferto. Ma siccome v'eran poi finalmente al mondo, e
vicino a lui, persone ch'egli conosceva ben bene per incapaci di far male, così
poteva con quelle sfogare qualche volta il mal umore lungamente represso, e
cavarsi anche lui la voglia d'essere un po' fantastico, e di gridare a torto.
Era poi un rigido censore degli uomini che non si regolavan come lui, quando
però la censura potesse esercitarsi senza alcuno, anche lontano, pericolo. Il
battuto era almeno un imprudente; l'ammazzato era sempre stato un uomo torbido.
A chi, messosi a sostener le sue ragioni contro un potente, rimaneva col capo
rotto, don Abbondio sapeva trovar sempre qualche torto; cosa non difficile,
perché la ragione e il torto non si dividon mai con un taglio così netto, che
ogni parte abbia soltanto dell'una o dell'altro. Sopra tutto poi, declamava
contro que' suoi confratelli che, a loro rischio, prendevan le parti d'un
debole oppresso, contro un soverchiatore potente. Questo chiamava un comprarsi
gl'impicci a contanti, un voler raddirizzar le gambe ai cani; diceva anche
severamente, ch'era un mischiarsi nelle cose profane, a danno della dignità del
sacro ministero. E contro questi predicava, sempre però a quattr'occhi, o in un
piccolissimo crocchio, con tanto più di veemenza, quanto più essi eran
conosciuti per alieni dal risentirsi, in cosa che li toccasse personalmente.
Aveva poi una sua sentenza prediletta, con la quale sigillava sempre i discorsi
su queste materie: che a un galantuomo, il qual badi a sé, e stia ne' suoi
panni, non accadon mai brutti incontri.
Pensino
ora i miei venticinque lettori che impressione dovesse fare sull'animo del
poveretto, quello che s'è raccontato. Lo spavento di que' visacci e di quelle
parolacce, la minaccia d'un signore noto per non minacciare invano, un sistema
di quieto vivere, ch'era costato tant'anni di studio e di pazienza, sconcertato
in un punto, e un passo dal quale non si poteva veder come uscirne: tutti
questi pensieri ronzavano tumultuariamente nel capo basso di don Abbondio.
"Se Renzo si potesse mandare in pace con un bel no, via; ma vorrà delle
ragioni; e cosa ho da rispondergli, per amor del cielo? E, e, e, anche costui è
una testa: un agnello se nessun lo tocca, ma se uno vuol contraddirgli... ih! E
poi, e poi, perduto dietro a quella Lucia, innamorato come... Ragazzacci, che,
per non saper che fare, s'innamorano, voglion maritarsi, e non pensano ad
altro; non si fanno carico de' travagli in che mettono un povero galantuomo. Oh
povero me! vedete se quelle due figuracce dovevan proprio piantarsi sulla mia
strada, e prenderla con me! Che c'entro io? Son io che voglio maritarmi? Perché
non son andati piuttosto a parlare... Oh vedete un poco: gran destino è il mio,
che le cose a proposito mi vengan sempre in mente un momento dopo l'occasione.
Se avessi pensato di suggerir loro che andassero a portar la loro
imbasciata..." Ma, a questo punto, s'accorse che il pentirsi di non essere
stato consigliere e cooperatore dell'iniquità era cosa troppo iniqua; e rivolse
tutta la stizza de' suoi pensieri contro quell'altro che veniva così a
togliergli la sua pace. Non conosceva don Rodrigo che di vista e di fama, né
aveva mai avuto che far con lui, altro che di toccare il petto col mento, e la
terra con la punta del suo cappello, quelle poche volte che l'aveva incontrato
per la strada. Gli era occorso di difendere, in più d'un'occasione, la
riputazione di quel signore, contro coloro che, a bassa voce, sospirando, e
alzando gli occhi al cielo, maledicevano qualche suo fatto: aveva detto cento
volte ch'era un rispettabile cavaliere. Ma, in quel momento gli diede in cuor
suo tutti que' titoli che non aveva mai udito applicargli da altri, senza
interrompere in fretta con un oibò. Giunto, tra il tumulto di questi pensieri,
alla porta di casa sua, ch'era in fondo del paesello, mise in fretta nella
toppa la chiave, che già teneva in mano; aprì, entrò, richiuse diligentemente;
e, ansioso di trovarsi in una compagnia fidata, chiamò subito: - Perpetua!
Perpetua! -, avviandosi pure verso il salotto, dove questa doveva esser
certamente ad apparecchiar la tavola per la cena. Era Perpetua, come ognun se
n'avvede, la serva di don Abbondio: serva affezionata e fedele, che sapeva
ubbidire e comandare, secondo l'occasione, tollerare a tempo il brontolìo e le
fantasticaggini del padrone, e fargli a tempo tollerar le proprie, che
divenivan di giorno in giorno più frequenti, da che aveva passata l'età
sinodale dei quaranta, rimanendo celibe, per aver rifiutati tutti i partiti che
le si erano offerti, come diceva lei, o per non aver mai trovato un cane che la
volesse, come dicevan le sue amiche.
-
Vengo, - rispose, mettendo sul tavolino, al luogo solito, il fiaschetto del
vino prediletto di don Abbondio, e si mosse lentamente; ma non aveva ancor
toccata la soglia del salotto, ch'egli v'entrò, con un passo così legato, con
uno sguardo così adombrato, con un viso così stravolto, che non ci sarebbero
nemmen bisognati gli occhi esperti di Perpetua, per iscoprire a prima vista che
gli era accaduto qualche cosa di straordinario davvero.
-
Misericordia! cos'ha, signor padrone?
-
Niente, niente, - rispose don Abbondio, lasciandosi andar tutto ansante sul suo
seggiolone.
- Come,
niente? La vuol dare ad intendere a me? così brutto com'è? Qualche gran caso è
avvenuto.
- Oh,
per amor del cielo! Quando dico niente, o è niente, o è cosa che non posso
dire.
- Che
non può dir neppure a me? Chi si prenderà cura della sua salute? Chi le darà un
parere?...
-
Ohimè! tacete, e non apparecchiate altro: datemi un bicchiere del mio vino.
- E lei
mi vorrà sostenere che non ha niente! - disse Perpetua, empiendo il bicchiere,
e tenendolo poi in mano, come se non volesse darlo che in premio della
confidenza che si faceva tanto aspettare.
- Date
qui, date qui, - disse don Abbondio, prendendole il bicchiere, con la mano non
ben ferma, e votandolo poi in fretta, come se fosse una medicina.
- Vuol
dunque ch'io sia costretta di domandar qua e là cosa sia accaduto al mio
padrone? - disse Perpetua, ritta dinanzi a lui, con le mani arrovesciate sui
fianchi, e le gomita appuntate davanti, guardandolo fisso, quasi volesse
succhiargli dagli occhi il segreto.
- Per
amor del cielo! non fate pettegolezzi, non fate schiamazzi: ne va... ne va la
vita!
- La
vita!
- La
vita.
- Lei
sa bene che, ogni volta che m'ha detto qualche cosa sinceramente, in
confidenza, io non ho mai...
-
Brava! come quando...
Perpetua
s'avvide d'aver toccato un tasto falso; onde, cambiando subito il tono, -
signor padrone, - disse, con voce commossa e da commovere, - io le sono sempre
stata affezionata; e, se ora voglio sapere, è per premura, perché vorrei
poterla soccorrere, darle un buon parere, sollevarle l'animo...
Il
fatto sta che don Abbondio aveva forse tanta voglia di scaricarsi del suo
doloroso segreto, quanta ne avesse Perpetua di conoscerlo; onde, dopo aver
respinti sempre più debolmente i nuovi e più incalzanti assalti di lei, dopo
averle fatto più d'una volta giurare che non fiaterebbe, finalmente, con molte
sospensioni, con molti ohimè, le raccontò il miserabile caso. Quando si venne
al nome terribile del mandante, bisognò che Perpetua proferisse un nuovo e più
solenne giuramento; e don Abbondio, pronunziato quel nome, si rovesciò sulla
spalliera della seggiola, con un gran sospiro, alzando le mani, in atto insieme
di comando e di supplica, e dicendo: - per amor del cielo!
- Delle
sue! - esclamò Perpetua. - Oh che birbone! oh che soverchiatore! oh che uomo
senza timor di Dio!
-
Volete tacere? o volete rovinarmi del tutto?
- Oh!
siam qui soli che nessun ci sente. Ma come farà, povero signor padrone?
- Oh
vedete, - disse don Abbondio, con voce stizzosa: - vedete che bei pareri mi sa
dar costei! Viene a domandarmi come farò, come farò; quasi fosse lei
nell'impiccio, e toccasse a me di levarnela.
- Ma!
io l'avrei bene il mio povero parere da darle; ma poi...
- Ma
poi, sentiamo.
- Il
mio parere sarebbe che, siccome tutti dicono che il nostro arcivescovo è un
sant'uomo, e un uomo di polso, e che non ha paura di nessuno, e, quando può
fare star a dovere un di questi prepotenti, per sostenere un curato, ci
gongola; io direi, e dico che lei gli scrivesse una bella lettera, per
informarlo come qualmente...
- Volete
tacere? volete tacere? Son pareri codesti da dare a un pover'uomo? Quando mi
fosse toccata una schioppettata nella schiena, Dio liberi! l'arcivescovo me la
leverebbe?
- Eh!
le schioppettate non si dànno via come confetti: e guai se questi cani
dovessero mordere tutte le volte che abbaiano! E io ho sempre veduto che a chi
sa mostrare i denti, e farsi stimare, gli si porta rispetto; e, appunto perché
lei non vuol mai dir la sua ragione, siam ridotti a segno che tutti vengono,
con licenza, a...
-
Volete tacere?
- Io
taccio subito; ma è però certo che, quando il mondo s'accorge che uno, sempre,
in ogni incontro, è pronto a calar le...
-
Volete tacere? È tempo ora di dir codeste baggianate?
-
Basta: ci penserà questa notte; ma intanto non cominci a farsi male da sé, a
rovinarsi la salute; mangi un boccone.
- Ci
penserò io, - rispose, brontolando, don Abbondio: - sicuro; io ci penserò, io
ci ho da pensare - E s'alzò, continuando: - non voglio prender niente; niente:
ho altra voglia: lo so anch'io che tocca a pensarci a me. Ma! la doveva accader
per l'appunto a me.
- Mandi
almen giù quest'altro gocciolo, - disse Perpetua, mescendo. - Lei sa che questo
le rimette sempre lo stomaco.
- Eh!
ci vuol altro, ci vuol altro, ci vuol altro. Così dicendo prese il lume, e, brontolando
sempre: - una piccola bagattella! a un galantuomo par mio! e domani com'andrà?
- e altre simili lamentazioni, s'avviò per salire in camera. Giunto su la
soglia, si voltò indietro verso Perpetua, mise il dito sulla bocca, disse, con
tono lento e solenne : - per amor del cielo! -, e disparve.
Si
racconta che il principe di Condé dormì profondamente la notte avanti la
giornata di Rocroi: ma, in primo luogo, era molto affaticato; secondariamente
aveva già date tutte le disposizioni necessarie, e stabilito ciò che dovesse
fare, la mattina. Don Abbondio in vece non sapeva altro ancora se non che
l'indomani sarebbe giorno di battaglia; quindi una gran parte della notte fu
spesa in consulte angosciose. Non far caso dell'intimazione ribalda, né delle
minacce, e fare il matrimonio, era un partito, che non volle neppur mettere in
deliberazione. Confidare a Renzo l'occorrente, e cercar con lui qualche
mezzo... Dio liberi! - Non si lasci scappar parola... altrimenti... ehm!
- aveva detto un di que' bravi; e, al sentirsi rimbombar quell'ehm!
nella mente, don Abbondio, non che pensare a trasgredire una tal legge, si
pentiva anche dell'aver ciarlato con Perpetua. Fuggire? Dove? E poi!
Quant'impicci, e quanti conti da rendere! A ogni partito che rifiutava, il
pover'uomo si rivoltava nel letto. Quello che, per ogni verso, gli parve il
meglio o il men male, fu di guadagnar tempo, menando Renzo per le lunghe. Si
rammentò a proposito, che mancavan pochi giorni al tempo proibito per le nozze;
"e, se posso tenere a bada, per questi pochi giorni, quel ragazzone, ho
poi due mesi di respiro; e, in due mesi, può nascer di gran cose". Ruminò
pretesti da metter in campo; e, benché gli paressero un po' leggieri, pur
s'andava rassicurando col pensiero che la sua autorità gli avrebbe fatti parer
di giusto peso, e che la sua antica esperienza gli darebbe gran vantaggio sur
un giovanetto ignorante. "Vedremo, - diceva tra sé: - egli pensa alla
morosa; ma io penso alla pelle: il più interessato son io, lasciando stare che
sono il più accorto. Figliuol caro, se tu ti senti il bruciore addosso, non so
che dire; ma io non voglio andarne di mezzo". Fermato così un poco l'animo
a una deliberazione, poté finalmente chiuder occhio: ma che sonno! che sogni!
Bravi, don Rodrigo, Renzo, viottole, rupi, fughe, inseguimenti, grida,
schioppettate. Il primo svegliarsi, dopo una sciagura, e in un impiccio, è un
momento molto amaro. La mente, appena risentita, ricorre all'idee abituali
della vita tranquilla antecedente; ma il pensiero del nuovo stato di cose le si
affaccia subito sgarbatamente; e il dispiacere ne è più vivo in quel paragone
istantaneo. Assaporato dolorosamente questo momento, don Abbondio ricapitolò
subito i suoi disegni della notte, si confermò in essi, gli ordinò meglio, s'alzò,
e stette aspettando Renzo con timore e, ad un tempo, con impazienza. Lorenzo o,
come dicevan tutti, Renzo non si fece molto aspettare. Appena gli parve ora di
poter, senza indiscrezione, presentarsi al curato, v'andò, con la lieta furia
d'un uomo di vent'anni, che deve in quel giorno sposare quella che ama. Era,
fin dall'adolescenza, rimasto privo de' parenti, ed esercitava la professione
di filatore di seta, ereditaria, per dir così, nella sua famiglia; professione,
negli anni indietro, assai lucrosa; allora già in decadenza, ma non però a
segno che un abile operaio non potesse cavarne di che vivere onestamente. Il
lavoro andava di giorno in giorno scemando; ma l'emigrazione continua de'
lavoranti, attirati negli stati vicini da promesse, da privilegi e da grosse
paghe, faceva sì che non ne mancasse ancora a quelli che rimanevano in paese.
Oltre di questo, possedeva Renzo un poderetto che faceva lavorare e lavorava
egli stesso, quando il filatoio stava fermo; di modo che, per la sua
condizione, poteva dirsi agiato. E quantunque quell'annata fosse ancor più
scarsa delle antecedenti, e già si cominciasse a provare una vera carestia,
pure il nostro giovine, che, da quando aveva messi gli occhi addosso a Lucia,
era divenuto massaio, si trovava provvisto bastantemente, e non aveva a
contrastar con la fame. Comparve davanti a don Abbondio, in gran gala, con
penne di vario colore al cappello, col suo pugnale del manico bello, nel
taschino de' calzoni, con una cert'aria di festa e nello stesso tempo di
braverìa, comune allora anche agli uomini più quieti. L'accoglimento incerto e
misterioso di don Abbondio fece un contrapposto singolare ai modi gioviali e
risoluti del giovinotto.
"Che
abbia qualche pensiero per la testa", argomentò Renzo tra sé; poi disse: -
son venuto, signor curato, per sapere a che ora le comoda che ci troviamo in
chiesa.
- Di
che giorno volete parlare?
- Come,
di che giorno? non si ricorda che s'è fissato per oggi?
- Oggi?
- replicò don Abbondio, come se ne sentisse parlare per la prima volta. - Oggi,
oggi... abbiate pazienza, ma oggi non posso.
- Oggi
non può! Cos'è nato?
- Prima
di tutto, non mi sento bene, vedete.
- Mi
dispiace; ma quello che ha da fare è cosa di così poco tempo, e di così poca
fatica...
- E
poi, e poi, e poi...
- E poi
che cosa?
- E poi
c'è degli imbrogli.
-
Degl'imbrogli? Che imbrogli ci può essere?
-
Bisognerebbe trovarsi nei nostri piedi, per conoscer quanti impicci nascono in
queste materie, quanti conti s'ha da rendere. Io son troppo dolce di cuore, non
penso che a levar di mezzo gli ostacoli, a facilitar tutto, a far le cose
secondo il piacere altrui, e trascuro il mio dovere; e poi mi toccan de'
rimproveri, e peggio.
- Ma,
col nome del cielo, non mi tenga così sulla corda, e mi dica chiaro e netto
cosa c'è.
-
Sapete voi quante e quante formalità ci vogliono per fare un matrimonio in
regola?
-
Bisogna ben ch'io ne sappia qualche cosa, - disse Renzo, cominciando ad
alterarsi, - poiché me ne ha già rotta bastantemente la testa, questi giorni
addietro. Ma ora non s'è sbrigato ogni cosa? non s'è fatto tutto ciò che
s'aveva a fare?
-
Tutto, tutto, pare a voi: perché, abbiate pazienza, la bestia son io, che
trascuro il mio dovere, per non far penare la gente. Ma ora... basta, so quel
che dico. Noi poveri curati siamo tra l'ancudine e il martello: voi impaziente;
vi compatisco, povero giovane; e i superiori... basta, non si può dir tutto. E
noi siam quelli che ne andiam di mezzo.
- Ma mi
spieghi una volta cos'è quest'altra formalità che s'ha a fare, come dice; e
sarà subito fatta.
- Sapete
voi quanti siano gl'impedimenti dirimenti?
- Che
vuol ch'io sappia d'impedimenti?
- Error,
conditio, votum, cognatio, crimen,
Cultus disparitas, vis, ordo, ligamen, honestas,
Si sis
affinis,... - cominciava don Abbondio, contando sulla punta delle dita.
- Si
piglia gioco di me? - interruppe il giovine. - Che vuol ch'io faccia del suo latinorum?
-
Dunque, se non sapete le cose, abbiate pazienza, e rimettetevi a chi le sa.
-
Orsù!...
- Via,
caro Renzo, non andate in collera, che son pronto a fare... tutto quello che
dipende da me. Io, io vorrei vedervi contento; vi voglio bene io. Eh!... quando
penso che stavate così bene; cosa vi mancava? V'è saltato il grillo di
maritarvi...
- Che
discorsi son questi, signor mio? - proruppe Renzo, con un volto tra l'attonito
e l'adirato.
- Dico
per dire, abbiate pazienza, dico per dire. Vorrei vedervi contento.
- In
somma...
- In
somma, figliuol caro, io non ci ho colpa; la legge non l'ho fatta io. E, prima
di conchiudere un matrimonio, noi siam proprio obbligati a far molte e molte
ricerche, per assicurarci che non ci siano impedimenti.
- Ma
via, mi dica una volta che impedimento è sopravvenuto?
-
Abbiate pazienza, non son cose da potersi decifrare così su due piedi. Non ci
sarà niente, così spero; ma, non ostante, queste ricerche noi le dobbiam fare.
Il testo è chiaro e lampante: antequam matrimonium denunciet...
- Le ho
detto che non voglio latino.
- Ma
bisogna pur che vi spieghi...
- Ma
non le ha già fatte queste ricerche?
- Non
le ho fatte tutte, come avrei dovuto, vi dico.
-
Perché non le ha fatte a tempo? perché dirmi che tutto era finito? perché
aspettare...
- Ecco!
mi rimproverate la mia troppa bontà. Ho facilitato ogni cosa per servirvi più
presto: ma... ma ora mi son venute... basta, so io.
- E che
vorrebbe ch'io facessi?
- Che
aveste pazienza per qualche giorno. Figliuol caro, qualche giorno non è poi
l'eternità: abbiate pazienza.
- Per
quanto?
"Siamo
a buon porto", pensò fra sé don Abbondio; e, con un fare più manieroso che
mai, - via, - disse: - in quindici giorni cercherò,... procurerò...
-
Quindici giorni! oh questa sì ch'è nuova! S'è fatto tutto ciò che ha voluto
lei; s'è fissato il giorno; il giorno arriva; e ora lei mi viene a dire che
aspetti quindici giorni! Quindici... - riprese poi, con voce più alta e
stizzosa, stendendo il braccio, e battendo il pugno nell'aria; e chi sa qual
diavoleria avrebbe attaccata a quel numero, se don Abbondio non l'avesse
interrotto, prendendogli l'altra mano, con un'amorevolezza timida e premurosa:
- via, via, non v'alterate, per amor del cielo. Vedrò, cercherò se, in una
settimana...
- E a
Lucia che devo dire?
- Ch'è
stato un mio sbaglio.
- E i
discorsi del mondo?
- Dite
pure a tutti, che ho sbagliato io, per troppa furia, per troppo buon cuore:
gettate tutta la colpa addosso a me. Posso parlar meglio? via, per una
settimana.
- E
poi, non ci sarà più altri impedimenti?
-
Quando vi dico...
-
Ebbene: avrò pazienza per una settimana; ma ritenga bene che, passata questa,
non m'appagherò più di chiacchiere. Intanto la riverisco -. E così detto, se
n'andò, facendo a don Abbondio un inchino men profondo del solito, e dandogli
un'occhiata più espressiva che riverente.
Uscito
poi, e camminando di mala voglia, per la prima volta, verso la casa della sua
promessa, in mezzo alla stizza, tornava con la mente su quel colloquio; e
sempre più lo trovava strano. L'accoglienza fredda e impicciata di don
Abbondio, quel suo parlare stentato insieme e impaziente, que' due occhi grigi
che, mentre parlava, eran sempre andati scappando qua e là, come se avesser
avuto paura d'incontrarsi con le parole che gli uscivan di bocca, quel farsi
quasi nuovo del matrimonio così espressamente concertato, e sopra tutto
quell'accennar sempre qualche gran cosa, non dicendo mai nulla di chiaro; tutte
queste circostanze messe insieme facevan pensare a Renzo che ci fosse sotto un
mistero diverso da quello che don Abbondio aveva voluto far credere. Stette il
giovine in forse un momento di tornare indietro, per metterlo alle strette, e
farlo parlar più chiaro; ma, alzando gli occhi, vide Perpetua che camminava
dinanzi a lui, ed entrava in un orticello pochi passi distante dalla casa. Le
diede una voce, mentre essa apriva l'uscio; studiò il passo, la raggiunse, la
ritenne sulla soglia, e, col disegno di scovar qualche cosa di più positivo, si
fermò ad attaccar discorso con essa.
- Buon
giorno, Perpetua: io speravo che oggi si sarebbe stati allegri insieme.
- Ma!
quel che Dio vuole, il mio povero Renzo.
-
Fatemi un piacere: quel benedett'uomo del signor curato m'ha impastocchiate
certe ragioni che non ho potuto ben capire: spiegatemi voi meglio perché non
può o non vuole maritarci oggi.
- Oh!
vi par egli ch'io sappia i segreti del mio padrone?
"L'ho
detto io, che c'era mistero sotto", pensò Renzo; e, per tirarlo in luce,
continuò: - via, Perpetua; siamo amici; ditemi quel che sapete, aiutate un
povero figliuolo.
- Mala
cosa nascer povero, il mio caro Renzo.
- È
vero, - riprese questo, sempre più confermandosi ne' suoi sospetti; e, cercando
d'accostarsi più alla questione, - è vero, - soggiunse, - ma tocca ai preti a
trattar male co' poveri?
-
Sentite, Renzo; io non posso dir niente, perché... non so niente; ma quello che
vi posso assicurare è che il mio padrone non vuol far torto, né a voi né a
nessuno; e lui non ci ha colpa.
- Chi è
dunque che ci ha colpa? - domandò Renzo, con un cert'atto trascurato, ma col
cuor sospeso, e con l'orecchio all'erta.
-
Quando vi dico che non so niente... In difesa del mio padrone, posso parlare;
perché mi fa male sentire che gli si dia carico di voler far dispiacere a
qualcheduno. Pover'uomo! se pecca, è per troppa bontà. C'è bene a questo mondo
de' birboni, de' prepotenti, degli uomini senza timor di Dio...
"Prepotenti!
birboni! - pensò Renzo: - questi non sono i superiori". - Via, - disse
poi, nascondendo a stento l'agitazione crescente, - via, ditemi chi è.
- Ah!
voi vorreste farmi parlare; e io non posso parlare, perché... non so niente:
quando non so niente, è come se avessi giurato di tacere. Potreste darmi la
corda, che non mi cavereste nulla di bocca. Addio; è tempo perduto per tutt'e
due -. Così dicendo, entrò in fretta nell'orto, e chiuse l'uscio. Renzo,
rispostole con un saluto, tornò indietro pian piano, per non farla accorgere
del cammino che prendeva; ma, quando fu fuor del tiro dell'orecchio della buona
donna, allungò il passo; in un momento fu all'uscio di don Abbondio; entrò,
andò diviato al salotto dove l'aveva lasciato, ve lo trovò, e corse verso lui,
con un fare ardito, e con gli occhi stralunati.
- Eh!
eh! che novità è questa? - disse don Abbondio.
- Chi è
quel prepotente, - disse Renzo, con la voce d'un uomo ch'è risoluto d'ottenere
una risposta precisa, - chi è quel prepotente che non vuol ch'io sposi Lucia?
- Che?
che? che? - balbettò il povero sorpreso, con un volto fatto in un istante
bianco e floscio, come un cencio che esca del bucato. E, pur brontolando,
spiccò un salto dal suo seggiolone, per lanciarsi all'uscio. Ma Renzo, che
doveva aspettarsi quella mossa, e stava all'erta, vi balzò prima di lui, girò
la chiave, e se la mise in tasca.
- Ah!
ah! parlerà ora, signor curato? Tutti sanno i fatti miei, fuori di me. Voglio
saperli, per bacco, anch'io. Come si chiama colui?
-
Renzo! Renzo! per carità, badate a quel che fate; pensate all'anima vostra.
- Penso
che lo voglio saper subito, sul momento -. E, così dicendo, mise, forse senza
avvedersene, la mano sul manico del coltello che gli usciva dal taschino.
-
Misericordia! - esclamò con voce fioca don Abbondio.
- Lo
voglio sapere.
- Chi
v'ha detto...
- No,
no; non più fandonie. Parli chiaro e subito.
- Mi
volete morto?
-
Voglio sapere ciò che ho ragion di sapere.
- Ma se
parlo, son morto. Non m'ha da premere la mia vita?
-
Dunque parli. Quel "dunque" fu proferito con una tale energia,
l'aspetto di Renzo divenne così minaccioso, che don Abbondio non poté più
nemmen supporre la possibilità di disubbidire.
- Mi
promettete, mi giurate, - disse - di non parlarne con nessuno, di non dir
mai...?
- Le
prometto che fo uno sproposito, se lei non mi dice subito subito il nome di
colui.
A quel
nuovo scongiuro, don Abbondio, col volto, e con lo sguardo di chi ha in bocca
le tanaglie del cavadenti, proferì: - don...
- Don?
- ripeté Renzo, come per aiutare il paziente a buttar fuori il resto; e stava
curvo, con l'orecchio chino sulla bocca di lui, con le braccia tese, e i pugni
stretti all'indietro.
- Don
Rodrigo! - pronunziò in fretta il forzato, precipitando quelle poche sillabe, e
strisciando le consonanti, parte per il turbamento, parte perché, rivolgendo
pure quella poca attenzione che gli rimaneva libera, a fare una transazione tra
le due paure, pareva che volesse sottrarre e fare scomparir la parola, nel
punto stesso ch'era costretto a metterla fuori.
- Ah
cane! - urlò Renzo. - E come ha fatto? Cosa le ha detto per...?
- Come
eh? come? - rispose, con voce quasi sdegnosa, don Abbondio, il quale, dopo un
così gran sagrifizio, si sentiva in certo modo divenuto creditore. - Come eh?
Vorrei che la fosse toccata a voi, come è toccata a me, che non c'entro per
nulla; che certamente non vi sarebber rimasti tanti grilli in capo -. E qui si
fece a dipinger con colori terribili il brutto incontro; e, nel discorrere,
accorgendosi sempre più d'una gran collera che aveva in corpo, e che fin allora
era stata nascosta e involta nella paura, e vedendo nello stesso tempo che
Renzo, tra la rabbia e la confusione, stava immobile, col capo basso, continuò
allegramente: - avete fatta una bella azione! M'avete reso un bel servizio! Un
tiro di questa sorte a un galantuomo, al vostro curato! in casa sua! in luogo
sacro! Avete fatta una bella prodezza! Per cavarmi di bocca il mio malanno, il
vostro malanno! ciò ch'io vi nascondevo per prudenza, per vostro bene! E ora
che lo sapete? Vorrei vedere che mi faceste...! Per amor del cielo! Non si
scherza. Non si tratta di torto o di ragione; si tratta di forza. E quando,
questa mattina, vi davo un buon parere... eh! subito nelle furie. Io avevo
giudizio per me e per voi; ma come si fa? Aprite almeno; datemi la mia chiave.
- Posso
aver fallato, - rispose Renzo, con voce raddolcita verso don Abbondio, ma nella
quale si sentiva il furore contro il nemico scoperto: - posso aver fallato; ma
si metta la mano al petto, e pensi se nel mio caso...
Così
dicendo, s'era levata la chiave di tasca, e andava ad aprire. Don Abbondio gli
andò dietro, e, mentre quegli girava la chiave nella toppa, se gli accostò, e,
con volto serio e ansioso, alzandogli davanti agli occhi le tre prime dita
della destra, come per aiutarlo anche lui dal canto suo, - giurate almeno... -
gli disse.
- Posso
aver fallato; e mi scusi, - rispose Renzo, aprendo, e disponendosi ad uscire.
-
Giurate... - replicò don Abbondio, afferrandogli il braccio con la mano
tremante.
- Posso
aver fallato, - ripeté Renzo, sprigionandosi da lui; e partì in furia,
troncando così la questione, che, al pari d'una questione di letteratura o di
filosofia o d'altro, avrebbe potuto durar dei secoli, giacché ognuna delle
parti non faceva che replicare il suo proprio argomento.
-
Perpetua! Perpetua! - gridò don Abbondio, dopo avere invano richiamato il
fuggitivo. Perpetua non risponde: don Abbondio non sapeva più in che mondo si
fosse.
È
accaduto più d'una volta a personaggi di ben più alto affare che don Abbondio,
di trovarsi in frangenti così fastidiosi, in tanta incertezza di partiti, che
parve loro un ottimo ripiego mettersi a letto con la febbre. Questo ripiego,
egli non lo dovette andare a cercare, perché gli si offerse da sé. La paura del
giorno avanti, la veglia angosciosa della notte, la paura avuta in quel
momento, l'ansietà dell'avvenire, fecero l'effetto. Affannato e balordo, si
ripose sul suo seggiolone, cominciò a sentirsi qualche brivido nell'ossa, si
guardava le unghie sospirando, e chiamava di tempo in tempo, con voce
tremolante e stizzosa: - Perpetua! - La venne finalmente, con un gran cavolo
sotto il braccio, e con la faccia tosta, come se nulla fosse stato. Risparmio
al lettore i lamenti, le condoglianze, le accuse, le difese, i "voi sola
potete aver parlato", e i "non ho parlato", tutti i pasticci in
somma di quel colloquio. Basti dire che don Abbondio ordinò a Perpetua di
metter la stanga all'uscio, di non aprir più per nessuna cagione, e, se alcun
bussasse, risponder dalla finestra che il curato era andato a letto con la
febbre. Salì poi lentamente le scale, dicendo, ogni tre scalini, - son servito
-; e si mise davvero a letto, dove lo lasceremo.
Renzo
intanto camminava a passi infuriati verso casa, senza aver determinato quel che
dovesse fare, ma con una smania addosso di far qualcosa di strano e di
terribile. I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque modo,
fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del
pervertimento ancora a cui portano gli animi degli offesi. Renzo era un giovine
pacifico e alieno dal sangue, un giovine schietto e nemico d'ogni insidia; ma,
in que' momenti, il suo cuore non batteva che per l'omicidio, la sua mente non
era occupata che a fantasticare un tradimento. Avrebbe voluto correre alla casa
di don Rodrigo, afferrarlo per il collo, e... ma gli veniva in mente ch'era come
una fortezza, guarnita di bravi al di dentro, e guardata al di fuori; che i
soli amici e servitori ben conosciuti v'entravan liberamente, senza essere
squadrati da capo a piedi; che un artigianello sconosciuto non vi
potrebb'entrare senza un esame, e ch'egli sopra tutto... egli vi sarebbe forse
troppo conosciuto. Si figurava allora di prendere il suo schioppo,
d'appiattarsi dietro una siepe, aspettando se mai, se mai colui venisse a
passar solo; e, internandosi, con feroce compiacenza, in quell'immaginazione,
si figurava di sentire una pedata, quella pedata, d'alzar chetamente la testa;
riconosceva lo scellerato, spianava lo schioppo, prendeva la mira, sparava, lo
vedeva cadere e dare i tratti, gli lanciava una maledizione, e correva sulla
strada del confine a mettersi in salvo. "E Lucia?" Appena questa
parola si fu gettata a traverso di quelle bieche fantasie, i migliori pensieri
a cui era avvezza la mente di Renzo, v'entrarono in folla. Si rammentò degli
ultimi ricordi de' suoi parenti, si rammentò di Dio, della Madonna e de' santi,
pensò alla consolazione che aveva tante volte provata di trovarsi senza
delitti, all'orrore che aveva tante volte provato al racconto d'un omicidio; e
si risvegliò da quel sogno di sangue, con ispavento, con rimorso, e insieme con
una specie di gioia di non aver fatto altro che immaginare. Ma il pensiero di
Lucia, quanti pensieri tirava seco! Tante speranze, tante promesse, un avvenire
così vagheggiato, e così tenuto sicuro, e quel giorno così sospirato! E come,
con che parole annunziarle una tal nuova? E poi, che partito prendere? Come
farla sua, a dispetto della forza di quell'iniquo potente? E insieme a tutto
questo, non un sospetto formato, ma un'ombra tormentosa gli passava per la
mente. Quella soverchieria di don Rodrigo non poteva esser mossa che da una
brutale passione per Lucia. E Lucia? Che avesse data a colui la più piccola
occasione, la più leggiera lusinga, non era un pensiero che potesse fermarsi un
momento nella testa di Renzo. Ma n'era informata? Poteva colui aver concepita
quell'infame passione, senza che lei se n'avvedesse? Avrebbe spinte le cose
tanto in là, prima d'averla tentata in qualche modo? E Lucia non ne aveva mai
detta una parola a lui! al suo promesso!
Dominato
da questi pensieri, passò davanti a casa sua, ch'era nel mezzo del villaggio,
e, attraversatolo, s'avviò a quella di Lucia, ch'era in fondo, anzi un po'
fuori. Aveva quella casetta un piccolo cortile dinanzi, che la separava dalla
strada, ed era cinto da un murettino. Renzo entrò nel cortile, e sentì un misto
e continuo ronzìo che veniva da una stanza di sopra. S'immaginò che sarebbero
amiche e comari, venute a far corteggio a Lucia; e non si volle mostrare a quel
mercato, con quella nuova in corpo e sul volto. Una fanciulletta che si trovava
nel cortile, gli corse incontro gridando: - lo sposo! lo sposo!
-
Zitta, Bettina, zitta! - disse Renzo. - Vien qua; va' su da Lucia, tirala in
disparte, e dille all'orecchio... ma che nessun senta, né sospetti di nulla,
ve'... dille che ho da parlarle, che l'aspetto nella stanza terrena, e che
venga subito -. La fanciulletta salì in fretta le scale, lieta e superba
d'avere una commission segreta da eseguire.
Lucia
usciva in quel momento tutta attillata dalle mani della madre. Le amiche si
rubavano la sposa, e le facevan forza perché si lasciasse vedere; e lei
s'andava schermendo, con quella modestia un po' guerriera delle contadine,
facendosi scudo alla faccia col gomito, chinandola sul busto, e aggrottando i
lunghi e neri sopraccigli, mentre però la bocca s'apriva al sorriso. I neri e
giovanili capelli, spartiti sopra la fronte, con una bianca e sottile
dirizzatura, si ravvolgevan, dietro il capo, in cerchi moltiplici di trecce,
trapassate da lunghi spilli d'argento, che si dividevano all'intorno, quasi a
guisa de' raggi d'un'aureola, come ancora usano le contadine nel Milanese.
Intorno al collo aveva un vezzo di granati alternati con bottoni d'oro a
filigrana: portava un bel busto di broccato a fiori, con le maniche separate e
allacciate da bei nastri: una corta gonnella di filaticcio di seta, a pieghe
fitte e minute, due calze vermiglie, due pianelle, di seta anch'esse, a ricami.
Oltre a questo, ch'era l'ornamento particolare del giorno delle nozze, Lucia
aveva quello quotidiano d'una modesta bellezza, rilevata allora e accresciuta
dalle varie affezioni che le si dipingevan sul viso: una gioia temperata da un
turbamento leggiero, quel placido accoramento che si mostra di quand'in quando
sul volto delle spose, e, senza scompor la bellezza, le dà un carattere particolare.
La piccola Bettina si cacciò nel crocchio, s'accostò a Lucia, le fece intendere
accortamente che aveva qualcosa da comunicarle, e le disse la sua parolina
all'orecchio.
- Vo un
momento, e torno, - disse Lucia alle donne; e scese in fretta. Al veder la
faccia mutata, e il portamento inquieto di Renzo, - cosa c'è? - disse, non
senza un presentimento di terrore.
-
Lucia! - rispose Renzo, - per oggi, tutto è a monte; e Dio sa quando potremo
esser marito e moglie.
- Che?
- disse Lucia tutta smarrita. Renzo le raccontò brevemente la storia di quella
mattina: ella ascoltava con angoscia: e quando udì il nome di don Rodrigo, -
ah! - esclamò, arrossendo e tremando, - fino a questo segno!
-
Dunque voi sapevate...? - disse Renzo.
- Pur
troppo! - rispose Lucia; - ma a questo segno!
- Che
cosa sapevate?
- Non
mi fate ora parlare, non mi fate piangere. Corro a chiamar mia madre, e a
licenziar le donne: bisogna che siam soli.
Mentre
ella partiva, Renzo sussurrò: - non m'avete mai detto niente.
- Ah,
Renzo! - rispose Lucia, rivolgendosi un momento, senza fermarsi. Renzo intese
benissimo che il suo nome pronunziato in quel momento, con quel tono, da Lucia,
voleva dire: potete voi dubitare ch'io abbia taciuto se non per motivi giusti e
puri?
Intanto
la buona Agnese (così si chiamava la madre di Lucia), messa in sospetto e in
curiosità dalla parolina all'orecchio, e dallo sparir della figlia, era discesa
a veder cosa c'era di nuovo. La figlia la lasciò con Renzo, tornò alle donne
radunate, e, accomodando l'aspetto e la voce, come poté meglio, disse: - il
signor curato è ammalato; e oggi non si fa nulla -. Ciò detto, le salutò tutte
in fretta, e scese di nuovo.
Le
donne sfilarono, e si sparsero a raccontar l'accaduto. Due o tre andaron fin
all'uscio del curato, per verificar se era ammalato davvero.
- Un
febbrone, - rispose Perpetua dalla finestra; e la trista parola, riportata
all'altre, troncò le congetture che già cominciavano a brulicar ne' loro
cervelli, e ad annunziarsi tronche e misteriose ne' loro discorsi.
Lucia
entrò nella stanza terrena, mentre Renzo stava angosciosamente informando
Agnese, la quale angosciosamente lo ascoltava. Tutt'e due si volsero a chi ne
sapeva più di loro, e da cui aspettavano uno schiarimento, il quale non poteva
essere che doloroso: tutt'e due, lasciando travedere, in mezzo al dolore, e con
l'amore diverso che ognun d'essi portava a Lucia, un cruccio pur diverso perché
avesse taciuto loro qualche cosa, e una tal cosa. Agnese, benché ansiosa di
sentir parlare la figlia, non poté tenersi di non farle un rimprovero. - A tua
madre non dir niente d'una cosa simile!
- Ora
vi dirò tutto, - rispose Lucia, asciugandosi gli occhi col grembiule.
-
Parla, parla! - Parlate, parlate! - gridarono a un tratto la madre e lo sposo.
-
Santissima Vergine! - esclamò Lucia: - chi avrebbe creduto che le cose
potessero arrivare a questo segno! - E, con voce rotta dal pianto, raccontò
come, pochi giorni prima, mentre tornava dalla filanda, ed era rimasta indietro
dalle sue compagne, le era passato innanzi don Rodrigo, in compagnia d'un altro
signore; che il primo aveva cercato di trattenerla con chiacchiere, com'ella
diceva, non punto belle; ma essa, senza dargli retta, aveva affrettato il
passo, e raggiunte le compagne; e intanto aveva sentito quell'altro signore
rider forte, e don Rodrigo dire: scommettiamo. Il giorno dopo, coloro s'eran
trovati ancora sulla strada; ma Lucia era nel mezzo delle compagne, con gli
occhi bassi; e l'altro signore sghignazzava, e don Rodrigo diceva: vedremo,
vedremo. - Per grazia del cielo, - continuò Lucia, - quel giorno era l'ultimo
della filanda. Io raccontai subito...
- A chi
hai raccontato? - domandò Agnese, andando incontro, non senza un po' di sdegno,
al nome del confidente preferito.
- Al
padre Cristoforo, in confessione, mamma, - rispose Lucia, con un accento soave
di scusa. - Gli raccontai tutto, l'ultima volta che siamo andate insieme alla
chiesa del convento: e, se vi ricordate, quella mattina, io andava mettendo
mano ora a una cosa, ora a un'altra, per indugiare, tanto che passasse altra
gente del paese avviata a quella volta, e far la strada in compagnia con loro;
perché, dopo quell'incontro, le strade mi facevan tanta paura...
Al nome
riverito del padre Cristoforo, lo sdegno d'Agnese si raddolcì. - Hai fatto bene,
- disse, - ma perché non raccontar tutto anche a tua madre?
Lucia
aveva avute due buone ragioni: l'una, di non contristare né spaventare la buona
donna, per cosa alla quale essa non avrebbe potuto trovar rimedio; l'altra, di
non metter a rischio di viaggiar per molte bocche una storia che voleva essere
gelosamente sepolta: tanto più che Lucia sperava che le sue nozze avrebber
troncata, sul principiare, quell'abbominata persecuzione. Di queste due ragioni
però, non allegò che la prima.
- E a
voi, - disse poi, rivolgendosi a Renzo, con quella voce che vuol far
riconoscere a un amico che ha avuto torto: - e a voi doveva io parlar di
questo? Pur troppo lo sapete ora!
- E che
t'ha detto il padre? - domandò Agnese.
- M'ha
detto che cercassi d'affrettar le nozze il più che potessi, e intanto stessi
rinchiusa; che pregassi bene il Signore; e che sperava che colui, non
vedendomi, non si curerebbe più di me. E fu allora che mi sforzai, - proseguì,
rivolgendosi di nuovo a Renzo, senza alzargli però gli occhi in viso, e
arrossendo tutta, - fu allora che feci la sfacciata, e che vi pregai io che
procuraste di far presto, e di concludere prima del tempo che s'era stabilito.
Chi sa cosa avrete pensato di me! Ma io facevo per bene, ed ero stata
consigliata, e tenevo per certo... e questa mattina, ero tanto lontana da
pensare... - Qui le parole furon troncate da un violento scoppio di pianto.
- Ah
birbone! ah dannato! ah assassino! - gridava Renzo, correndo innanzi e indietro
per la stanza, e stringendo di tanto in tanto il manico del suo coltello.
- Oh
che imbroglio, per amor di Dio! - esclamava Agnese. Il giovine si fermò
d'improvviso davanti a Lucia che piangeva; la guardò con un atto di tenerezza
mesta e rabbiosa, e disse: - questa è l'ultima che fa quell'assassino.
- Ah! no,
Renzo, per amor del cielo! - gridò Lucia. - No, no, per amor del cielo! Il
Signore c'è anche per i poveri; e come volete che ci aiuti, se facciam del
male?
- No,
no, per amor del cielo! - ripeteva Agnese.
-
Renzo, - disse Lucia, con un'aria di speranza e di risoluzione più tranquilla:
- voi avete un mestiere, e io so lavorare: andiamo tanto lontano, che colui non
senta più parlar di noi.
- Ah
Lucia! e poi? Non siamo ancora marito e moglie! Il curato vorrà farci la fede
di stato libero? Un uomo come quello? Se fossimo maritati, oh allora...!
Lucia
si rimise a piangere; e tutt'e tre rimasero in silenzio, e in un abbattimento
che faceva un tristo contrapposto alla pompa festiva de' loro abiti.
-
Sentite, figliuoli; date retta a me, - disse, dopo qualche momento, Agnese. -
Io son venuta al mondo prima di voi; e il mondo lo conosco un poco. Non bisogna
poi spaventarsi tanto: il diavolo non è brutto quanto si dipinge. A noi
poverelli le matasse paion più imbrogliate, perché non sappiam trovarne il
bandolo; ma alle volte un parere, una parolina d'un uomo che abbia studiato...
so ben io quel che voglio dire. Fate a mio modo, Renzo; andate a Lecco; cercate
del dottor Azzecca-garbugli, raccontategli... Ma non lo chiamate così, per amor
del cielo: è un soprannome. Bisogna dire il signor dottor... Come si chiama,
ora? Oh to'! non lo so il nome vero: lo chiaman tutti a quel modo. Basta,
cercate di quel dottore alto, asciutto, pelato, col naso rosso, e una voglia di
lampone sulla guancia.
- Lo
conosco di vista, - disse Renzo.
- Bene,
- continuò Agnese: - quello è una cima d'uomo! Ho visto io più d'uno ch'era più
impicciato che un pulcin nella stoppa, e non sapeva dove batter la testa, e,
dopo essere stato un'ora a quattr'occhi col dottor Azzecca-garbugli (badate
bene di non chiamarlo così!), l'ho visto, dico, ridersene. Pigliate quei
quattro capponi, poveretti! a cui dovevo tirare il collo, per il banchetto di
domenica, e portateglieli; perché non bisogna mai andar con le mani vote da
que' signori. Raccontategli tutto l'accaduto; e vedrete che vi dirà, su due
piedi, di quelle cose che a noi non verrebbero in testa, a pensarci un anno.
Renzo
abbracciò molto volentieri questo parere; Lucia l'approvò; e Agnese, superba
d'averlo dato, levò, a una a una, le povere bestie dalla stìa, riunì le loro
otto gambe, come se facesse un mazzetto di fiori, le avvolse e le strinse con
uno spago, e le consegnò in mano a Renzo; il quale, date e ricevute parole di
speranza, uscì dalla parte dell'orto, per non esser veduto da' ragazzi, che gli
correrebber dietro, gridando: lo sposo! lo sposo! Così, attraversando i campi
o, come dicon colà, i luoghi, se n'andò per viottole, fremendo, ripensando alla
sua disgrazia, e ruminando il discorso da fare al dottor Azzecca-garbugli.
Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere
bestie, così legate e tenute per le zampe, a capo all'in giù, nella mano d'un
uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che
gli passavan a tumulto per la mente. Ora stendeva il braccio per collera, ora
l'alzava per disperazione, ora lo dibatteva in aria, come per minaccia, e, in
tutti i modi, dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste
spenzolate; le quali intanto s'ingegnavano a beccarsi l'una con l'altra, come
accade troppo sovente tra compagni di sventura.
Giunto
al borgo, domandò dell'abitazione del dottore; gli fu indicata, e v'andò.
All'entrare, si sentì preso da quella suggezione che i poverelli illetterati
provano in vicinanza d'un signore e d'un dotto, e dimenticò tutti i discorsi
che aveva preparati; ma diede un'occhiata ai capponi, e si rincorò. Entrato in
cucina, domandò alla serva se si poteva parlare al signor dottore. Adocchiò
essa le bestie, e, come avvezza a somiglianti doni, mise loro le mani addosso,
quantunque Renzo andasse tirando indietro, perché voleva che il dottore vedesse
e sapesse ch'egli portava qualche cosa. Capitò appunto mentre la donna diceva:
- date qui, e andate innanzi -. Renzo fece un grande inchino: il dottore l'accolse
umanamente, con un - venite, figliuolo, - e lo fece entrar con sé nello studio.
Era questo uno stanzone, su tre pareti del quale eran distribuiti i ritratti
de' dodici Cesari; la quarta, coperta da un grande scaffale di libri vecchi e
polverosi: nel mezzo, una tavola gremita d'allegazioni, di suppliche, di
libelli, di gride, con tre o quattro seggiole all'intorno, e da una parte un
seggiolone a braccioli, con una spalliera alta e quadrata, terminata agli
angoli da due ornamenti di legno, che s'alzavano a foggia di corna, coperta di
vacchetta, con grosse borchie, alcune delle quali, cadute da gran tempo,
lasciavano in libertà gli angoli della copertura, che s'accartocciava qua e là.
Il dottore era in veste da camera, cioè coperto d'una toga ormai consunta, che
gli aveva servito, molt'anni addietro, per perorare, ne' giorni d'apparato,
quando andava a Milano, per qualche causa d'importanza. Chiuse l'uscio, e fece
animo al giovine, con queste parole: - figliuolo, ditemi il vostro caso.
-
Vorrei dirle una parola in confidenza.
- Son
qui, - rispose il dottore: - parlate -. E s'accomodò sul seggiolone. Renzo,
ritto davanti alla tavola, con una mano nel cocuzzolo del cappello, che faceva
girar con l'altra, ricominciò: - vorrei sapere da lei che ha studiato...
- Ditemi
il fatto come sta, - interruppe il dottore.
- Lei
m'ha da scusare: noi altri poveri non sappiamo parlar bene. Vorrei dunque
sapere...
-
Benedetta gente! siete tutti così: in vece di raccontar il fatto, volete
interrogare, perché avete già i vostri disegni in testa.
- Mi
scusi, signor dottore. Vorrei sapere se, a minacciare un curato, perché non
faccia un matrimonio, c'è penale.
"Ho
capito", disse tra sé il dottore, che in verità non aveva capito. "Ho
capito". E subito si fece serio, ma d'una serietà mista di compassione e
di premura; strinse fortemente le labbra, facendone uscire un suono
inarticolato che accennava un sentimento, espresso poi più chiaramente nelle
sue prime parole. - Caso serio, figliuolo; caso contemplato. Avete fatto bene a
venir da me. È un caso chiaro, contemplato in cento gride, e... appunto, in una
dell'anno scorso, dell'attuale signor governatore. Ora vi fo vedere, e toccar
con mano.
Così
dicendo, s'alzò dal suo seggiolone, e cacciò le mani in quel caos di carte,
rimescolandole dal sotto in su, come se mettesse grano in uno staio.
- Dov'è
ora? Vien fuori, vien fuori. Bisogna aver tante cose alle mani! Ma la dev'esser
qui sicuro, perché è una grida d'importanza. Ah! ecco, ecco -. La prese, la
spiegò, guardò alla data, e, fatto un viso ancor più serio, esclamò: - il 15
d'ottobre 1627! Sicuro; è dell'anno passato: grida fresca; son quelle che fanno
più paura. Sapete leggere, figliuolo?
- Un
pochino, signor dottore.
- Bene,
venitemi dietro con l'occhio, e vedrete. E, tenendo la grida sciorinata in
aria, cominciò a leggere, borbottando a precipizio in alcuni passi, e
fermandosi distintamente, con grand'espressione, sopra alcuni altri, secondo il
bisogno:
- Se
bene, per la grida pubblicata d'ordine del signor Duca di Feria ai 14 di
dicembre 1620, et confirmata dall'lllustriss. et Eccellentiss. Signore il
Signor Gonzalo Fernandez de Cordova, eccetera, fu con rimedii
straordinarii e rigorosi provvisto alle oppressioni, concussioni et atti
tirannici che alcuni ardiscono di commettere contro questi Vassalli tanto
divoti di S. M., ad ogni modo la frequenza degli eccessi, e la malitia,
eccetera, è cresciuta a segno, che ha posto in necessità l'Eccell. Sua,
eccetera. Onde, col parere del Senato et di una Giunta, eccetera, ha
risoluto che si pubblichi la presente.
- E
cominciando dagli atti tirannici, mostrando l'esperienza che molti, così nelle
Città, come nelle Ville... sentite? di questo Stato, con tirannide
esercitano concussioni et opprimono i più deboli in varii modi, come in operare
che si facciano contratti violenti di compre, d'affitti... eccetera: dove
sei? ah! ecco; sentite: che seguano o non seguano matrimonii. Eh?
È il
mio caso, - disse Renzo.
-
Sentite, sentite, c'è ben altro; e poi vedremo la pena. Si testifichi, o non
si testifichi; che uno si parta dal luogo dove abita, eccetera; che quello
paghi un debito; quell'altro non lo molesti, quello vada al suo molino:
tutto questo non ha che far con noi. Ah ci siamo: quel prete non faccia
quello che è obbligato per l'uficio suo, o faccia cose che non gli toccano.
Eh?
- Pare
che abbian fatta la grida apposta per me.
- Eh?
non è vero? sentite, sentite: et altre simili violenze, quali seguono da
feudatarii, nobili, mediocri, vili, et plebei. Non se ne scappa: ci son
tutti: è come la valle di Giosafat. Sentite ora la pena. Tutte queste et
altre simili male attioni, benché siano proibite, nondimeno, convenendo metter
mano a maggior rigore, S. E., per la presente, non derogando, eccetera, ordina
e comanda che contra li contravventori in qualsivoglia dei suddetti capi, o
altro simile, si proceda da tutti li giudici ordinarii di questo Stato a pena
pecuniaria e corporale, ancora di relegatione o di galera, e fino alla morte...
una piccola bagattella! all'arbitrio dell'Eccellenza Sua, o del Senato,
secondo la qualità dei casi, persone e circostanze. E questo
ir-re-mis-si-bil-mente e con ogni rigore, eccetera. Ce n'è della roba, eh?
E vedete qui le sottoscrizioni: Gonzalo Fernandez de Cordova; e più in
giù: Platonus; e qui ancora: Vidit Ferrer: non ci manca niente.
Mentre
il dottore leggeva, Renzo gli andava dietro lentamente con l'occhio, cercando
di cavar il costrutto chiaro, e di mirar proprio quelle sacrosante parole, che
gli parevano dover esser il suo aiuto. Il dottore, vedendo il nuovo cliente più
attento che atterrito, si maravigliava. "Che sia matricolato costui",
pensava tra sé. - Ah! ah! - gli disse poi: - vi siete però fatto tagliare il
ciuffo. Avete avuto prudenza: però, volendo mettervi nelle mie mani, non faceva
bisogno. Il caso è serio; ma voi non sapete quel che mi basti l'animo di fare,
in un'occasione.
Per
intender quest'uscita del dottore, bisogna sapere, o rammentarsi che, a quel
tempo, i bravi di mestiere, e i facinorosi d'ogni genere, usavan portare un
lungo ciuffo, che si tiravan poi sul volto, come una visiera, all'atto
d'affrontar qualcheduno, ne' casi in cui stimasser necessario di travisarsi, e
l'impresa fosse di quelle, che richiedevano nello stesso tempo forza e
prudenza. Le gride non erano state in silenzio su questa moda. Comanda Sua
Eccellenza (il marchese de la Hynojosa) che chi porterà i capelli di tal
lunghezza che coprano il fronte fino alli cigli esclusivamente, ovvero porterà
la trezza, o avanti o dopo le orecchie, incorra la pena di trecento scudi; et
in caso d'inhabilità, di tre anni di galera, per la prima volta, e per la
seconda, oltre la suddetta, maggiore ancora, pecuniaria et corporale,
all'arbitrio di Sua Eccellenza.
Permette
però che, per occasione di trovarsi alcuno calvo, o per altra ragionevole causa
di segnale o ferita, possano quelli tali, per maggior decoro e sanità loro,
portare i capelli tanto lunghi, quanto sia bisogno per coprire simili
mancamenti e niente di più; avvertendo bene a non eccedere il dovere e pura
necessità, per (non) incorrere nella pena agli altri contraffacienti
imposta.
E
parimente comanda a' barbieri, sotto pena di cento scudi o di tre tratti di
corda da esser dati loro in pubblico, et maggiore anco corporale, all'arbitrio
come sopra, che non lascino a quelli che toseranno, sorte alcuna di dette
trezze, zuffi, rizzi, né capelli più lunghi dell'ordinario, così nella fronte
come dalle bande, e dopo le orecchie, ma che siano tutti uguali, come sopra,
salvo nel caso dei calvi, o altri difettosi, come si è detto. Il
ciuffo era dunque quasi una parte dell'armatura, e un distintivo de' bravacci e
degli scapestrati; i quali poi da ciò vennero comunemente chiamati ciuffi.
Questo termine è rimasto e vive tuttavia, con significazione più mitigata, nel
dialetto: e non ci sarà forse nessuno de' nostri lettori milanesi, che non si
rammenti d'aver sentito, nella sua fanciullezza, o i parenti, o il maestro, o
qualche amico di casa, o qualche persona di servizio, dir di lui: è un ciuffo,
è un ciuffetto.
- In
verità, da povero figliuolo, - rispose Renzo, - io non ho mai portato ciuffo in
vita mia.
- Non
facciam niente, - rispose il dottore, scotendo il capo, con un sorriso, tra
malizioso e impaziente. - Se non avete fede in me, non facciam niente. Chi dice
le bugie al dottore, vedete figliuolo, è uno sciocco che dirà la verità al
giudice. All'avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi a
imbrogliarle. Se volete ch'io v'aiuti, bisogna dirmi tutto, dall'a fino alla
zeta, col cuore in mano, come al confessore. Dovete nominarmi la persona da cui
avete avuto il mandato: sarà naturalmente persona di riguardo; e, in questo
caso, io anderò da lui, a fare un atto di dovere. Non gli dirò, vedete, ch'io
sappia da voi, che v'ha mandato lui: fidatevi. Gli dirò che vengo ad implorar
la sua protezione, per un povero giovine calunniato. E con lui prenderò i
concerti opportuni, per finir l'affare lodevolmente. Capite bene che, salvando
sé, salverà anche voi. Se poi la scappata fosse tutta vostra, via, non mi
ritiro: ho cavato altri da peggio imbrogli... Purché non abbiate offeso persona
di riguardo, intendiamoci, m'impegno a togliervi d'impiccio: con un po' di
spesa, intendiamoci. Dovete dirmi chi sia l'offeso, come si dice: e, secondo la
condizione, la qualità e l'umore dell'amico, si vedrà se convenga più di tenerlo
a segno con le protezioni, o trovar qualche modo d'attaccarlo noi in criminale,
e mettergli una pulce nell'orecchio; perché, vedete, a saper ben maneggiare le
gride, nessuno è reo, e nessuno è innocente. In quanto al curato, se è persona
di giudizio, se ne starà zitto; se fosse una testolina, c'è rimedio anche per
quelle. D'ogni intrigo si può uscire; ma ci vuole un uomo: e il vostro caso è
serio, vi dico, serio: la grida canta chiaro; e se la cosa si deve decider tra
la giustizia e voi, così a quattr'occhi, state fresco. Io vi parlo da amico: le
scappate bisogna pagarle: se volete passarvela liscia, danari e sincerità,
fidarvi di chi vi vuol bene, ubbidire, far tutto quello che vi sarà suggerito.
Mentre
il dottore mandava fuori tutte queste parole, Renzo lo stava guardando con
un'attenzione estatica, come un materialone sta sulla piazza guardando al
giocator di bussolotti, che, dopo essersi cacciata in bocca stoppa e stoppa e
stoppa, ne cava nastro e nastro e nastro, che non finisce mai. Quand'ebbe però
capito bene cosa il dottore volesse dire, e quale equivoco avesse preso, gli
troncò il nastro in bocca, dicendo: - oh! signor dottore, come l'ha intesa? l'è
proprio tutta al rovescio. Io non ho minacciato nessuno; io non fo di queste
cose, io: e domandi pure a tutto il mio comune, che sentirà che non ho mai
avuto che fare con la giustizia. La bricconeria l'hanno fatta a me; e vengo da
lei per sapere come ho da fare per ottener giustizia; e son ben contento d'aver
visto quella grida.
-
Diavolo! - esclamò il dottore, spalancando gli occhi. - Che pasticci mi fate?
Tant'è; siete tutti così: possibile che non sappiate dirle chiare le cose?
- Ma mi
scusi; lei non m'ha dato tempo: ora le racconterò la cosa, com'è. Sappia dunque
ch'io dovevo sposare oggi, - e qui la voce di Renzo si commosse, - dovevo
sposare oggi una giovine, alla quale discorrevo, fin da quest'estate; e oggi,
come le dico, era il giorno stabilito col signor curato, e s'era disposto ogni
cosa. Ecco che il signor curato comincia a cavar fuori certe scuse... basta,
per non tediarla, io l'ho fatto parlar chiaro, com'era giusto; e lui m'ha
confessato che gli era stato proibito, pena la vita, di far questo matrimonio.
Quel prepotente di don Rodrigo...
- Eh
via! - interruppe subito il dottore, aggrottando le ciglia, aggrinzando il naso
rosso, e storcendo la bocca, - eh via! Che mi venite a rompere il capo con
queste fandonie? Fate di questi discorsi tra voi altri, che non sapete misurar
le parole; e non venite a farli con un galantuomo che sa quanto valgono.
Andate, andate; non sapete quel che vi dite: io non m'impiccio con ragazzi; non
voglio sentir discorsi di questa sorte, discorsi in aria.
- Le
giuro...
-
Andate, vi dico: che volete ch'io faccia de' vostri giuramenti? Io non c'entro:
me ne lavo le mani -. E se le andava stropicciando, come se le lavasse davvero.
- Imparate a parlare: non si viene a sorprender così un galantuomo.
- Ma
senta, ma senta, - ripeteva indarno Renzo: il dottore, sempre gridando, lo
spingeva con le mani verso l'uscio; e, quando ve l'ebbe cacciato, aprì, chiamò
la serva, e le disse: - restituite subito a quest'uomo quello che ha portato:
io non voglio niente, non voglio niente.
Quella
donna non aveva mai, in tutto il tempo ch'era stata in quella casa, eseguito un
ordine simile: ma era stato proferito con una tale risoluzione, che non esitò a
ubbidire. Prese le quattro povere bestie, e le diede a Renzo, con un'occhiata
di compassione sprezzante, che pareva volesse dire: bisogna che tu l'abbia
fatta bella. Renzo voleva far cerimonie; ma il dottore fu inespugnabile; e il
giovine, più attonito e più stizzito che mai, dovette riprendersi le vittime
rifiutate, e tornar al paese, a raccontar alle donne il bel costrutto della sua
spedizione.
Le
donne, nella sua assenza, dopo essersi tristamente levate il vestito delle
feste e messo quello del giorno di lavoro, si misero a consultar di nuovo,
Lucia singhiozzando e Agnese sospirando. Quando questa ebbe ben parlato de'
grandi effetti che si dovevano sperare dai consigli del dottore, Lucia disse che
bisognava veder d'aiutarsi in tutte le maniere; che il padre Cristoforo era
uomo non solo da consigliare, ma da metter l'opera sua, quando si trattasse di
sollevar poverelli; e che sarebbe una gran bella cosa potergli far sapere ciò
ch'era accaduto. - Sicuro, - disse Agnese: e si diedero a cercare insieme la
maniera; giacché andar esse al convento, distante di là forse due miglia, non
se ne sentivano il coraggio, in quel giorno: e certo nessun uomo di giudizio
gliene avrebbe dato il parere. Ma, nel mentre che bilanciavano i partiti, si
sentì un picchietto all'uscio, e, nello stesso momento, un sommesso ma distinto
- Deo gratias -. Lucia, immaginandosi chi poteva essere, corse ad
aprire; e subito, fatto un piccolo inchino famigliare, venne avanti un laico cercatore
cappuccino, con la sua bisaccia pendente alla spalla sinistra, e tenendone
l'imboccatura attortigliata e stretta nelle due mani sul petto.
- Oh
fra Galdino! - dissero le due donne.
- Il
Signore sia con voi, - disse il frate. - Vengo alla cerca delle noci.
- Va' a
prender le noci per i padri, - disse Agnese. Lucia s'alzò, e s'avviò all'altra
stanza, ma, prima d'entrarvi, si trattenne dietro le spalle di fra Galdino, che
rimaneva diritto nella medesima positura; e, mettendo il dito alla bocca, diede
alla madre un'occhiata che chiedeva il segreto, con tenerezza, con
supplicazione, e anche con una certa autorità.
Il
cercatore, sbirciando Agnese così da lontano, disse: - e questo matrimonio? Si
doveva pur fare oggi: ho veduto nel paese una certa confusione, come se ci
fosse una novità. Cos'è stato?
- Il
signor curato è ammalato, e bisogna differire, - rispose in fretta la donna. Se
Lucia non faceva quel segno, la risposta sarebbe probabilmente stata diversa. -
E come va la cerca? - soggiunse poi, per mutar discorso.
- Poco
bene, buona donna, poco bene. Le son
tutte qui -. E, così dicendo, si levò la bisaccia d'addosso, e la fece
saltar tra le due mani. - Son tutte qui; e, per mettere insieme questa bella
abbondanza, ho dovuto picchiare a dieci porte.
- Ma!
le annate vanno scarse, fra Galdino; e, quando s'ha a misurar il pane, non si
può allargar la mano nel resto.
- E per
far tornare il buon tempo, che rimedio c'è, la mia donna? L'elemosina. Sapete
di quel miracolo delle noci, che avvenne, molt'anni sono, in quel nostro
convento di Romagna?
- No,
in verità; raccontatemelo un poco.
- Oh!
dovete dunque sapere che, in quel convento, c'era un nostro padre, il quale era
un santo, e si chiamava il padre Macario. Un giorno d'inverno, passando per una
viottola, in un campo d'un nostro benefattore, uomo dabbene anche lui, il padre
Macario vide questo benefattore vicino a un suo gran noce; e quattro contadini,
con le zappe in aria, che principiavano a scalzar la pianta, per metterle le
radici al sole. "Che fate voi a quella povera pianta?" domandò il
padre Macario. "Eh! padre, son anni e anni che la non mi vuol far noci; e
io ne faccio legna". "Lasciatela stare, disse il padre: sappiate che,
quest'anno, la farà più noci che foglie". Il benefattore, che sapeva chi
era colui che aveva detta quella parola, ordinò subito ai lavoratori, che
gettasser di nuovo la terra sulle radici; e, chiamato il padre, che continuava
la sua strada, "padre Macario, gli disse, la metà della raccolta sarà per
il convento". Si sparse la voce della predizione; e tutti correvano a
guardare il noce. In fatti, a primavera, fiori a bizzeffe, e, a suo tempo, noci
a bizzeffe. Il buon benefattore non ebbe la consolazione di bacchiarle; perché
andò, prima della raccolta, a ricevere il premio della sua carità. Ma il
miracolo fu tanto più grande, come sentirete. Quel brav'uomo aveva lasciato un
figliuolo di stampa ben diversa. Or dunque, alla raccolta, il cercatore andò
per riscotere la metà ch'era dovuta al convento; ma colui se ne fece nuovo
affatto, ed ebbe la temerità di rispondere che non aveva mai sentito dire che i
cappuccini sapessero far noci. Sapete ora cosa avvenne? Un giorno, (sentite
questa) lo scapestrato aveva invitato alcuni suoi amici dello stesso pelo, e,
gozzovigliando, raccontava la storia del noce, e rideva de' frati. Que'
giovinastri ebber voglia d'andar a vedere quello sterminato mucchio di noci; e
lui li mena su in granaio. Ma sentite: apre l'uscio, va verso il cantuccio
dov'era stato riposto il gran mucchio, e mentre dice: guardate, guarda egli
stesso e vede... che cosa? Un bel mucchio di foglie secche di noce. Fu un
esempio questo? E il convento, in vece di scapitare, ci guadagnò; perché, dopo
un così gran fatto, la cerca delle noci rendeva tanto, tanto, che un
benefattore, mosso a compassione del povero cercatore, fece al convento la
carità d'un asino, che aiutasse a portar le noci a casa. E si faceva tant'olio,
che ogni povero veniva a prenderne, secondo il suo bisogno; perché noi siam
come il mare, che riceve acqua da tutte le parti, e la torna a distribuire a
tutti i fiumi.
Qui
ricomparve Lucia, col grembiule così carico di noci, che lo reggeva a fatica,
tenendone le due cocche in alto, con le braccia tese e allungate. Mentre fra
Galdino, levatasi di nuovo la bisaccia, la metteva giù, e ne scioglieva la
bocca, per introdurvi l'abbondante elemosina, la madre fece un volto attonito e
severo a Lucia, per la sua prodigalità; ma Lucia le diede un'occhiata, che
voleva dire: mi giustificherò. Fra Galdino proruppe in elogi, in augùri, in promesse,
in ringraziamenti, e, rimessa la bisaccia al posto, s'avviava. Ma Lucia,
richiamatolo, disse: - vorrei un servizio da voi; vorrei che diceste al padre
Cristoforo, che ho gran premura di parlargli, e che mi faccia la carità di
venir da noi poverette, subito subito; perché non possiamo andar noi alla
chiesa.
- Non
volete altro? Non passerà un'ora che il padre Cristoforo saprà il vostro
desiderio.
- Mi
fido.
- Non
dubitate -. E così detto, se n'andò, un po' più curvo e più contento, di quel
che fosse venuto.
Al
vedere che una povera ragazza mandava a chiamare, con tanta confidenza, il
padre Cristoforo, e che il cercatore accettava la commissione, senza maraviglia
e senza difficoltà, nessun si pensi che quel Cristoforo fosse un frate di
dozzina, una cosa da strapazzo. Era anzi uomo di molta autorità, presso i suoi,
e in tutto il contorno; ma tale era la condizione de' cappuccini, che nulla
pareva per loro troppo basso, né troppo elevato. Servir gl'infimi, ed esser
servito da' potenti, entrar ne' palazzi e ne' tuguri, con lo stesso contegno
d'umiltà e di sicurezza, esser talvolta, nella stessa casa, un soggetto di
passatempo, e un personaggio senza il quale non si decideva nulla, chieder
l'elemosina per tutto, e farla a tutti quelli che la chiedevano al convento, a
tutto era avvezzo un cappuccino. Andando per la strada, poteva ugualmente
abbattersi in un principe che gli baciasse riverentemente la punta del cordone,
o in una brigata di ragazzacci che, fingendo d'esser alle mani tra loro,
gl'inzaccherassero la barba di fango. La parola "frate" veniva, in
que' tempi, proferita col più gran rispetto, e col più amaro disprezzo: e i
cappuccini, forse più d'ogni altr'ordine, eran oggetto de' due opposti
sentimenti, e provavano le due opposte fortune; perché, non possedendo nulla,
portando un abito più stranamente diverso dal comune, facendo più aperta
professione d'umiltà, s'esponevan più da vicino alla venerazione e al
vilipendio che queste cose possono attirare da' diversi umori, e dal diverso
pensare degli uomini.
Partito
fra Galdino, - tutte quelle noci! - esclamò Agnese: - in quest'anno!
-
Mamma, perdonatemi, - rispose Lucia; - ma, se avessimo fatta un'elemosina come
gli altri, fra Galdino avrebbe dovuto girare ancora, Dio sa quanto, prima
d'aver la bisaccia piena; Dio sa quando sarebbe tornato al convento; e, con le
ciarle che avrebbe fatte e sentite, Dio sa se gli sarebbe rimasto in mente...
- Hai
pensato bene; e poi è tutta carità che porta sempre buon frutto, - disse
Agnese, la quale, co' suoi difettucci, era una gran buona donna, e si sarebbe,
come si dice, buttata nel fuoco per quell'unica figlia, in cui aveva riposta
tutta la sua compiacenza.
In
questa, arrivò Renzo, ed entrando con un volto dispettoso insieme e
mortificato, gettò i capponi sur una tavola; e fu questa l'ultima trista
vicenda delle povere bestie, per quel giorno.
- Bel
parere che m'avete dato! - disse ad Agnese. - M'avete mandato da un buon
galantuomo, da uno che aiuta veramente i poverelli! - E raccontò il suo
abboccamento col dottore. La donna, stupefatta di così trista riuscita, voleva
mettersi a dimostrare che il parere però era buono, e che Renzo non doveva aver
saputo far la cosa come andava fatta; ma Lucia interruppe quella questione,
annunziando che sperava d'aver trovato un aiuto migliore. Renzo accolse anche
questa speranza, come accade a quelli che sono nella sventura e nell'impiccio.
- Ma, se il padre, - disse, - non ci trova un ripiego, lo troverò io, in un
modo o nell'altro.
Le
donne consigliaron la pace, la pazienza, la prudenza. - Domani, - disse Lucia,
- il padre Cristoforo verrà sicuramente; e vedrete che troverà qualche rimedio,
di quelli che noi poveretti non sappiam nemmeno immaginare.
- Lo
spero; - disse Renzo, - ma, in ogni caso, saprò farmi ragione, o farmela fare.
A questo mondo c'è giustizia finalmente.
Co'
dolorosi discorsi, e con le andate e venute che si son riferite, quel giorno
era passato; e cominciava a imbrunire.
- Buona
notte, - disse tristamente Lucia a Renzo, il quale non sapeva risolversi
d'andarsene.
- Buona
notte, - rispose Renzo, ancor più tristamente.
-
Qualche santo ci aiuterà, - replicò Lucia: - usate prudenza, e rassegnatevi.
La
madre aggiunse altri consigli dello stesso genere; e lo sposo se n'andò, col
cuore in tempesta, ripetendo sempre quelle strane parole: - a questo mondo c'è
giustizia, finalmente! - Tant'è vero che un uomo sopraffatto dal dolore non sa
più quel che si dica.
Il sole
non era ancor tutto apparso sull'orizzonte, quando il padre Cristoforo uscì dal
suo convento di Pescarenico, per salire alla casetta dov'era aspettato. È
Pescarenico una terricciola, sulla riva sinistra dell'Adda, o vogliam dire del
lago, poco discosto dal ponte: un gruppetto di case, abitate la più parte da
pescatori, e addobbate qua e là di tramagli e di reti tese ad asciugare. Il
convento era situato (e la fabbrica ne sussiste tuttavia) al di fuori, e in
faccia all'entrata della terra, con di mezzo la strada che da Lecco conduce a
Bergamo. Il cielo era tutto sereno: di mano in mano che il sole s'alzava dietro
il monte, si vedeva la sua luce, dalle sommità de' monti opposti, scendere,
come spiegandosi rapidamente, giù per i pendìi, e nella valle. Un venticello
d'autunno, staccando da' rami le foglie appassite del gelso, le portava a
cadere, qualche passo distante dall'albero. A destra e a sinistra, nelle vigne,
sui tralci ancor tesi, brillavan le foglie rosseggianti a varie tinte; e la
terra lavorata di fresco, spiccava bruna e distinta ne' campi di stoppie
biancastre e luccicanti dalla guazza. La scena era lieta; ma ogni figura d'uomo
che vi apparisse, rattristava lo sguardo e il pensiero. Ogni tanto,
s'incontravano mendichi laceri e macilenti, o invecchiati nel mestiere, o
spinti allora dalla necessità a tender la mano. Passavano zitti accanto al
padre Cristoforo, lo guardavano pietosamente, e, benché non avesser nulla a
sperar da lui, giacché un cappuccino non toccava mai moneta, gli facevano un
inchino di ringraziamento, per l'elemosina che avevan ricevuta, o che andavano
a cercare al convento. Lo spettacolo de' lavoratori sparsi ne' campi, aveva
qualcosa d'ancor più doloroso. Alcuni andavan gettando le lor semente, rade,
con risparmio, e a malincuore, come chi arrischia cosa che troppo gli preme;
altri spingevan la vanga come a stento, e rovesciavano svogliatamente la zolla.
La fanciulla scarna, tenendo per la corda al pascolo la vaccherella magra
stecchita, guardava innanzi, e si chinava in fretta, a rubarle, per cibo della
famiglia, qualche erba, di cui la fame aveva insegnato che anche gli uomini
potevan vivere. Questi spettacoli accrescevano, a ogni passo, la mestizia del
frate, il quale camminava già col tristo presentimento in cuore, d'andar a
sentire qualche sciagura.
"Ma
perché si prendeva tanto pensiero di Lucia? E perché, al primo avviso, s'era
mosso con tanta sollecitudine, come a una chiamata del padre provinciale? E chi
era questo padre Cristoforo?" Bisogna soddisfare a tutte queste domande.
Il
padre Cristoforo da *** era un uomo più vicino ai sessanta che ai
cinquant'anni. Il suo capo raso, salvo la piccola corona di capelli, che vi
girava intorno, secondo il rito cappuccinesco, s'alzava di tempo in tempo, con
un movimento che lasciava trasparire un non so che d'altero e d'inquieto; e
subito s'abbassava, per riflessione d'umiltà. La barba bianca e lunga, che gli
copriva le guance e il mento, faceva ancor più risaltare le forme rilevate
della parte superiore del volto, alle quali un'astinenza, già da gran pezzo
abituale, aveva assai più aggiunto di gravità che tolto d'espressione. Due
occhi incavati eran per lo più chinati a terra, ma talvolta sfolgoravano, con
vivacità repentina; come due cavalli bizzarri, condotti a mano da un cocchiere,
col quale sanno, per esperienza, che non si può vincerla, pure fanno, di tempo
in tempo, qualche sgambetto, che scontan subito, con una buona tirata di morso.
Il
padre Cristoforo non era sempre stato così, né sempre era stato Cristoforo: il
suo nome di battesimo era Lodovico. Era figliuolo d'un mercante di *** (questi
asterischi vengon tutti dalla circospezione del mio anonimo) che, ne' suoi
ultim'anni, trovandosi assai fornito di beni, e con quell'unico figliuolo,
aveva rinunziato al traffico, e s'era dato a viver da signore.
Nel suo
nuovo ozio, cominciò a entrargli in corpo una gran vergogna di tutto quel tempo
che aveva speso a far qualcosa in questo mondo. Predominato da una tal
fantasia, studiava tutte le maniere di far dimenticare ch'era stato mercante:
avrebbe voluto poterlo dimenticare anche lui. Ma il fondaco, le balle, il
libro, il braccio, gli comparivan sempre nella memoria, come l'ombra di Banco a
Macbeth, anche tra la pompa delle mense, e il sorriso de' parassiti. E non si
potrebbe dire la cura che dovevano aver que' poveretti, per schivare ogni
parola che potesse parere allusiva all'antica condizione del convitante. Un
giorno, per raccontarne una, un giorno, sul finir della tavola, ne' momenti
della più viva e schietta allegria, che non si sarebbe potuto dire chi più
godesse, o la brigata di sparecchiare, o il padrone d'aver apparecchiato,
andava stuzzicando, con superiorità amichevole, uno di que' commensali, il più
onesto mangiatore del mondo. Questo, per corrispondere alla celia, senza la
minima ombra di malizia, proprio col candore d'un bambino, rispose: - eh! io fo
l'orecchio del mercante -. Egli stesso fu subito colpito dal suono della parola
che gli era uscita di bocca: guardò, con faccia incerta, alla faccia del
padrone, che s'era rannuvolata: l'uno e l'altro avrebber voluto riprender
quella di prima; ma non era possibile. Gli altri convitati pensavano, ognun da
sé, al modo di sopire il piccolo scandolo, e di fare una diversione; ma,
pensando, tacevano, e, in quel silenzio, lo scandolo era più manifesto. Ognuno
scansava d'incontrar gli occhi degli altri; ognuno sentiva che tutti eran
occupati del pensiero che tutti volevan dissimulare. La gioia, per quel giorno,
se n'andò; e l'imprudente o, per parlar con più giustizia, lo sfortunato, non
ricevette più invito. Così il padre di Lodovico passò gli ultimi suoi anni in
angustie continue, temendo sempre d'essere schernito, e non riflettendo mai che
il vendere non è cosa più ridicola che il comprare, e che quella professione di
cui allora si vergognava, l'aveva pure esercitata per tant'anni, in presenza
del pubblico, e senza rimorso. Fece educare il figlio nobilmente, secondo la
condizione de' tempi, e per quanto gli era concesso dalle leggi e dalle
consuetudini; gli diede maestri di lettere e d'esercizi cavallereschi; e morì,
lasciandolo ricco e giovinetto.
Lodovico
aveva contratte abitudini signorili; e gli adulatori, tra i quali era
cresciuto, l'avevano avvezzato ad esser trattato con molto rispetto. Ma, quando
volle mischiarsi coi principali della sua città, trovò un fare ben diverso da
quello a cui era accostumato; e vide che, a voler esser della lor compagnia,
come avrebbe desiderato, gli conveniva fare una nuova scuola di pazienza e di
sommissione, star sempre al di sotto, e ingozzarne una, ogni momento. Una tal
maniera di vivere non s'accordava, né con l'educazione, né con la natura di
Lodovico. S'allontanò da essi indispettito. Ma poi ne stava lontano con
rammarico; perché gli pareva che questi veramente avrebber dovuto essere i suoi
compagni; soltanto gli avrebbe voluti più trattabili. Con questo misto
d'inclinazione e di rancore, non potendo frequentarli famigliarmente, e volendo
pure aver che far con loro in qualche modo, s'era dato a competer con loro di
sfoggi e di magnificenza, comprandosi così a contanti inimicizie, invidie e
ridicolo. La sua indole, onesta insieme e violenta, l'aveva poi imbarcato per
tempo in altre gare più serie. Sentiva un orrore spontaneo e sincero per
l'angherie e per i soprusi: orrore reso ancor più vivo in lui dalla qualità
delle persone che più ne commettevano alla giornata; ch'erano appunto coloro
coi quali aveva più di quella ruggine. Per acquietare, o per esercitare tutte
queste passioni in una volta, prendeva volentieri le parti d'un debole
sopraffatto, si piccava di farci stare un soverchiatore, s'intrometteva in una
briga, se ne tirava addosso un'altra; tanto che, a poco a poco, venne a
costituirsi come un protettor degli oppressi, e un vendicatore de' torti.
L'impiego era gravoso; e non è da domandare se il povero Lodovico avesse
nemici, impegni e pensieri. Oltre la guerra esterna, era poi tribolato
continuamente da contrasti interni; perché, a spuntarla in un impegno (senza
parlare di quelli in cui restava al di sotto), doveva anche lui adoperar
raggiri e violenze, che la sua coscienza non poteva poi approvare. Doveva
tenersi intorno un buon numero di bravacci; e, così per la sua sicurezza, come
per averne un aiuto più vigoroso, doveva scegliere i più arrischiati, cioè i
più ribaldi; e vivere co' birboni, per amor della giustizia. Tanto che, più
d'una volta, o scoraggito, dopo una trista riuscita, o inquieto per un pericolo
imminente, annoiato del continuo guardarsi, stomacato della sua compagnia, in
pensiero dell'avvenire, per le sue sostanze che se n'andavan, di giorno in
giorno, in opere buone e in braverie, più d'una volta gli era saltata la
fantasia di farsi frate; che, a que' tempi, era il ripiego più comune, per
uscir d'impicci. Ma questa, che sarebbe forse stata una fantasia per tutta la
sua vita, divenne una risoluzione, a causa d'un accidente, il più serio che gli
fosse ancor capitato.
Andava
un giorno per una strada della sua città, seguito da due bravi, e accompagnato
da un tal Cristoforo, altre volte giovine di bottega e, dopo chiusa questa,
diventato maestro di casa. Era un uomo di circa cinquant'anni, affezionato,
dalla gioventù, a Lodovico, che aveva veduto nascere, e che, tra salario e
regali, gli dava non solo da vivere, ma di che mantenere e tirar su una
numerosa famiglia. Vide Lodovico spuntar da lontano un signor tale, arrogante e
soverchiatore di professione, col quale non aveva mai parlato in vita sua, ma
che gli era cordiale nemico, e al quale rendeva, pur di cuore, il
contraccambio: giacché è uno de' vantaggi di questo mondo, quello di poter
odiare ed esser odiati, senza conoscersi. Costui, seguito da quattro bravi,
s'avanzava diritto, con passo superbo, con la testa alta, con la bocca composta
all'alterigia e allo sprezzo. Tutt'e due camminavan rasente al muro; ma
Lodovico (notate bene) lo strisciava col lato destro; e ciò, secondo una
consuetudine, gli dava il diritto (dove mai si va a ficcare il diritto!) di non
istaccarsi dal detto muro, per dar passo a chi si fosse; cosa della quale
allora si faceva gran caso. L'altro pretendeva, all'opposto, che quel diritto
competesse a lui, come a nobile, e che a Lodovico toccasse d'andar nel mezzo; e
ciò in forza d'un'altra consuetudine. Perocché, in questo, come accade in molti
altri affari, erano in vigore due consuetudini contrarie, senza che fosse
deciso qual delle due fosse la buona; il che dava opportunità di fare una
guerra, ogni volta che una testa dura s'abbattesse in un'altra della stessa
tempra. Que' due si venivano incontro, ristretti alla muraglia, come due figure
di basso rilievo ambulanti. Quando si trovarono a viso a viso, il signor tale,
squadrando Lodovico, a capo alto, col cipiglio imperioso, gli disse, in un tono
corrispondente di voce: - fate luogo.
- Fate
luogo voi, - rispose Lodovico. - La diritta è mia.
- Co'
vostri pari, è sempre mia.
- Sì,
se l'arroganza de' vostri pari fosse legge per i pari miei. I bravi dell'uno e
dell'altro eran rimasti fermi, ciascuno dietro il suo padrone, guardandosi in
cagnesco, con le mani alle daghe, preparati alla battaglia. La gente che
arrivava di qua e di là, si teneva in distanza, a osservare il fatto; e la
presenza di quegli spettatori animava sempre più il puntiglio de' contendenti.
- Nel
mezzo, vile meccanico; o ch'io t'insegno una volta come si tratta co'
gentiluomini.
- Voi
mentite ch'io sia vile.
- Tu
menti ch'io abbia mentito -. Questa risposta era di prammatica. - E, se tu
fossi cavaliere, come son io, - aggiunse quel signore, - ti vorrei far vedere,
con la spada e con la cappa, che il mentitore sei tu.
- E un
buon pretesto per dispensarvi di sostener co' fatti l'insolenza delle vostre
parole.
-
Gettate nel fango questo ribaldo, - disse il gentiluomo, voltandosi a' suoi.
-
Vediamo! - disse Lodovico, dando subitamente un passo indietro, e mettendo mano
alla spada.
-
Temerario! - gridò l'altro, sfoderando la sua: - io spezzerò questa, quando
sarà macchiata del tuo vil sangue.
Così
s'avventarono l'uno all'altro; i servitori delle due parti si slanciarono alla
difesa de' loro padroni. Il combattimento era disuguale, e per il numero, e
anche perché Lodovico mirava piùttosto a scansare i colpi, e a disarmare il
nemico, che ad ucciderlo; ma questo voleva la morte di lui, a ogni costo.
Lodovico aveva già ricevuta al braccio sinistro una pugnalata d'un bravo, e una
sgraffiatura leggiera in una guancia, e il nemico principale gli piombava
addosso per finirlo; quando Cristoforo, vedendo il suo padrone nell'estremo pericolo,
andò col pugnale addosso al signore. Questo, rivolta tutta la sua ira contro di
lui, lo passò con la spada. A quella vista, Lodovico, come fuor di sé, cacciò
la sua nel ventre del feritore, il quale cadde moribondo, quasi a un punto col
povero Cristoforo. I bravi del gentiluomo, visto ch'era finita, si diedero alla
fuga, malconci: quelli di Lodovico, tartassati e sfregiati anche loro, non
essendovi più a chi dare, e non volendo trovarsi impicciati nella gente, che
già accorreva, scantonarono dall'altra parte: e Lodovico si trovò solo, con
que' due funesti compagni ai piedi, in mezzo a una folla.
- Com'è
andata? - È uno. - Son due. - Gli ha fatto un occhiello nel ventre. - Chi è
stato ammazzato? - Quel prepotente. - Oh santa Maria, che sconquasso! - Chi
cerca trova. - Una le paga tutte. - Ha finito anche lui. - Che colpo! - Vuol
essere una faccenda seria. - E quell'altro disgraziato! - Misericordia! che
spettacolo! - Salvatelo, salvatelo. - Sta fresco anche lui. - Vedete com'è
concio! butta sangue da tutte le parti. - Scappi, scappi. Non si lasci
prendere.
Queste
parole, che più di tutte si facevan sentire nel frastono confuso di quella
folla, esprimevano il voto comune; e, col consiglio, venne anche l'aiuto. Il
fatto era accaduto vicino a una chiesa di cappuccini, asilo, come ognun sa,
impenetrabile allora a' birri, e a tutto quel complesso di cose e di persone,
che si chiamava la giustizia. L'uccisore ferito fu quivi condotto o portato
dalla folla, quasi fuor di sentimento; e i frati lo ricevettero dalle mani del
popolo, che glielo raccomandava, dicendo: - è un uomo dabbene che ha freddato
un birbone superbo: l'ha fatto per sua difesa: c'è stato tirato per i capelli.
Lodovico
non aveva mai, prima d'allora, sparso sangue; e, benché l'omicidio fosse, a que'
tempi, cosa tanto comune, che gli orecchi d'ognuno erano avvezzi a sentirlo
raccontare, e gli occhi a vederlo, pure l'impressione ch'egli ricevette dal
veder l'uomo morto per lui, e l'uomo morto da lui, fu nuova e indicibile; fu
una rivelazione di sentimenti ancora sconosciuti. Il cadere del suo nemico,
l'alterazione di quel volto, che passava, in un momento, dalla minaccia e dal
furore, all'abbattimento e alla quiete solenne della morte, fu una vista che
cambiò, in un punto, l'animo dell'uccisore. Strascinato al convento, non sapeva
quasi dove si fosse, né cosa si facesse; e, quando fu tornato in sé, si trovò
in un letto dell'infermeria, nelle mani del frate chirurgo (i cappuccini ne
avevano ordinariamente uno in ogni convento), che accomodava faldelle e fasce
sulle due ferite ch'egli aveva ricevute nello scontro. Un padre, il cui impiego
particolare era d'assistere i moribondi, e che aveva spesso avuto a render
questo servizio sulla strada, fu chiamato subito al luogo del combattimento.
Tornato, pochi minuti dopo, entrò nell'infermeria, e, avvicinatosi al letto
dove Lodovico giaceva, - consolatevi - gli disse: - almeno è morto bene, e m'ha
incaricato di chiedere il vostro perdono, e di portarvi il suo -. Questa parola
fece rinvenire affatto il povero Lodovico, e gli risvegliò più vivamente e più
distintamente i sentimenti ch'eran confusi e affollati nel suo animo: dolore
dell'amico, sgomento e rimorso del colpo che gli era uscito di mano, e, nello
stesso tempo, un'angosciosa compassione dell'uomo che aveva ucciso. - E
l'altro? - domandò ansiosamente al frate.
-
L'altro era spirato, quand'io arrivai. Frattanto, gli accessi e i contorni del
convento formicolavan di popolo curioso: ma, giunta la sbirraglia, fece smaltir
la folla, e si postò a una certa distanza dalla porta, in modo però che nessuno
potesse uscirne inosservato. Un fratello del morto, due suoi cugini e un
vecchio zio, vennero pure, armati da capo a piedi, con grande accompagnamento
di bravi; e si misero a far la ronda intorno, guardando, con aria e con atti di
dispetto minaccioso, que' curiosi, che non osavan dire: gli sta bene; ma
l'avevano scritto in viso.
Appena
Lodovico ebbe potuto raccogliere i suoi pensieri, chiamato un frate confessore,
lo pregò che cercasse della vedova di Cristoforo, le chiedesse in suo nome
perdono d'essere stato lui la cagione, quantunque ben certo involontaria, di
quella desolazione, e, nello stesso tempo, l'assicurasse ch'egli prendeva la
famiglia sopra di sé. Riflettendo quindi a' casi suoi, sentì rinascere più che mai
vivo e serio quel pensiero di farsi frate, che altre volte gli era passato per
la mente: gli parve che Dio medesimo l'avesse messo sulla strada, e datogli un
segno del suo volere, facendolo capitare in un convento, in quella congiuntura;
e il partito fu preso. Fece chiamare il guardiano, e gli manifestò il suo
desiderio. N'ebbe in risposta, che bisognava guardarsi dalle risoluzioni
precipitate; ma che, se persisteva, non sarebbe rifiutato. Allora, fatto venire
un notaro, dettò una donazione di tutto ciò che gli rimaneva (ch'era tuttavia
un bel patrimonio) alla famiglia di Cristoforo: una somma alla vedova, come se
le costituisse una contraddote, e il resto a otto figliuoli che Cristoforo
aveva lasciati.
La
risoluzione di Lodovico veniva molto a proposito per i suoi ospiti, i quali,
per cagion sua, erano in un bell'intrigo. Rimandarlo dal convento, ed esporlo
così alla giustizia, cioè alla vendetta de' suoi nemici, non era partito da
metter neppure in consulta. Sarebbe stato lo stesso che rinunziare a' propri
privilegi, screditare il convento presso il popolo, attirarsi il biasimo di
tutti i cappuccini dell'universo, per aver lasciato violare il diritto di
tutti, concitarsi contro tutte l'autorità ecclesiastiche, le quali si
consideravan come tutrici di questo diritto. Dall'altra parte, la famiglia
dell'ucciso, potente assai, e per sé, e per le sue aderenze, s'era messa al
punto di voler vendetta; e dichiarava suo nemico chiunque s'attentasse di
mettervi ostacolo. La storia non dice che a loro dolesse molto dell'ucciso, e
nemmeno che una lagrima fosse stata sparsa per lui, in tutto il parentado: dice
soltanto ch'eran tutti smaniosi d'aver nell'unghie l'uccisore, o vivo o morto.
Ora questo, vestendo l'abito di cappuccino, accomodava ogni cosa. Faceva, in
certa maniera, un'emenda, s'imponeva una penitenza, si chiamava implicitamente
in colpa, si ritirava da ogni gara; era in somma un nemico che depon l'armi. I
parenti del morto potevan poi anche, se loro piacesse, credere e vantarsi che
s'era fatto frate per disperazione, e per terrore del loro sdegno. E, ad ogni
modo, ridurre un uomo a spropriarsi del suo, a tosarsi la testa, a camminare a
piedi nudi, a dormir sur un saccone, a viver d'elemosina, poteva parere una
punizione competente, anche all'offeso il più borioso.
Il
padre guardiano si presentò, con un'umiltà disinvolta, al fratello del morto,
e, dopo mille proteste di rispetto per l'illustrissima casa, e di desiderio di
compiacere ad essa in tutto ciò che fosse fattibile, parlò del pentimento di
Lodovico, e della sua risoluzione, facendo garbatamente sentire che la casa
poteva esserne contenta, e insinuando poi soavemente, e con maniera ancor più
destra, che, piacesse o non piacesse, la cosa doveva essere. Il fratello diede
in ismanie, che il cappuccino lasciò svaporare, dicendo di tempo in tempo: - è
un troppo giusto dolore -. Fece intendere che, in ogni caso, la sua famiglia
avrebbe saputo prendersi una soddisfazione: e il cappuccino, qualunque cosa ne
pensasse, non disse di no. Finalmente richiese, impose come una condizione, che
l'uccisor di suo fratello partirebbe subito da quella città. Il guardiano, che
aveva già deliberato che questo fosse fatto, disse che si farebbe, lasciando
che l'altro credesse, se gli piaceva, esser questo un atto d'ubbidienza: e tutto
fu concluso. Contenta la famiglia, che ne usciva con onore; contenti i frati,
che salvavano un uomo e i loro privilegi, senza farsi alcun nemico; contenti i
dilettanti di cavalleria, che vedevano un affare terminarsi lodevolmente;
contento il popolo, che vedeva fuor d'impiccio un uomo ben voluto, e che, nello
stesso tempo, ammirava una conversione; contento finalmente, e più di tutti, in
mezzo al dolore, il nostro Lodovico, il quale cominciava una vita d'espiazione
e di servizio, che potesse, se non riparare, pagare almeno il mal fatto, e
rintuzzare il pungolo intollerabile del rimorso. Il sospetto che la sua
risoluzione fosse attribuita alla paura, l'afflisse un momento; ma si consolò
subito, col pensiero che anche quell'ingiusto giudizio sarebbe un gastigo per
lui, e un mezzo d'espiazione. Così, a trent'anni, si ravvolse nel sacco; e,
dovendo, secondo l'uso, lasciare il suo nome, e prenderne un altro, ne scelse
uno che gli rammentasse, ogni momento, ciò che aveva da espiare: e si chiamò
fra Cristoforo.
Appena
compita la cerimonia della vestizione, il guardiano gl'intimò che sarebbe
andato a fare il suo noviziato a ***, sessanta miglia lontano, e che partirebbe
all'indomani. Il novizio s'inchinò profondamente, e chiese una grazia. -
Permettetemi, padre, - disse, - che, prima di partir da questa città, dove ho
sparso il sangue d'un uomo, dove lascio una famiglia crudelmente offesa, io la
ristori almeno dell'affronto, ch'io mostri almeno il mio rammarico di non poter
risarcire il danno, col chiedere scusa al fratello dell'ucciso, e gli levi, se
Dio benedice la mia intenzione, il rancore dall'animo -. Al guardiano parve che
un tal passo, oltre all'esser buono in sé, servirebbe a riconciliar sempre più
la famiglia col convento; e andò diviato da quel signor fratello, ad esporgli
la domanda di fra Cristoforo. A proposta così inaspettata, colui sentì, insieme
con la maraviglia, un ribollimento di sdegno, non però senza qualche
compiacenza. Dopo aver pensato un momento, - venga domani, - disse; e assegnò
l'ora. Il guardiano tornò, a portare al novizio il consenso desiderato.
Il
gentiluomo pensò subito che, quanto più quella soddisfazione fosse solenne e
clamorosa, tanto più accrescerebbe il suo credito presso tutta la parentela, e
presso il pubblico; e sarebbe (per dirla con un'eleganza moderna) una bella
pagina nella storia della famiglia. Fece avvertire in fretta tutti i parenti
che, all'indomani, a mezzogiorno, restassero serviti (così si diceva allora) di
venir da lui, a ricevere una soddisfazione comune. A mezzogiorno, il palazzo
brulicava di signori d'ogni età e d'ogni sesso: era un girare, un rimescolarsi
di gran cappe, d'alte penne, di durlindane pendenti, un moversi librato di
gorgiere inamidate e crespe, uno strascico intralciato di rabescate zimarre. Le
anticamere, il cortile e la strada formicolavan di servitori, di paggi, di
bravi e di curiosi. Fra Cristoforo vide quell'apparecchio, ne indovinò il
motivo, e provò un leggier turbamento; ma, dopo un istante, disse tra sé:
"sta bene: l'ho ucciso in pubblico, alla presenza di tanti suoi nemici:
quello fu scandalo, questa è riparazione". Così, con gli occhi bassi, col
padre compagno al fianco, passò la porta di quella casa, attraversò il cortile,
tra una folla che lo squadrava con una curiosità poco cerimoniosa; salì le
scale, e, di mezzo all'altra folla signorile, che fece ala al suo passaggio,
seguito da cento sguardi, giunse alla presenza del padron di casa; il quale,
circondato da' parenti più prossimi, stava ritto nel mezzo della sala, con lo
sguardo a terra, e il mento in aria, impugnando, con la mano sinistra, il pomo
della spada, e stringendo con la destra il bavero della cappa sul petto.
C'è
talvolta, nel volto e nel contegno d'un uomo, un'espressione così immediata, si
direbbe quasi un'effusione dell'animo interno, che, in una folla di spettatori,
il giudizio sopra quell'animo sarà un solo. Il volto e il contegno di fra
Cristoforo disser chiaro agli astanti, che non s'era fatto frate, né veniva a
quell'umiliazione per timore umano: e questo cominciò a concigliarglieli tutti.
Quando vide l'offeso, affrettò il passo, gli si pose inginocchioni ai piedi,
incrociò le mani sul petto, e, chinando la testa rasa, disse queste parole: -
io sono l'omicida di suo fratello. Sa Iddio se vorrei restituirglielo a costo del
mio sangue; ma, non potendo altro che farle inefficaci e tarde scuse, la
supplico d'accettarle per l'amor di Dio -. Tutti gli occhi erano immobili sul
novizio, e sul personaggio a cui egli parlava; tutti gli orecchi eran tesi.
Quando fra Cristoforo tacque, s'alzò, per tutta la sala, un mormorìo di pietà e
di rispetto. Il gentiluomo, che stava in atto di degnazione forzata, e d'ira
compressa, fu turbato da quelle parole; e, chinandosi verso l'inginocchiato, -
alzatevi, - disse, con voce alterata: - l'offesa... il fatto veramente... ma
l'abito che portate... non solo questo, ma anche per voi... S'alzi, padre...
Mio fratello... non lo posso negare... era un cavaliere... era un uomo... un
po' impetuoso... un po' vivo. Ma tutto accade per disposizion di Dio. Non se ne
parli più... Ma, padre, lei non deve stare in codesta positura -. E, presolo
per le braccia, lo sollevò. Fra Cristoforo, in piedi, ma col capo chino,
rispose: - io posso dunque sperare che lei m'abbia concesso il suo perdono! E
se l'ottengo da lei, da chi non devo sperarlo? Oh! s'io potessi sentire dalla
sua bocca questa parola, perdono!
-
Perdono? - disse il gentiluomo. - Lei non ne ha più bisogno. Ma pure, poiché lo
desidera, certo, certo, io le perdono di cuore, e tutti...
-
Tutti! tutti! - gridarono, a una voce, gli astanti. Il volto del frate s'aprì a
una gioia riconoscente, sotto la quale traspariva però ancora un'umile e
profonda compunzione del male a cui la remissione degli uomini non poteva
riparare. Il gentiluomo, vinto da quell'aspetto, e trasportato dalla commozione
generale, gli gettò le braccia al collo, e gli diede e ne ricevette il bacio di
pace. Un - bravo! bene! - scoppiò da tutte le parti della sala; tutti si
mossero, e si strinsero intorno al frate. Intanto vennero servitori, con gran
copia di rinfreschi. Il gentiluomo si raccostò al nostro Cristoforo, il quale
faceva segno di volersi licenziare, e gli disse: - padre, gradisca qualche
cosa; mi dia questa prova d'amicizia -. E si mise per servirlo prima d'ogni
altro; ma egli, ritirandosi, con una certa resistenza cordiale, - queste cose,
- disse, - non fanno più per me; ma non sarà mai ch'io rifiuti i suoi doni. Io
sto per mettermi in viaggio: si degni di farmi portare un pane, perché io possa
dire d'aver goduto la sua carità, d'aver mangiato il suo pane, e avuto un segno
del suo perdono -. Il gentiluomo, commosso, ordinò che così si facesse; e venne
subito un cameriere, in gran gala, portando un pane sur un piatto d'argento, e
lo presentò al padre; il quale, presolo e ringraziato, lo mise nella sporta.
Chiese quindi licenza; e, abbracciato di nuovo il padron di casa, e tutti
quelli che, trovandosi più vicini a lui, poterono impadronirsene un momento, si
liberò da essi a fatica; ebbe a combatter nell'anticamere, per isbrigarsi da'
servitori, e anche da' bravi, che gli baciavano il lembo dell'abito, il
cordone, il cappuccio; e si trovò nella strada, portato come in trionfo, e
accompagnato da una folla di popolo, fino a una porta della città; d'onde uscì,
cominciando il suo pedestre viaggio, verso il luogo del suo noviziato.
Il
fratello dell'ucciso, e il parentado, che s'erano aspettati d'assaporare in
quel giorno la trista gioia dell'orgoglio, si trovarono in vece ripieni della
gioia serena del perdono e della benevolenza. La compagnia si trattenne ancor
qualche tempo, con una bonarietà e con una cordialità insolita, in ragionamenti
ai quali nessuno era preparato, andando là. In vece di soddisfazioni prese, di
soprusi vendicati, d'impegni spuntati, le lodi del novizio, la riconciliazione,
la mansuetudine furono i temi della conversazione. E taluno, che, per la
cinquantesima volta, avrebbe raccontato come il conte Muzio suo padre aveva
saputo, in quella famosa congiuntura, far stare a dovere il marchese Stanislao,
ch'era quel rodomonte che ognun sa, parlò in vece delle penitenze e della
pazienza mirabile d'un fra Simone, morto molt'anni prima. Partita la compagnia,
il padrone, ancor tutto commosso, riandava tra sé, con maraviglia, ciò che
aveva in teso, ciò ch'egli medesimo aveva detto; e borbottava tra i denti: -
diavolo d'un frate! - (bisogna bene che noi trascriviamo le sue precise parole)
- diavolo d'un frate! se rimaneva lì in ginocchio, ancora per qualche momento,
quasi quasi gli chiedevo scusa io, che m'abbia ammazzato il fratello -. La nostra
storia nota espressamente che, da quel giorno in poi, quel signore fu un po'
men precipitoso, e un po' più alla mano.
Il
padre Cristoforo camminava, con una consolazione che non aveva mai più provata,
dopo quel giorno terribile, ad espiare il quale tutta la sua vita doveva esser
consacrata. Il silenzio ch'era imposto a' novizi, l'osservava, senza
avvedersene, assorto com'era, nel pensiero delle fatiche, delle privazioni e
dell'umiliazioni che avrebbe sofferte, per iscontare il suo fallo. Fermandosi, all'ora
della refezione, presso un benefattore, mangiò, con una specie di voluttà, del
pane del perdono: ma ne serbò un pezzo, e lo ripose nella sporta, per tenerlo,
come un ricordo perpetuo.
Non è
nostro disegno di far la storia della sua vita claustrale: diremo soltanto che,
adempiendo, sempre con gran voglia, e con gran cura, gli ufizi che gli venivano
ordinariamente assegnati, di predicare e d'assistere i moribondi, non lasciava
mai sfuggire un'occasione d'esercitarne due altri, che s'era imposti da sé:
accomodar differenze, e proteggere oppressi. In questo genio entrava, per
qualche parte, senza ch'egli se n'avvedesse, quella sua vecchia abitudine, e un
resticciolo di spiriti guerreschi, che l'umiliazioni e le macerazioni non
avevan potuto spegner del tutto. Il suo linguaggio era abitualmente umile e
posato; ma, quando si trattasse di giustizia o di verità combattuta, l'uomo
s'animava, a un tratto, dell'impeto antico, che, secondato e modificato da
un'enfasi solenne, venutagli dall'uso del predicare, dava a quel linguaggio un
carattere singolare. Tutto il suo contegno, come l'aspetto, annunziava una
lunga guerra, tra un'indole focosa, risentita, e una volontà opposta,
abitualmente vittoriosa, sempre all'erta, e diretta da motivi e da ispirazioni
superiori. Un suo confratello ed amico, che lo conosceva bene, l'aveva una
volta paragonato a quelle parole troppo espressive nella loro forma naturale,
che alcuni, anche ben educati, pronunziano, quando la passione trabocca,
smozzicate, con qualche lettera mutata; parole che, in quel travisamento, fanno
però ricordare della loro energia primitiva.
Se una
poverella sconosciuta, nel tristo caso di Lucia, avesse chiesto l'aiuto del
padre Cristoforo, egli sarebbe corso immediatamente. Trattandosi poi di Lucia,
accorse con tanta più sollecitudine, in quanto conosceva e ammirava l'innocenza
di lei, era già in pensiero per i suoi pericoli, e sentiva un'indegnazione
santa, per la turpe persecuzione della quale era divenuta l'oggetto. Oltre di
ciò, avendola consigliata, per il meno male, di non palesar nulla, e di
starsene quieta, temeva ora che il consiglio potesse aver prodotto qualche
tristo effetto; e alla sollecitudine di carità, ch'era in lui come ingenita,
s'aggiungeva, in questo caso, quell'angustia scrupolosa che spesso tormenta i
buoni.
Ma,
intanto che noi siamo stati a raccontare i fatti del padre Cristoforo, è
arrivato, s'è affacciato all'uscio; e le donne, lasciando il manico dell'aspo
che facevan girare e stridere, si sono alzate, dicendo, a una voce: - oh padre Cristoforo!
sia benedetto!
Il qual
padre Cristoforo si fermò ritto sulla soglia, e, appena ebbe data un'occhiata
alle donne, dovette accorgersi che i suoi presentimenti non eran falsi. Onde,
con quel tono d'interrogazione che va incontro a una trista risposta, alzando
la barba con un moto leggiero della testa all'indietro, disse: - ebbene? -
Lucia rispose con uno scoppio di pianto. La madre cominciava a far le scuse
d'aver osato... ma il frate s'avanzò, e, messosi a sedere sur un panchetto a tre
piedi, troncò i complimenti, dicendo a Lucia: - quietatevi, povera figliuola. E
voi, - disse poi ad Agnese, - raccontatemi cosa c'è! - Mentre la buona donna
faceva alla meglio la sua dolorosa relazione, il frate diventava di mille
colori, e ora alzava gli occhi al cielo, ora batteva i piedi. Terminata la
storia, si coprì il volto con le mani, ed esclamò: - o Dio benedetto! fino a
quando...! - Ma, senza compir la frase, voltandosi di nuovo alle donne: -
poverette! - disse: - Dio vi ha visitate. Povera Lucia!
- Non
ci abbandonerà, padre? - disse questa, singhiozzando.
-
Abbandonarvi! - rispose. - E con che faccia potrei io chieder a Dio qualcosa
per me, quando v'avessi abbandonata? voi in questo stato! voi, ch'Egli mi
confida! Non vi perdete d'animo: Egli v'assisterà: Egli vede tutto: Egli può
servirsi anche d'un uomo da nulla come son io, per confondere un... Vediamo,
pensiamo quel che si possa fare.
Così
dicendo, appoggiò il gomito sinistro sul ginocchio, chinò la fronte nella
palma, e con la destra strinse la barba e il mento, come per tener ferme e
unite tutte le potenze dell'animo. Ma la più attenta considerazione non serviva
che a fargli scorgere più distintamente quanto il caso fosse pressante e
intrigato, e quanto scarsi, quanto incerti e pericolosi i ripieghi.
"Mettere un po' di vergogna a don Abbondio, e fargli sentire quanto manchi
al suo dovere? Vergogna e dovere sono un nulla per lui, quando ha paura. E
fargli paura? Che mezzi ho io mai di fargliene una che superi quella che ha
d'una schioppettata? Informar di tutto il cardinale arcivescovo, e invocar la
sua autorità? Ci vuol tempo: e intanto? e poi? Quand'anche questa povera
innocente fosse maritata, sarebbe questo un freno per quell'uomo? Chi sa a qual
segno possa arrivare?... E resistergli? Come? Ah! se potessi, pensava il povero
frate, se potessi tirar dalla mia i miei frati di qui, que' di Milano! Ma! non
è un affare comune; sarei abbandonato. Costui fa l'amico del convento, si
spaccia per partigiano de' cappuccini: e i suoi bravi non son venuti più d'una
volta a ricoverarsi da noi? Sarei solo in ballo; mi buscherei anche
dell'inquieto, dell'imbroglione, dell'accattabrighe; e, quel ch'è più, potrei
fors'anche, con un tentativo fuor di tempo, peggiorar la condizione di questa
poveretta". Contrappesato il pro e il contro di questo e di quel partito,
il migliore gli parve d'affrontar don Rodrigo stesso, tentar di smoverlo dal
suo infame proposito, con le preghiere, coi terrori dell'altra vita, anche di
questa, se fosse possibile. Alla peggio, si potrebbe almeno conoscere, per
questa via, più distintamente quanto colui fosse ostinato nel suo sporco
impegno, scoprir di più le sue intenzioni, e prender consiglio da ciò.
Mentre
il frate stava così meditando, Renzo, il quale, per tutte le ragioni che ognun
può indovinare, non sapeva star lontano da quella casa, era comparso
sull'uscio; ma, visto il padre sopra pensiero, e le donne che facevan cenno di
non disturbarlo, si fermò sulla soglia, in silenzio. Alzando la faccia, per
comunicare alle donne il suo progetto, il frate s'accorse di lui, e lo salutò
in un modo ch'esprimeva un'affezione consueta, resa più intensa dalla pietà.
- Le
hanno detto..., padre? - gli domandò Renzo, con voce commossa.
- Pur
troppo; e per questo son qui.
Che
dice di quel birbone...?
- Che
vuoi ch'io dica di lui? Non è qui a sentire: che gioverebbero le mie parole?
Dico a te, il mio Renzo, che tu confidi in Dio, e che Dio non t'abbandonerà.
-
Benedette le sue parole! - esclamò il giovane. - Lei non è di quelli che dan
sempre torto a' poveri. Ma il signor curato, e quel signor dottor delle cause
perse...
- Non
rivangare quello che non può servire ad altro che a inquietarti inutilmente. Io
sono un povero frate; ma ti ripeto quel che ho detto a queste donne: per quel
poco che posso, non v'abbandonerò.
- Oh,
lei non è come gli amici del mondo! Ciarloni! Chi avesse creduto alle proteste
che mi facevan costoro, nel buon tempo; eh eh! Eran pronti a dare il sangue per
me; m'avrebbero sostenuto contro il diavolo. S'io avessi avuto un nemico?... bastava
che mi lasciassi intendere; avrebbe finito presto di mangiar pane. E ora, se
vedesse come si ritirano... - A questo punto, alzando gli occhi al volto del
padre, vide che s'era tutto rannuvolato, e s'accorse d'aver detto ciò che
conveniva tacere. Ma volendo raccomodarla, s'andava intrigando e imbrogliando:
- volevo dire... non intendo dire... cioè, volevo dire...
- Cosa
volevi dire? E che? tu avevi dunque cominciato a guastar l'opera mia, prima che
fosse intrapresa! Buon per te che sei stato disingannato in tempo. Che! tu
andavi in cerca d'amici... quali amici!... che non t'avrebber potuto aiutare,
neppur volendo! E cercavi di perder Quel solo che lo può e lo vuole! Non sai tu
che Dio è l'amico de' tribolati, che confidano in Lui? Non sai tu che, a metter
fuori l'unghie, il debole non ci guadagna? E quando pure... - A questo punto,
afferrò fortemente il braccio di Renzo: il suo aspetto, senza perder
d'autorità, s'atteggiò d'una compunzione solenne, gli occhi s'abbassarono, la
voce divenne lenta e come sotterranea: - quando pure... è un terribile
guadagno! Renzo! vuoi tu confidare in me?... che dico in me, omiciattolo,
fraticello? Vuoi tu confidare in Dio?
- Oh
sì! - rispose Renzo. - Quello è il Signore davvero.
-
Ebbene; prometti che non affronterai, che non provocherai nessuno, che ti
lascerai guidar da me.
- Lo
prometto. Lucia fece un gran respiro, come se le avesser levato un peso
d'addosso; e Agnese disse: - bravo figliuolo.
-
Sentite, figliuoli, - riprese fra Cristoforo: - io anderò oggi a parlare a quell'uomo.
Se Dio gli tocca il cuore, e dà forza alle mie parole, bene: se no, Egli ci
farà trovare qualche altro rimedio. Voi intanto, statevi quieti, ritirati,
scansate le ciarle, non vi fate vedere. Stasera, o domattina al più tardi, mi
rivedrete -. Detto questo, troncò tutti i ringraziamenti e le benedizioni, e
partì. S'avviò al convento, arrivò a tempo d'andare in coro a cantar sesta,
desinò, e si mise subito in cammino, verso il covile della fiera che voleva
provarsi d'ammansare.
Il
palazzotto di don Rodrigo sorgeva isolato, a somiglianza d'una bicocca, sulla
cima d'uno de' poggi ond'è sparsa e rilevata quella costiera. A questa
indicazione l'anonimo aggiunge che il luogo (avrebbe fatto meglio a scriverne
alla buona il nome) era più in su del paesello degli sposi, discosto da questo
forse tre miglia, e quattro dal convento. Appiè del poggio, dalla parte che
guarda a mezzogiorno, e verso il lago, giaceva un mucchietto di casupole,
abitate da contadini di don Rodrigo; ed era come la piccola capitale del suo
piccol regno. Bastava passarvi, per esser chiarito della condizione e de'
costumi del paese. Dando un'occhiata nelle stanze terrene, dove qualche uscio
fosse aperto, si vedevano attaccati al muro schioppi, tromboni, zappe,
rastrelli, cappelli di paglia, reticelle e fiaschetti da polvere, alla rinfusa.
La gente che vi s'incontrava erano omacci tarchiati e arcigni, con un gran
ciuffo arrovesciato sul capo, e chiuso in una reticella; vecchi che, perdute le
zanne, parevan sempre pronti, chi nulla gli aizzasse, a digrignar le gengive;
donne con certe facce maschie, e con certe braccia nerborute, buone da venire
in aiuto della lingua, quando questa non bastasse: ne' sembianti e nelle mosse
de' fanciulli stessi, che giocavan per la strada, si vedeva un non so che di
petulante e di provocativo.
Fra
Cristoforo attraversò il villaggio, salì per una viuzza a chiocciola, e
pervenne su una piccola spianata, davanti al palazzotto. La porta era chiusa,
segno che il padrone stava desinando, e non voleva esser frastornato. Le rade e
piccole finestre che davan sulla strada, chiuse da imposte sconnesse e consunte
dagli anni, eran però difese da grosse inferriate, e quelle del pian terreno
tant'alte che appena vi sarebbe arrivato un uomo sulle spalle d'un altro.
Regnava quivi un gran silenzio; e un passeggiero avrebbe potuto credere che
fosse una casa abbandonata, se quattro creature, due vive e due morte,
collocate in simmetria, di fuori, non avesser dato un indizio d'abitanti. Due
grand'avoltoi, con l'ali spalancate, e co' teschi penzoloni, l'uno
spennacchiato e mezzo roso dal tempo, l'altro ancor saldo e pennuto, erano
inchiodati, ciascuno sur un battente del portone; e due bravi, sdraiati,
ciascuno sur una delle panche poste a destra e a sinistra, facevan la guardia,
aspettando d'esser chiamati a goder gli avanzi della tavola del signore. Il
padre si fermò ritto, in atto di chi si dispone ad aspettare; ma un de' bravi
s'alzò, e gli disse: - padre, padre, venga pure avanti: qui non si fanno
aspettare i cappuccini: noi siamo amici del convento: e io ci sono stato in
certi momenti che fuori non era troppo buon'aria per me; e se mi avesser tenuta
la porta chiusa, la sarebbe andata male -. Così dicendo, diede due picchi col
martello. A quel suono risposer subito di dentro gli urli e le strida di
mastini e di cagnolini; e, pochi momenti dopo, giunse borbottando un vecchio
servitore; ma, veduto il padre, gli fece un grand'inchino, acquietò le bestie,
con le mani e con la voce, introdusse l'ospite in un angusto cortile, e
richiuse la porta. Accompagnatolo poi in un salotto, e guardandolo con una
cert'aria di maraviglia e di rispetto, disse: - non è lei... il padre
Cristoforo di Pescarenico?
- Per
l'appunto.
- Lei
qui?
- Come
vedete, buon uomo.
- Sarà
per far del bene. Del bene, - continuò mormorando tra i denti, e
rincamminandosi, - se ne può far per tutto -. Attraversati due o tre altri
salotti oscuri, arrivarono all'uscio della sala del convito. Quivi un gran
frastono confuso di forchette, di coltelli, di bicchieri, di piatti, e sopra tutto
di voci discordi, che cercavano a vicenda di soverchiarsi. Il frate voleva
ritirarsi, e stava contrastando dietro l'uscio col servitore, per ottenere
d'essere lasciato in qualche canto della casa, fin che il pranzo fosse
terminato; quando l'uscio s'aprì. Un certo conte Attilio, che stava seduto in
faccia (era un cugino del padron di casa; e abbiam già fatta menzione di lui,
senza nominarlo), veduta una testa rasa e una tonaca, e accortosi
dell'intenzione modesta del buon frate, - ehi! ehi! - gridò: - non ci scappi,
padre riverito: avanti, avanti -. Don Rodrigo, senza indovinar precisamente il
soggetto di quella visita, pure, per non so qual presentimento confuso,
n'avrebbe fatto di meno. Ma, poiché lo spensierato d'Attilio aveva fatta quella
gran chiamata, non conveniva a lui di tirarsene indietro; e disse: - venga,
padre, venga -. Il padre s'avanzò, inchinandosi al padrone, e rispondendo, a
due mani, ai saluti de' commensali.
L'uomo
onesto in faccia al malvagio, piace generalmente (non dico a tutti) immaginarselo
con la fronte alta, con lo sguardo sicuro, col petto rilevato, con lo
scilinguagnolo bene sciolto. Nel fatto però, per fargli prender
quell'attitudine, si richiedon molte circostanze, le quali ben di rado si
riscontrano insieme. Perciò, non vi maravigliate se fra Cristoforo, col buon
testimonio della sua coscienza, col sentimento fermissimo della giustizia della
causa che veniva a sostenere, con un sentimento misto d'orrore e di compassione
per don Rodrigo, stesse con una cert'aria di suggezione e di rispetto, alla
presenza di quello stesso don Rodrigo, ch'era lì in capo di tavola, in casa
sua, nel suo regno, circondato d'amici, d'omaggi, di tanti segni della sua
potenza, con un viso da far morire in bocca a chi si sia una preghiera, non che
un consiglio, non che una correzione, non che un rimprovero. Alla sua destra
sedeva quel conte Attilio suo cugino, e, se fa bisogno di dirlo, suo collega di
libertinaggio e di soverchieria, il quale era venuto da Milano a villeggiare,
per alcuni giorni, con lui. A sinistra, e a un altro lato della tavola, stava,
con gran rispetto, temperato però d'una certa sicurezza, e d'una certa
saccenteria, il signor podestà, quel medesimo a cui, in teoria, sarebbe toccato
a far giustizia a Renzo Tramaglino, e a fare star a dovere don Rodrigo, come
s'è visto di sopra. In faccia al podestà, in atto d'un rispetto il più puro, il
più sviscerato, sedeva il nostro dottor Azzecca-garbugli, in cappa nera, e col
naso più rubicondo del solito: in faccia ai due cugini, due convitati oscuri,
de' quali la nostra storia dice soltanto che non facevano altro che mangiare,
chinare il capo, sorridere e approvare ogni cosa che dicesse un commensale, e a
cui un altro non contraddicesse.
- Da
sedere al padre, - disse don Rodrigo. Un servitore presentò una sedia, sulla
quale si mise il padre Cristoforo, facendo qualche scusa al signore, d'esser
venuto in ora inopportuna. - Bramerei di parlarle da solo a solo, con suo
comodo, per un affare d'importanza, - soggiunse poi, con voce più sommessa, all'orecchio
di don Rodrigo.
- Bene,
bene, parleremo; - rispose questo: - ma intanto si porti da bere al padre. Il
padre voleva schermirsi; ma don Rodrigo, alzando la voce, in mezzo al trambusto
ch'era ricominciato, gridava: - no, per bacco, non mi farà questo torto; non
sarà mai vero che un cappuccino vada via da questa casa, senza aver gustato del
mio vino, né un creditore insolente, senza aver assaggiate le legna de' miei
boschi -. Queste parole eccitarono un riso universale, e interruppero un
momento la questione che s'agitava caldamente tra i commensali. Un servitore,
portando sur una sottocoppa un'ampolla di vino, e un lungo bicchiere in forma
di calice, lo presentò al padre; il quale, non volendo resistere a un invito
tanto pressante dell'uomo che gli premeva tanto di farsi propizio, non esitò a
mescere, e si mise a sorbir lentamente il vino.
-
L'autorità del Tasso non serve al suo assunto, signor podestà riverito; anzi è
contro di lei; - riprese a urlare il conte Attilio: - perché quell'uomo
erudito, quell'uomo grande, che sapeva a menadito tutte le regole della
cavalleria, ha fatto che il messo d'Argante, prima d'esporre la sfida ai
cavalieri cristiani, chieda licenza al pio Buglione...
- Ma
questo - replicava, non meno urlando, il podestà, - questo è un di più, un mero
di più, un ornamento poetico, giacché il messaggiero è di sua natura
inviolabile, per diritto delle genti, jure gentium: e, senza andar tanto
a cercare, lo dice anche il proverbio: ambasciator non porta pena. E, i
proverbi, signor conte, sono la sapienza del genere umano. E, non avendo il
messaggiero detto nulla in suo proprio nome, ma solamente presentata la sfida
in iscritto...
- Ma
quando vorrà capire che quel messaggiero era un asino temerario, che non
conosceva le prime...?
- Con
buona licenza di lor signori, - interruppe don Rodrigo, il quale non avrebbe
voluto che la questione andasse troppo avanti: - rimettiamola nel padre
Cristoforo; e si stia alla sua sentenza.
- Bene,
benissimo, - disse il conte Attilio, al quale parve cosa molto garbata di far
decidere un punto di cavalleria da un cappuccino; mentre il podestà, più
infervorato di cuore nella questione, si chetava a stento, e con un certo viso,
che pareva volesse dire: ragazzate.
- Ma,
da quel che mi pare d'aver capito, - disse il padre, - non son cose di cui io
mi deva intendere.
-
Solite scuse di modestia di loro padri; - disse don Rodrigo: - ma non mi
scapperà. Eh via! sappiam bene che lei non è venuta al mondo col cappuccio in
capo, e che il mondo l'ha conosciuto. Via, via: ecco la questione.
- Il
fatto è questo, - cominciava a gridare il conte Attilio.
-
Lasciate dir a me, che son neutrale, cugino, - riprese don Rodrigo. - Ecco la
storia. Un cavaliere spagnolo manda una sfida a un cavalier milanese: il
portatore, non trovando il provocato in casa, consegna il cartello a un
fratello del cavaliere; il qual fratello legge la sfida, e in risposta dà
alcune bastonate al portatore. Si tratta...
- Ben
date, ben applicate, - gridò il conte Attilio. - Fu una vera ispirazione.
- Del
demonio, - soggiunse il podestà. - Battere un ambasciatore! persona sacra!
Anche lei, padre, mi dirà se questa è azione da cavaliere.
- Sì,
signore, da cavaliere, - gridò il conte: - e lo lasci dire a me, che devo
intendermi di ciò che conviene a un cavaliere. Oh, se fossero stati pugni,
sarebbe un'altra faccenda; ma il bastone non isporca le mani a nessuno. Quello
che non posso capire è perché le premano tanto le spalle d'un mascalzone.
- Chi
le ha parlato delle spalle, signor conte mio? Lei mi fa dire spropositi che non
mi son mai passati per la mente. Ho parlato del carattere, e non di spalle, io.
Parlo sopra tutto del diritto delle genti. Mi dica un poco, di grazia, se i
feciali che gli antichi Romani mandavano a intimar le sfide agli altri popoli,
chiedevan licenza d'esporre l'ambasciata: e mi trovi un poco uno scrittore che
faccia menzione che un feciale sia mai stato bastonato.
- Che
hanno a far con noi gli ufiziali degli antichi Romani? gente che andava alla
buona, e che, in queste cose, era indietro, indietro. Ma, secondo le leggi
della cavalleria moderna, ch'è la vera, dico e sostengo che un messo il quale
ardisce di porre in mano a un cavaliere una sfida, senza avergliene chiesta
licenza, è un temerario, violabile violabilissimo, bastonabile bastonabilissimo...
-
Risponda un poco a questo sillogismo.
-
Niente, niente, niente.
- Ma
ascolti, ma ascolti, ma ascolti. Percotere un disarmato è atto proditorio; atqui
il messo de quo era senz'arme; ergo...
-
Piano, piano, signor podestà.
- Che
piano?
-
Piano, le dico: cosa mi viene a dire? Atto proditorio è ferire uno con la
spada, per di dietro, o dargli una schioppettata nella schiena: e, anche per
questo, si posson dar certi casi... ma stiamo nella questione. Concedo che
questo generalmente possa chiamarsi atto proditorio; ma appoggiar quattro
bastonate a un mascalzone! Sarebbe bella che si dovesse dirgli: guarda che ti
bastono: come si direbbe a un galantuomo: mano alla spada. E lei, signor dottor
riverito, in vece di farmi de' sogghigni, per farmi capire ch'è del mio parere,
perché non sostiene le mie ragioni, con la sua buona tabella, per aiutarmi a
persuader questo signore?
- Io...
- rispose confusetto il dottore: - io godo di questa dotta disputa; e ringrazio
il bell'accidente che ha dato occasione a una guerra d'ingegni così graziosa. E
poi, a me non compete di dar sentenza: sua signoria illustrissima ha già
delegato un giudice... qui il padre...
- È
vero; - disse don Rodrigo: - ma come volete che il giudice parli, quando i
litiganti non vogliono stare zitti?
-
Ammutolisco, - disse il conte Attilio. Il podestà strinse le labbra, e alzò la
mano, come in atto di rassegnazione.
- Ah
sia ringraziato il cielo! A lei, padre, - disse don Rodrigo, con una serietà
mezzo canzonatoria.
- Ho
già fatte le mie scuse, col dire che non me n'intendo, - rispose fra
Cristoforo, rendendo il bicchiere a un servitore.
- Scuse
magre: - gridarono i due cugini: - vogliamo la sentenza!
-
Quand'è così, - riprese il frate, - il mio debole parere sarebbe che non vi
fossero né sfide, né portatori, né bastonate.
I
commensali si guardarono l'un con l'altro maravigliati.
- Oh
questa è grossa! - disse il conte Attilio. - Mi perdoni, padre, ma è grossa. Si
vede che lei non conosce il mondo.
- Lui?
- disse don Rodrigo: - me lo volete far ridire: lo conosce, cugino mio, quanto
voi: non è vero, padre? Dica, dica, se non ha fatta la sua carovana?
In vece
di rispondere a quest'amorevole domanda, il padre disse una parolina in segreto
a sé medesimo: "queste vengono a te; ma ricordati, frate, che non sei qui
per te, e che tutto ciò che tocca te solo, non entra nel conto".
- Sarà,
- disse il cugino: - ma il padre... come si chiama il padre?
- Padre
Cristoforo - rispose più d'uno.
- Ma,
padre Cristoforo, padron mio colendissimo, con queste sue massime, lei vorrebbe
mandare il mondo sottosopra. Senza sfide! Senza bastonate! Addio il punto
d'onore: impunità per tutti i mascalzoni. Per buona sorte che il supposto è
impossibile.
-
Animo, dottore, - scappò fuori don Rodrigo, che voleva sempre più divertire la
disputa dai due primi contendenti, - animo, a voi, che, per dar ragione a
tutti, siete un uomo. Vediamo un poco come farete per dar ragione in questo al
padre Cristoforo.
- In
verità, - rispose il dottore, tenendo brandita in aria la forchetta, e
rivolgendosi al padre, - in verità io non so intendere come il padre
Cristoforo, il quale è insieme il perfetto religioso e l'uomo di mondo, non
abbia pensato che la sua sentenza, buona, ottima e di giusto peso sul pulpito,
non val niente, sia detto col dovuto rispetto, in una disputa cavalleresca. Ma
il padre sa, meglio di me, che ogni cosa è buona a suo luogo; e io credo che,
questa volta, abbia voluto cavarsi, con una celia, dall'impiccio di proferire
una sentenza.
Che si
poteva mai rispondere a ragionamenti dedotti da una sapienza così antica, e
sempre nuova? Niente: e così fece il nostro frate.
Ma don
Rodrigo, per voler troncare quella questione, ne venne a suscitare un'altra. -
A proposito, - disse, - ho sentito che a Milano correvan voci d'accomodamento.
Il
lettore sa che in quell'anno si combatteva per la successione al ducato di
Mantova, del quale, alla morte di Vincenzo Gonzaga, che non aveva lasciata
prole legittima, era entrato in possesso il duca di Nevers, suo parente più
prossimo. Luigi XIII, ossia il cardinale di Richelieu, sosteneva quel principe,
suo ben affetto, e naturalizzato francese: Filippo IV, ossia il conte
d'Olivares, comunemente chiamato il conte duca, non lo voleva lì, per le stesse
ragioni; e gli aveva mosso guerra. Siccome poi quel ducato era feudo
dell'impero, così le due parti s'adoperavano, con pratiche, con istanze, con
minacce, presso l'imperator Ferdinando II, la prima perché accordasse
l'investitura al nuovo duca; la seconda perché gliela negasse, anzi aiutasse a
cacciarlo da quello stato.
- Non
son lontano dal credere, - disse il conte Attilio, - che le cose si possano
accomodare. Ho certi indizi...
- Non
creda, signor conte, non creda, - interruppe il podestà. - Io, in questo
cantuccio, posso saperle le cose; perché il signor castellano spagnolo, che,
per sua bontà, mi vuole un po' di bene, e per esser figliuolo d'un creato del
conte duca, è informato d'ogni cosa...
- Le
dico che a me accade ogni giorno di parlare in Milano con ben altri personaggi;
e so di buon luogo che il papa, interessatissimo, com'è, per la pace, ha fatto
proposizioni...
- Così
dev'essere; la cosa è in regola; sua santità fa il suo dovere; un papa deve
sempre metter bene tra i principi cristiani; ma il conte duca ha la sua
politica, e...
- E, e,
e; sa lei, signor mio, come la pensi l'imperatore, in questo momento? Crede lei
che non ci sia altro che Mantova a questo mondo? le cose a cui si deve pensare
son molte, signor mio. Sa lei, per esempio, fino a che segno l'imperatore possa
ora fidarsi di quel suo principe di Valdistano o di Vallistai, o come lo
chiamano, e se...
- Il
nome legittimo in lingua alemanna, - interruppe ancora il podestà, - è
Vagliensteino, come l'ho sentito proferir più volte dal nostro signor
castellano spagnolo. Ma stia pur di buon animo, che...
- Mi
vuole insegnare...? - riprendeva il conte; ma don Rodrigo gli dié d'occhio, per
fargli intendere che, per amor suo, cessasse di contraddire. Il conte tacque, e
il podestà, come un bastimento disimbrogliato da una secca, continuò, a vele
gonfie, il corso della sua eloquenza. - Vagliensteino mi dà poco fastidio;
perché il conte duca ha l'occhio a tutto, e per tutto; e se Vagliensteino vorrà
fare il bell'umore, saprà ben lui farlo rigar diritto, con le buone, o con le
cattive. Ha l'occhio per tutto, dico, e le mani lunghe; e, se ha fisso il
chiodo, come l'ha fisso, e giustamente, da quel gran politico che è, che il
signor duca di Nivers non metta le radici in Mantova, il signor duca di Nivers
non ce le metterà; e il signor cardinale di Riciliù farà un buco nell'acqua. Mi
fa pur ridere quel caro signor cardinale, a voler cozzare con un conte duca,
con un Olivares. Dico il vero, che vorrei rinascere di qui a dugent'anni, per
sentir cosa diranno i posteri, di questa bella pretensione. Ci vuol altro che
invidia; testa vuol esser: e teste come la testa d'un conte duca, ce n'è una
sola al mondo. Il conte duca, signori miei, - proseguiva il podestà, sempre col
vento in poppa, e un po' maravigliato anche lui di non incontrar mai uno
scoglio: - il conte duca è una volpe vecchia, parlando col dovuto rispetto, che
farebbe perder la traccia a chi si sia: e, quando accenna a destra, si può
esser sicuri che batterà a sinistra: ond'è che nessuno può mai vantarsi di
conoscere i suoi disegni; e quegli stessi che devon metterli in esecuzione,
quegli stessi che scrivono i dispacci, non ne capiscon niente. Io posso parlare
con qualche cognizion di causa; perché quel brav'uomo del signor castellano si
degna di trattenersi meco, con qualche confidenza. Il conte duca, viceversa, sa
appuntino cosa bolle in pentola di tutte l'altre corti; e tutti que' politiconi
(che ce n'è di diritti assai, non si può negare) hanno appena immaginato un
disegno, che il conte duca te l'ha già indovinato, con quella sua testa, con
quelle sue strade coperte, con que' suoi fili tesi per tutto. Quel pover'uomo
del cardinale di Riciliù tenta di qua, fiuta di là, suda, s'ingegna: e poi?
quando gli è riuscito di scavare una mina, trova la contrammina già bell'e
fatta dal conte duca...
Sa il
cielo quando il podestà avrebbe preso terra; ma don Rodrigo, stimolato anche
da' versacci che faceva il cugino, si voltò all'improvviso, come se gli venisse
un'ispirazione, a un servitore, e gli accennò che portasse un certo fiasco.
-
Signor podestà, e signori miei! - disse poi: - un brindisi al conte duca; e mi
sapranno dire se il vino sia degno del personaggio -. Il podestà rispose con un
inchino, nel quale traspariva un sentimento di riconoscenza particolare; perché
tutto ciò che si faceva o si diceva in onore del conte duca, lo riteneva in
parte come fatto a sé.
- Viva
mill'anni don Gasparo Guzman, conte d'Olivares, duca di san Lucar, gran privato
del re don Filippo il grande, nostro signore! - esclamò, alzando il bicchiere.
Privato,
chi non lo sapesse, era il termine in uso, a que' tempi, per significare il
favorito d'un principe.
- Viva
mill'anni! - risposer tutti.
-
Servite il padre, - disse don Rodrigo.
- Mi
perdoni; - rispose il padre: - ma ho già fatto un disordine, e non potrei...
- Come!
- disse don Rodrigo: - si tratta d'un brindisi al conte duca. Vuol dunque far
credere ch'ella tenga dai navarrini?
Così si
chiamavano allora, per ischerno, i Francesi, dai principi di Navarra, che
avevan cominciato, con Enrico IV, a regnar sopra di loro.
A tale
scongiuro, convenne bere. Tutti i commensali proruppero in esclamazioni, e in
elogi del vino; fuor che il dottore, il quale, col capo alzato, con gli occhi
fissi, con le labbra strette, esprimeva molto più che non avrebbe potuto far
con parole.
- Che
ne dite eh, dottore? - domandò don Rodrigo. Tirato fuor del bicchiere un naso
più vermiglio e più lucente di quello, il dottore rispose, battendo con enfasi
ogni sillaba: - dico, proferisco, e sentenzio che questo è l'Olivares de' vini:
censui, et in eam ivi sententiam, che un liquor simile non si trova in
tutti i ventidue regni del re nostro signore, che Dio guardi: dichiaro e
definisco che i pranzi dell'illustrissimo signor don Rodrigo vincono le cene
d'Eliogabalo; e che la carestia è bandita e confinata in perpetuo da questo
palazzo, dove siede e regna la splendidezza.
- Ben
detto! ben definito! - gridarono, a una voce, i commensali: ma quella parola,
carestia, che il dottore aveva buttata fuori a caso, rivolse in un punto tutte
le menti a quel tristo soggetto; e tutti parlarono della carestia. Qui andavan
tutti d'accordo, almeno nel principale; ma il fracasso era forse più grande che
se ci fosse stato disparere. Parlavan tutti insieme. - Non c'è carestia, -
diceva uno: - sono gl'incettatori...
- E i
fornai, - diceva un altro: - che nascondono il grano. Impiccarli.
-
Appunto; impiccarli, senza misericordia.
- De'
buoni processi, - gridava il podestà.
- Che
processi? - gridava più forte il conte Attilio: - giustizia sommaria. Pigliarne
tre o quattro o cinque o sei, di quelli che, per voce pubblica, son conosciuti
come i più ricchi e i più cani, e impiccarli.
-
Esempi! esempi! senza esempi non si fa nulla.
-
Impiccarli! impiccarli!; e salterà fuori grano da tutte le parti. Chi, passando
per una fiera, s'è trovato a goder l'armonia che fa una compagnia di
cantambanchi, quando, tra una sonata e l'altra, ognuno accorda il suo
stromento, facendolo stridere quanto più può, affine di sentirlo distintamente,
in mezzo al rumore degli altri, s'immagini che tale fosse la consonanza di
quei, se si può dire, discorsi. S'andava intanto mescendo e rimescendo di quel
tal vino; e le lodi di esso venivano, com'era giusto, frammischiate alle
sentenze di giurisprudenza economica; sicché le parole che s'udivan più sonore
e più frequenti, erano: ambrosia, e impiccarli.
Don
Rodrigo intanto dava dell'occhiate al solo che stava zitto; e lo vedeva sempre
lì fermo, senza dar segno d'impazienza né di fretta, senza far atto che
tendesse a ricordare che stava aspettando; ma in aria di non voler andarsene,
prima d'essere stato ascoltato. L'avrebbe mandato a spasso volentieri, e fatto
di meno di quel colloquio; ma congedare un cappuccino, senza avergli dato
udienza, non era secondo le regole della sua politica. Poiché la seccatura non
si poteva scansare, si risolvette d'affrontarla subito, e di liberarsene;
s'alzò da tavola, e seco tutta la rubiconda brigata, senza interrompere il
chiasso. Chiesta poi licenza agli ospiti, s'avvicinò, in atto contegnoso, al
frate, che s'era subito alzato con gli altri; gli disse: - eccomi a' suoi
comandi -; e lo condusse in un'altra sala.
- In
che posso ubbidirla? - disse don Rodrigo, piantandosi in piedi nel mezzo della
sala. Il suono delle parole era tale; ma il modo con cui eran proferite, voleva
dir chiaramente: bada a chi sei davanti, pesa le parole, e sbrigati.
Per dar
coraggio al nostro fra Cristoforo, non c'era mezzo più sicuro e più spedito,
che prenderlo con maniera arrogante. Egli che stava sospeso, cercando le
parole, e facendo scorrere tra le dita le ave marie della corona che teneva a
cintola, come se in qualcheduna di quelle sperasse di trovare il suo esordio; a
quel fare di don Rodrigo, si sentì subito venir sulle labbra più parole del
bisogno. Ma pensando quanto importasse di non guastare i fatti suoi o, ciò
ch'era assai più, i fatti altrui, corresse e temperò le frasi che gli si eran
presentate alla mente, e disse, con guardinga umiltà: - vengo a proporle un
atto di giustizia, a pregarla d'una carità. Cert'uomini di mal affare hanno
messo innanzi il nome di vossignoria illustrissima, per far paura a un povero
curato, e impedirgli di compire il suo dovere, e per soverchiare due innocenti.
Lei può, con una parola, confonder coloro, restituire al diritto la sua forza,
e sollevar quelli a cui è fatta una così crudel violenza. Lo può; e
potendolo... la coscienza, l'onore...
- Lei
mi parlerà della mia coscienza, quando verrò a confessarmi da lei. In quanto al
mio onore, ha da sapere che il custode ne son io, e io solo; e che chiunque
ardisce entrare a parte con me di questa cura, lo riguardo come il temerario
che l'offende.
Fra
Cristoforo, avvertito da queste parole che quel signore cercava di tirare al
peggio le sue, per volgere il discorso in contesa, e non dargli luogo di venire
alle strette, s'impegnò tanto più alla sofferenza, risolvette di mandar giù
qualunque cosa piacesse all'altro di dire, e rispose subito, con un tono
sommesso: - se ho detto cosa che le dispiaccia, è stato certamente contro la
mia intenzione. Mi corregga pure, mi riprenda, se non so parlare come si conviene;
ma si degni ascoltarmi. Per amor del cielo, per quel Dio, al cui cospetto
dobbiam tutti comparire... - e, così dicendo, aveva preso tra le dita, e
metteva davanti agli occhi del suo accigliato ascoltatore il teschietto di
legno attaccato alla sua corona, - non s'ostini a negare una giustizia così
facile, e così dovuta a de' poverelli. Pensi che Dio ha sempre gli occhi sopra
di loro, e che le loro grida, i loro gemiti sono ascoltati lassù. L'innocenza è
potente al suo...
- Eh,
padre! - interruppe bruscamente don Rodrigo: - il rispetto ch'io porto al suo
abito è grande: ma se qualche cosa potesse farmelo dimenticare, sarebbe il
vederlo indosso a uno che ardisse di venire a farmi la spia in casa.
Questa
parola fece venir le fiamme sul viso del frate: il quale però, col sembiante di
chi inghiottisce una medicina molto amara, riprese: - lei non crede che un tal
titolo mi si convenga. Lei sente in cuor suo, che il passo ch'io fo ora qui,
non è né vile né spregevole. M'ascolti, signor don Rodrigo; e voglia il cielo
che non venga un giorno in cui si penta di non avermi ascoltato. Non voglia
metter la sua gloria... qual gloria, signor don Rodrigo! qual gloria dinanzi
agli uomini! E dinanzi a Dio! Lei può molto quaggiù; ma...
- Sa
lei, - disse don Rodrigo, interrompendo, con istizza, ma non senza qualche
raccapriccio, - sa lei che, quando mi viene lo schiribizzo di sentire una
predica, so benissimo andare in chiesa, come fanno gli altri? Ma in casa mia!
Oh! - e continuò, con un sorriso forzato di scherno: - lei mi tratta da più di
quel che sono. Il predicatore in casa! Non l'hanno che i principi.
- E
quel Dio che chiede conto ai principi della parola che fa loro sentire, nelle
loro regge; quel Dio le usa ora un tratto di misericordia, mandando un suo
ministro, indegno e miserabile, ma un suo ministro, a pregar per una
innocente...
- In
somma, padre, - disse don Rodrigo, facendo atto d'andarsene, - io non so quel
che lei voglia dire: non capisco altro se non che ci dev'essere qualche
fanciulla che le preme molto. Vada a far le sue confidenze a chi le piace; e
non si prenda la libertà d'infastidir più a lungo un gentiluomo.
Al
moversi di don Rodrigo, il nostro frate gli s'era messo davanti, ma con gran
rispetto; e, alzate le mani, come per supplicare e per trattenerlo ad un punto,
rispose ancora: - la mi preme, è vero, ma non più di lei; son due anime che,
l'una e l'altra, mi premon più del mio sangue. Don Rodrigo! io non posso far
altro per lei, che pregar Dio; ma lo farò ben di cuore. Non mi dica di no: non
voglia tener nell'angoscia e nel terrore una povera innocente. Una parola di
lei può far tutto.
-
Ebbene, - disse don Rodrigo, - giacché lei crede ch'io possa far molto per
questa persona; giacché questa persona le sta tanto a cuore...
-
Ebbene? - riprese ansiosamente il padre Cristoforo, al quale l'atto e il
contegno di don Rodrigo non permettevano d'abbandonarsi alla speranza che
parevano annunziare quelle parole.
-
Ebbene, la consigli di venire a mettersi sotto la mia protezione. Non le
mancherà più nulla, e nessuno ardirà d'inquietarla, o ch'io non son cavaliere.
A
siffatta proposta, l'indegnazione del frate, rattenuta a stento fin allora,
traboccò. Tutti que' bei proponimenti di prudenza e di pazienza andarono in
fumo: l'uomo vecchio si trovò d'accordo col nuovo; e, in que' casi, fra
Cristoforo valeva veramente per due.
- La
vostra protezione! - esclamò, dando indietro due passi, postandosi fieramente
sul piede destro, mettendo la destra sull'anca, alzando la sinistra con
l'indice teso verso don Rodrigo, e piantandogli in faccia due occhi infiammati:
- la vostra protezione! È meglio che abbiate parlato così, che abbiate fatta a
me una tale proposta. Avete colmata la misura; e non vi temo più.
- Come
parli, frate?...
- Parlo
come si parla a chi è abbandonato da Dio, e non può più far paura. La vostra
protezione! Sapevo bene che quella innocente è sotto la protezione di Dio; ma
voi, voi me lo fate sentire ora, con tanta certezza, che non ho più bisogno di
riguardi a parlarvene. Lucia, dico: vedete come io pronunzio questo nome con la
fronte alta, e con gli occhi immobili.
- Come!
in questa casa...!
- Ho
compassione di questa casa: la maledizione le sta sopra sospesa. State a vedere
che la giustizia di Dio avrà riguardo a quattro pietre, e suggezione di quattro
sgherri. Voi avete creduto che Dio abbia fatta una creatura a sua immagine, per
darvi il piacere di tormentarla! Voi avete creduto che Dio non saprebbe
difenderla! Voi avete disprezzato il suo avviso! Vi siete giudicato. Il cuore
di Faraone era indurito quanto il vostro; e Dio ha saputo spezzarlo. Lucia è
sicura da voi: ve lo dico io povero frate; e in quanto a voi, sentite bene quel
ch'io vi prometto. Verrà un giorno...
Don
Rodrigo era fin allora rimasto tra la rabbia e la maraviglia, attonito, non
trovando parole; ma, quando sentì intonare una predizione, s'aggiunse alla
rabbia un lontano e misterioso spavento.
Afferrò
rapidamente per aria quella mano minacciosa, e, alzando la voce, per troncar
quella dell'infausto profeta, gridò: - escimi di tra' piedi, villano temerario,
poltrone incappucciato.
Queste
parole così chiare acquietarono in un momento il padre Cristoforo. All'idea di
strapazzo e di villanià, era, nella sua mente, così bene, e da tanto tempo,
associata l'idea di sofferenza e di silenzio, che, a quel complimento, gli
cadde ogni spirito d'ira e d'entusiasmo, e non gli restò altra risoluzione che
quella d'udir tranquillamente ciò che a don Rodrigo piacesse d'aggiungere.
Onde, ritirata placidamente la mano dagli artigli del gentiluomo, abbassò il
capo, e rimase immobile, come, al cader del vento, nel forte della burrasca, un
albero agitato ricompone naturalmente i suoi rami, e riceve la grandine come il
ciel la manda.
-
Villano rincivilito! - proseguì don Rodrigo: - tu tratti da par tuo. Ma
ringrazia il saio che ti copre codeste spalle di mascalzone, e ti salva dalle
carezze che si fanno a' tuoi pari, per insegnar loro a parlare. Esci con le tue
gambe, per questa volta; e la vedremo. Così dicendo, additò, con impero
sprezzante, un uscio in faccia a quello per cui erano entrati; il padre
Cristoforo chinò il capo, e se n'andò, lasciando don Rodrigo a misurare, a
passi infuriati, il campo di battaglia.
Quando
il frate ebbe serrato l'uscio dietro a sé, vide nell'altra stanza dove entrava,
un uomo ritirarsi pian piano, strisciando il muro, come per non esser veduto
dalla stanza del colloquio; e riconobbe il vecchio servitore ch'era venuto a
riceverlo alla porta di strada. Era costui in quella casa, forse da
quarant'anni, cioè prima che nascesse don Rodrigo; entratovi al servizio del
padre, il quale era stato tutt'un'altra cosa. Morto lui, il nuovo padrone,
dando lo sfratto a tutta la famiglia, e facendo brigata nuova, aveva però
ritenuto quel servitore, e per esser già vecchio, e perché, sebben di massime e
di costume diverso interamente dal suo, compensava però questo difetto con due
qualità: un'alta opinione della dignità della casa, e una gran pratica del
cerimoniale, di cui conosceva, meglio d'ogni altro, le più antiche tradizioni,
e i più minuti particolari. In faccia al signore, il povero vecchio non si
sarebbe mai arrischiato d'accennare, non che d'esprimere la sua disapprovazione
di ciò che vedeva tutto il giorno: appena ne faceva qualche esclamazione,
qualche rimprovero tra i denti a' suoi colleghi di servizio; i quali se ne
ridevano, e prendevano anzi piacere qualche volta a toccargli quel tasto, per
fargli dir di più che non avrebbe voluto, e per sentirlo ricantar le lodi
dell'antico modo di vivere in quella casa. Le sue censure non arrivavano agli
orecchi del padrone che accompagnate dal racconto delle risa che se n'eran
fatte; dimodoché riuscivano anche per lui un soggetto di scherno, senza
risentimento. Ne' giorni poi d'invito e di ricevimento, il vecchio diventava un
personaggio serio e d'importanza.
Il padre
Cristoforo lo guardò, passando, lo salutò, e seguitava la sua strada; ma il
vecchio se gli accostò misteriosamente, mise il dito alla bocca, e poi, col
dito stesso, gli fece un cenno, per invitarlo a entrar con lui in un andito
buio. Quando furon lì, gli disse sotto voce: - padre, ho sentito tutto, e ho
bisogno di parlarle.
- Dite
presto, buon uomo.
- Qui
no: guai se il padrone s'avvede... Ma io so molte cose; e vedrò di venir domani
al convento.
- C'è
qualche disegno?
-
Qualcosa per aria c'è di sicuro: già me ne son potuto accorgere. Ma ora starò
sull'intesa, e spero di scoprir tutto. Lasci fare a me. Mi tocca a vedere e a
sentir cose...! cose di fuoco! Sono in una casa...! Ma io vorrei salvar l'anima
mia.
- Il
Signore vi benedica! - e, proferendo sottovoce queste parole, il frate mise la
mano sul capo bianco del servitore, che, quantunque più vecchio di lui, gli
stava curvo dinanzi, nell'attitudine d'un figliuolo. - Il Signore vi
ricompenserà, - proseguì il frate: - non mancate di venir domani.
- Verrò,
- rispose il servitore: - ma lei vada via subito e... per amor del cielo... non
mi nomini -. Così dicendo, e guardando intorno, uscì, per l'altra parte
dell'andito, in un salotto, che rispondeva nel cortile; e, visto il campo
libero, chiamò fuori il buon frate, il volto del quale rispose a quell'ultima
parola più chiaro che non avrebbe potuto fare qualunque protesta. Il servitore
gli additò l'uscita; e il frate, senza dir altro, partì.
Quell'uomo
era stato a sentire all'uscio del suo padrone: aveva fatto bene? E fra
Cristoforo faceva bene a lodarlo di ciò? Secondo le regole più comuni e men
contraddette, è cosa molto brutta; ma quel caso non poteva riguardarsi come
un'eccezione? E ci sono dell'eccezioni alle regole più comuni e men
contraddette? Questioni importanti; ma che il lettore risolverà da sé, se ne ha
voglia. Noi non intendiamo di dar giudizi: ci basta d'aver dei fatti da
raccontare.
Uscito
fuori, e voltate le spalle a quella casaccia, fra Cristoforo respirò più
liberamente, e s'avviò in fretta per la scesa, tutto infocato in volto,
commosso e sottosopra, come ognuno può immaginarsi, per quel che aveva sentito,
e per quel che aveva detto. Ma quella così inaspettata esibizione del vecchio
era stata un gran ristorativo per lui: gli pareva che il cielo gli avesse dato
un segno visibile della sua protezione. "Ecco un filo, - pensava, - un
filo che la provvidenza mi mette nelle mani. E in quella casa medesima! E senza
ch'io sognassi neppure di cercarlo!" Così ruminando, alzò gli occhi verso
l'occidente, vide il sole inclinato, che già già toccava la cima del monte, e
pensò che rimaneva ben poco del giorno. Allora, benché sentisse le ossa gravi e
fiaccate da' vari strapazzi di quella giornata, pure studiò di più il passo,
per poter riportare un avviso, qual si fosse, a' suoi protetti, e arrivar poi
al convento, prima di notte: che era una delle leggi più precise, e più
severamente mantenute del codice cappuccinesco.
Intanto,
nella casetta di Lucia, erano stati messi in campo e ventilati disegni, de'
quali ci conviene informare il lettore. Dopo la partenza del frate, i tre
rimasti erano stati qualche tempo in silenzio; Lucia preparando tristamente il
desinare; Renzo sul punto d'andarsene ogni momento, per levarsi dalla vista di
lei così accorata, e non sapendo staccarsi; Agnese tutta intenta, in apparenza,
all'aspo che faceva girare. Ma, in realtà, stava maturando un progetto; e,
quando le parve maturo, ruppe il silenzio in questi termini:
-
Sentite, figliuoli! Se volete aver cuore e destrezza, quanto bisogna, se vi
fidate di vostra madre, - a quel vostra Lucia si riscosse, - io m'impegno di
cavarvi di quest'impiccio, meglio forse, e più presto del padre Cristoforo,
quantunque sia quell'uomo che è -. Lucia rimase lì, e la guardò con un volto
ch'esprimeva più maraviglia che fiducia in una promessa tanto magnifica; e
Renzo disse subitamente: - cuore? destrezza? dite, dite pure quel che si può
fare.
- Non è
vero, - proseguì Agnese, - che, se foste maritati, si sarebbe già un pezzo
avanti? E che a tutto il resto si troverebbe più facilmente ripiego?
- C'è
dubbio? - disse Renzo: - maritati che fossimo... tutto il mondo è paese; e, a
due passi di qui, sul bergamasco, chi lavora seta è ricevuto a braccia aperte.
Sapete quante volte Bortolo mio cugino m'ha fatto sollecitare d'andar là a star
con lui, che farei fortuna, com'ha fatto lui: e se non gli ho mai dato retta,
gli è... che serve? perché il mio cuore era qui. Maritati, si va tutti insieme,
si mette su casa là, si vive in santa pace, fuor dell'unghie di questo ribaldo,
lontano dalla tentazione di fare uno sproposito. N'è vero, Lucia?
- Sì, -
disse Lucia: - ma come...?
- Come
ho detto io, - riprese la madre: - cuore e destrezza; e la cosa è facile.
-
Facile! - dissero insieme que' due, per cui la cosa era divenuta tanto
stranamente e dolorosamente difficile.
-
Facile, a saperla fare, - replicò Agnese. - Ascoltatemi bene, che vedrò di
farvela intendere. Io ho sentito dire da gente che sa, e anzi ne ho veduto io
un caso, che, per fare un matrimonio, ci vuole bensì il curato, ma non è
necessario che voglia; basta che ci sia.
- Come
sta questa faccenda? - domandò Renzo.
-
Ascoltate e sentirete. Bisogna aver due testimoni ben lesti e ben d'accordo. Si
va dal curato: il punto sta di chiapparlo all'improvviso, che non abbia tempo
di scappare. L'uomo dice: signor curato, questa è mia moglie; la donna dice:
signor curato, questo è mio marito. Bisogna che il curato senta, che i
testimoni sentano; e il matrimonio è bell'e fatto, sacrosanto come se l'avesse
fatto il papa. Quando le parole son dette, il curato può strillare, strepitare,
fare il diavolo; è inutile; siete marito e moglie.
-
Possibile? - esclamò Lucia.
- Come!
- disse Agnese: - state a vedere che, in trent'anni che ho passati in questo
mondo, prima che nasceste voi altri, non avrò imparato nulla. La cosa è tale
quale ve la dico: per segno tale che una mia amica, che voleva prender uno
contro la volontà de' suoi parenti, facendo in quella maniera, ottenne il suo
intento. Il curato, che ne aveva sospetto, stava all'erta; ma i due diavoli
seppero far così bene, che lo colsero in un punto giusto, dissero le parole, e
furon marito e moglie: benché la poveretta se ne pentì poi, in capo a tre
giorni.
Agnese
diceva il vero, e riguardo alla possibilità, e riguardo al pericolo di non ci
riuscire: ché, siccome non ricorrevano a un tale espediente, se non persone che
avesser trovato ostacolo o rifiuto nella via ordinaria, così i parrochi
mettevan gran cura a scansare quella cooperazione forzata; e, quando un d'essi
venisse pure sorpreso da una di quelle coppie, accompagnata da testimoni,
faceva di tutto per iscapolarsene, come Proteo dalle mani di coloro che
volevano farlo vaticinare per forza.
- Se
fosse vero, Lucia! - disse Renzo, guardandola con un'aria d'aspettazione
supplichevole.
- Come!
se fosse vero! - disse Agnese. - Anche voi credete ch'io dica fandonie. Io
m'affanno per voi, e non sono creduta: bene bene; cavatevi d'impiccio come
potete: io me ne lavo le mani.
- Ah
no! non ci abbandonate, - disse Renzo. - Parlo così, perché la cosa mi par
troppo bella. Sono nelle vostre mani; vi considero come se foste proprio mia
madre.
Queste
parole fecero svanire il piccolo sdegno d'Agnese, e dimenticare un proponimento
che, per verità, non era stato serio.
- Ma
perché dunque, mamma, - disse Lucia, con quel suo contegno sommesso, - perché
questa cosa non è venuta in mente al padre Cristoforo?
- In
mente? - rispose Agnese: - pensa se non gli sarà venuta in mente! Ma non ne
avrà voluto parlare.
-
Perché? - domandarono a un tratto i due giovani.
-
Perché... perché, quando lo volete sapere, i religiosi dicono che veramente è
cosa che non istà bene.
- Come
può essere che non istia bene, e che sia ben fatta, quand'è fatta? - disse
Renzo.
- Che
volete ch'io vi dica? - rispose Agnese. - La legge l'hanno fatta loro, come gli
è piaciuto; e noi poverelli non possiamo capir tutto. E poi quante cose...
Ecco; è come lasciar andare un pugno a un cristiano. Non istà bene; ma, dato
che gliel abbiate, né anche il papa non glielo può levare.
- Se è
cosa che non istà bene, - disse Lucia, - non bisogna farla.
- Che!
- disse Agnese, - ti vorrei forse dare un parere contro il timor di Dio? Se
fosse contro la volontà de' tuoi parenti, per prendere un rompicollo... ma,
contenta me, e per prender questo figliuolo; e chi fa nascer tutte le
difficoltà è un birbone; e il signor curato...
- L'è
chiara, che l'intenderebbe ognuno, - disse Renzo.
- Non
bisogna parlarne al padre Cristoforo, prima di far la cosa, - proseguì Agnese:
- ma, fatta che sia, e ben riuscita, che pensi tu che ti dirà il padre?
"Ah figliuola! è una scappata grossa; me l'avete fatta". I religiosi
devon parlar così. Ma credi pure che, in cuor suo, sarà contento anche lui.
Lucia,
senza trovar che rispondere a quel ragionamento, non ne sembrava però
capacitata: ma Renzo, tutto rincorato, disse: - quand'è così, la cosa è fatta.
-
Piano, - disse Agnese. - E i testimoni? Trovar due che vogliano, e che intanto
sappiano stare zitti! E poter cogliere il signor curato che, da due giorni, se
ne sta rintanato in casa? E farlo star lì? ché, benché sia pesante di sua
natura, vi so dir io che, al vedervi comparire in quella conformità, diventerà
lesto come un gatto, e scapperà come il diavolo dall'acqua santa.
- L'ho
trovato io il verso, l'ho trovato, - disse Renzo, battendo il pugno sulla
tavola, e facendo balzellare le stoviglie apparecchiate per il desinare. E
seguitò esponendo il suo pensiero, che Agnese approvò in tutto e per tutto.
- Son
imbrogli, - disse Lucia: - non son cose lisce. Finora abbiamo operato
sinceramente: tiriamo avanti con fede, e Dio ci aiuterà: il padre Cristoforo
l'ha detto. Sentiamo il suo parere.
-
Lasciati guidare da chi ne sa più di te, - disse Agnese, con volto grave. - Che
bisogno c'è di chieder pareri? Dio dice: aiutati, ch'io t'aiuto. Al padre racconteremo
tutto, a cose fatte.
-
Lucia, - disse Renzo, - volete voi mancarmi ora? Non avevamo noi fatto tutte le
cose da buon cristiani? Non dovremmo esser già marito e moglie? Il curato non
ci aveva fissato lui il giorno e l'ora? E di chi è la colpa, se dobbiamo ora
aiutarci con un po' d'ingegno? No, non mi mancherete. Vado e torno con la
risposta -. E, salutando Lucia, con un atto di preghiera, e Agnese, con un'aria
d'intelligenza, partì in fretta.
Le
tribolazioni aguzzano il cervello: e Renzo il quale, nel sentiero retto e piano
di vita percorso da lui fin allora, non s'era mai trovato nell'occasione
d'assottigliar molto il suo, ne aveva, in questo caso, immaginata una, da far
onore a un giureconsulto. Andò addirittura, secondo che aveva disegnato, alla
casetta d'un certo Tonio, ch'era lì poco distante; e lo trovò in cucina, che,
con un ginocchio sullo scalino del focolare, e tenendo, con una mano, l'orlo
d'un paiolo, messo sulle ceneri calde, dimenava, col matterello ricurvo, una
piccola polenta bigia, di gran saraceno. La madre, un fratello, la moglie di
Tonio, erano a tavola; e tre o quattro ragazzetti, ritti accanto al babbo,
stavano aspettando, con gli occhi fissi al paiolo, che venisse il momento di
scodellare. Ma non c'era quell'allegria che la vista del desinare suol pur dare
a chi se l'è meritato con la fatica. La mole della polenta era in ragion
dell'annata, e non del numero e della buona voglia de' commensali: e ognun
d'essi, fissando, con uno sguardo bieco d'amor rabbioso, la vivanda comune, pareva
pensare alla porzione d'appetito che le doveva sopravvivere. Mentre Renzo
barattava i saluti con la famiglia, Tonio scodellò la polenta sulla tafferìa di
faggio, che stava apparecchiata a riceverla: e parve una piccola luna, in un
gran cerchio di vapori. Nondimeno le donne dissero cortesemente a Renzo : -
volete restar servito? -, complimento che il contadino di Lombardia, e chi sa
di quant'altri paesi! non lascia mai di fare a chi lo trovi a mangiare,
quand'anche questo fosse un ricco epulone alzatosi allora da tavola, e lui
fosse all'ultimo boccone.
- Vi
ringrazio, - rispose Renzo: - venivo solamente per dire una parolina a Tonio;
e, se vuoi, Tonio, per non disturbar le tue donne, possiamo andar a desinare
all'osteria, e lì parleremo -. La proposta fu per Tonio tanto più gradita,
quanto meno aspettata; e le donne, e anche i bimbi (giacché, su questa materia,
principian presto a ragionare) non videro mal volentieri che si sottraesse alla
polenta un concorrente, e il più formidabile. L'invitato non istette a domandar
altro, e andò con Renzo.
Giunti
all'osteria del villaggio; seduti, con tutta libertà, in una perfetta
solitudine, giacché la miseria aveva divezzati tutti i frequentatori di quel
luogo di delizie; fatto portare quel poco che si trovava; votato un boccale di
vino; Renzo, con aria di mistero, disse a Tonio: - se tu vuoi farmi un piccolo
servizio, io te ne voglio fare uno grande.
-
Parla, parla; comandami pure, - rispose Tonio, mescendo.
- Oggi
mi butterei nel fuoco per te.
- Tu
hai un debito di venticinque lire col signor curato, per fitto del suo campo,
che lavoravi, l'anno passato.
- Ah,
Renzo, Renzo! tu mi guasti il benefizio. Con che cosa mi vieni fuori? M'hai
fatto andar via il buon umore.
- Se ti
parlo del debito, - disse Renzo, - è perché, se tu vuoi, io intendo di darti il
mezzo di pagarlo.
- Dici
davvero?
-
Davvero. Eh? saresti contento?
-
Contento? Per diana. se sarei contento! Se non foss'altro, per non veder più
que' versacci, e que' cenni col capo, che mi fa il signor curato, ogni volta
che c'incontriamo. E poi sempre: Tonio, ricordatevi: Tonio, quando ci vediamo,
per quel negozio? A tal segno che quando, nel predicare, mi fissa quegli occhi
addosso, io sto quasi in timore che abbia a dirmi, lì in pubblico: quelle
venticinque lire! Che maledette siano le venticinque lire! E poi, m'avrebbe a
restituir la collana d'oro di mia moglie, che la baratterei in tanta polenta.
Ma...
- Ma,
ma, se tu mi vuoi fare un servizietto, le venticinque lire son preparate.
- Di'
su.
-
Ma...! - disse Renzo, mettendo il dito alla bocca.
- Fa
bisogno di queste cose? tu mi conosci.
- Il
signor curato va cavando fuori certe ragioni senza sugo, per tirare in lungo il
mio matrimonio; e io in vece vorrei spicciarmi. Mi dicon di sicuro che,
presentandosegli davanti i due sposi, con due testimoni, e dicendo io: questa è
mia moglie, e Lucia: questo è mio marito, il matrimonio è bell'e fatto. M'hai
tu inteso?
- Tu
vuoi ch'io venga per testimonio?
- Per
l'appunto.
- E
pagherai per me le venticinque lire?
- Così
l'intendo.
- Birba
chi manca.
- Ma
bisogna trovare un altro testimonio.
- L'ho
trovato. Quel sempliciotto di mio fratel Gervaso farà quello che gli dirò io.
Tu gli pagherai da bere?
- E da
mangiare, - rispose Renzo. - Lo condurremo qui a stare allegro con noi. Ma saprà
fare?
-
Gl'insegnerò io: tu sai bene ch'io ho avuta anche la sua parte di cervello.
-
Domani...
Bene.
- Verso
sera...
-
Benone.
-
Ma...! - disse Renzo, mettendo di nuovo il dito alla bocca.
-
Poh...! - rispose Tonio, piegando il capo sulla spalla destra, e alzando la
mano sinistra, con un viso che diceva: mi fai torto.
- Ma,
se tua moglie ti domanda, come ti domanderà, senza dubbio...
- Di
bugie, sono in debito io con mia moglie, e tanto tanto, che non so se arriverò
mai a saldare il conto. Qualche pastocchia la troverò, da metterle il cuore in
pace.
-
Domattina, - disse Renzo, - discorreremo con più comodo, per intenderci bene su
tutto.
Con
questo, uscirono dall'osteria, Tonio avviandosi a casa, e studiando la fandonia
che racconterebbe alle donne, e Renzo, a render conto de' concerti presi.
In
questo tempo Agnese, s'era affaticata invano a persuader la figliuola. Questa
andava opponendo a ogni ragione, ora l'una, ora l'altra parte del suo dilemma:
o la cosa è cattiva, e non bisogna farla; o non è, e perché non dirla al padre
Cristoforo?
Renzo
arrivò tutto trionfante, fece il suo rapporto, e terminò con un ahn?
interiezione che significa: sono o non sono un uomo io? si poteva trovar di
meglio? vi sarebbe venuta in mente? e cento cose simili.
Lucia
tentennava mollemente il capo; ma i due infervorati le badavan poco, come si
suol fare con un fanciullo, al quale non si spera di far intendere tutta la
ragione d'una cosa, e che s'indurrà poi, con le preghiere e con l'autorità, a
ciò che si vuol da lui.
- Va
bene, - disse Agnese: - va bene; ma... non avete pensato a tutto.
- Cosa
ci manca? - rispose Renzo.
- E
Perpetua? non avete pensato a Perpetua. Tonio e suo fratello, li lascerà
entrare; ma voi! voi due! pensate! avrà ordine di tenervi lontani, più che un
ragazzo da un pero che ha le frutte mature.
- Come
faremo? - disse Renzo, un po' imbrogliato.
- Ecco:
ci ho pensato io. Verrò io con voi; e ho un segreto per attirarla, e per
incantarla di maniera che non s'accorga di voi altri, e possiate entrare. La
chiamerò io, e le toccherò una corda... vedrete.
-
Benedetta voi! - esclamò Renzo: - l'ho sempre detto che siete nostro aiuto in
tutto.
- Ma
tutto questo non serve a nulla, - disse Agnese, - se non si persuade costei,
che si ostina a dire che è peccato.
Renzo
mise in campo anche lui la sua eloquenza; ma Lucia non sl lasciava smovere.
- Io
non so che rispondere a queste vostre ragioni, - diceva: - ma vedo che, per far
questa cosa, come dite voi, bisogna andar avanti a furia di sotterfugi, di
bugie, di finzioni. Ah Renzo! non abbiam cominciato così. Io voglio esser
vostra moglie, - e non c'era verso che potesse proferir quella parola, e
spiegar quell'intenzione, senza fare il viso rosso: - io voglio esser vostra
moglie, ma per la strada diritta, col timor di Dio, all'altare. Lasciamo fare a
Quello lassù. Non volete che sappia trovar Lui il bandolo d'aiutarci, meglio
che non possiamo far noi, con tutte codeste furberie? E perché far misteri al
padre Cristoforo?
La
disputa durava tuttavia, e non pareva vicina a finire, quando un calpestìo
affrettato di sandali, e un rumore di tonaca sbattuta, somigliante a quello che
fanno in una vela allentata i soffi ripetuti del vento, annunziarono il padre
Cristoforo. Si chetaron tutti; e Agnese ebbe appena tempo di susurrare all'orecchio
di Lucia: - bada bene, ve', di non dirgli nulla.
Il
padre Cristoforo arrivava nell'attitudine d'un buon capitano che, perduta,
senza sua colpa, una battaglia importante, afflitto ma non scoraggito, sopra
pensiero ma non sbalordito, di corsa e non in fuga, si porta dove il bisogno lo
chiede, a premunire i luoghi minacciati, a raccoglier le truppe, a dar nuovi
ordini.
- La
pace sia con voi, - disse, nell'entrare. - Non c'è nulla da sperare dall'uomo:
tanto più bisogna confidare in Dio: e già ho qualche pegno della sua
protezione.
Sebbene
nessuno dei tre sperasse molto nel tentativo del padre Cristoforo, giacché il
vedere un potente ritirarsi da una soverchieria, senza esserci costretto, e per
mera condiscendenza a preghiere disarmate, era cosa piùttosto inaudita che
rara; nulladimeno la trista certezza fu un colpo per tutti. Le donne
abbassarono il capo; ma nell'animo di Renzo, l'ira prevalse all'abbattimento.
Quell'annunzio lo trovava già amareggiato da tante sorprese dolorose, da tanti
tentativi andati a vòto, da tante speranze deluse, e, per di più, esacerbato,
in quel momento, dalle ripulse di Lucia.
-
Vorrei sapere, - gridò, digrignando i denti, e alzando la voce, quanto non
aveva mai fatto prima d'allora, alla presenza del padre Cristoforo; - vorrei
sapere che ragioni ha dette quel cane, per sostenere... per sostenere che la
mia sposa non dev'essere la mia sposa.
-
Povero Renzo! - rispose il frate, con una voce grave e pietosa, e con uno
sguardo che comandava amorevolmente la pacatezza : - se il potente che vuol
commettere l'ingiustizia fosse sempre obbligato a dir le sue ragioni, le cose
non anderebbero come vanno.
- Ha
detto dunque quel cane, che non vuole, perché non vuole?
Non ha
detto nemmen questo, povero Renzo! Sarebbe ancora un vantaggio se, per
commetter l'iniquità, dovessero confessarla apertamente.
- Ma
qualcosa ha dovuto dire: cos'ha detto quel tizzone d'inferno?
- Le
sue parole, io l'ho sentite, e non te le saprei ripetere. Le parole dell'iniquo
che è forte, penetrano e sfuggono. Può adirarsi che tu mostri sospetto di lui,
e, nello stesso tempo, farti sentire che quello di che tu sospetti è certo: può
insultare e chiamarsi offeso, schernire e chieder ragione, atterrire e
lagnarsi, essere sfacciato e irreprensibile. Non chieder più in là. Colui non
ha proferito il nome di questa innocente, né il tuo; non ha figurato nemmen di
conoscervi, non ha detto di pretender nulla; ma... ma pur troppo ho dovuto
intendere ch'è irremovibile. Nondimeno, confidenza in Dio! Voi, poverette, non
vi perdete d'animo; e tu, Renzo... oh! credi pure, ch'io so mettermi ne' tuoi
panni, ch'io sento quello che passa nel tuo cuore. Ma, pazienza! È una magra
parola, una parola amara, per chi non crede; ma tu...! non vorrai tu concedere
a Dio un giorno, due giorni, il tempo che vorrà prendere, per far trionfare la
giustizia? Il tempo è suo; e ce n'ha promesso tanto! Lascia fare a Lui, Renzo;
e sappi... sappiate tutti ch'io ho già in mano un filo, per aiutarvi. Per ora,
non posso dirvi di più. Domani io non verrò quassù; devo stare al convento
tutto il giorno, per voi. Tu, Renzo, procura di venirci: o se, per caso
impensato, tu non potessi, mandate un uomo fidato, un garzoncello di giudizio,
per mezzo del quale io possa farvi sapere quello che occorrerà. Si fa buio;
bisogna ch'io corra al convento. Fede, coraggio; e addio.
Detto
questo, uscì in fretta, e se n'andò, correndo, e quasi saltelloni, giù per
quella viottola storta e sassosa, per non arrivar tardi al convento, a rischio
di buscarsi una buona sgridata, o quel che gli sarebbe pesato ancor più, una
penitenza, che gl'impedisse, il giorno dopo, di trovarsi pronto e spedito a ciò
che potesse richiedere il bisogno de' suoi protetti.
- Avete
sentito cos'ha detto d'un non so che... d'un filo che ha, per aiutarci? - disse
Lucia. - Convien fidarsi a lui; è un uomo che, quando promette dieci...
- Se
non c'è altro...! - interruppe Agnese. - Avrebbe dovuto parlar più chiaro, o
chiamar me da una parte, e dirmi cosa sia questo...
-
Chiacchiere! la finirò io: io la finirò! - interruppe Renzo, questa volta,
andando in su e in giù per la stanza, e con una voce, con un viso, da non
lasciar dubbio sul senso di quelle parole.
- Oh
Renzo! - esclamò Lucia.
- Cosa
volete dire? - esclamò Agnese.
- Che
bisogno c'è di dire? La finirò io. Abbia pur cento, mille diavoli nell'anima,
finalmente è di carne e ossa anche lui...
- No,
no, per amor del cielo...! - cominciò Lucia; ma il pianto le troncò la voce.
- Non
son discorsi da farsi, neppur per burla, - disse Agnese.
- Per
burla? - gridò Renzo, fermandosi ritto in faccia ad Agnese seduta, e
piantandole in faccia due occhi stralunati. - Per burla! vedrete se sarà burla.
- Oh
Renzo! - disse Lucia, a stento, tra i singhiozzi: - non v'ho mai visto così.
- Non
dite queste cose, per amor del cielo, - riprese ancora in fretta Agnese,
abbassando la voce. - Non vi ricordate quante braccia ha al suo comando colui?
E quand'anche... Dio liberi!... contro i poveri c'è sempre giustizia.
- La
farò io, la giustizia, io! È ormai tempo. La cosa non è facile: lo so anch'io.
Si guarda bene, il cane assassino: sa come sta; ma non importa. Risoluzione e
pazienza... e il momento arriva. Sì, la farò io, la giustizia: lo libererò io,
il paese: quanta gente mi benedirà...! e poi in tre salti...!
L'orrore
che Lucia sentì di queste più chiare parole, le sospese il pianto, e le diede
forza di parlare. Levando dalle palme il viso lagrimoso, disse a Renzo, con
voce accorata, ma risoluta: - non v'importa più dunque d'avermi per moglie. Io
m'era promessa a un giovine che aveva il timor di Dio; ma un uomo che avesse...
Fosse al sicuro d'ogni giustizia e d'ogni vendetta, foss'anche il figlio del
re...
E bene!
- gridò Renzo, con un viso più che mai stravolto: - io non v'avrò; ma non
v'avrà né anche lui. Io qui senza di voi, e lui a casa del...
- Ah
no! per carità, non dite così, non fate quegli occhi: no, non posso vedervi
così, - esclamò Lucia, piangendo, supplicando, con le mani giunte; mentre
Agnese chiamava e richiamava il giovine per nome, e gli palpava le spalle, le
braccia, le mani, per acquietarlo. Stette egli immobile e pensieroso, qualche
tempo, a contemplar quella faccia supplichevole di Lucia; poi, tutt'a un
tratto, la guardò torvo, diede addietro, tese il braccio e l'indice verso di
essa, e gridò: - questa! sì questa egli vuole. Ha da morire!
- E io
che male v'ho fatto, perché mi facciate morire? - disse Lucia, buttandosegli
inginocchioni davanti.
- Voi!
- rispose, con una voce ch'esprimeva un'ira ben diversa, ma un'ira tuttavia: -
voi! Che bene mi volete voi? Che prova m'avete data? Non v'ho io pregata, e
pregata, e pregata? E voi: no! no!
- Sì
sì, - rispose precipitosamente Lucia: - verrò dal curato, domani, ora, se
volete; verrò. Tornate quello di prima; verrò.
- Me lo
promettete? - disse Renzo, con una voce e con un viso divenuto, tutt'a un
tratto, più umano.
- Ve lo
prometto.
- Me
l'avete promesso.
-
Signore, vi ringrazio! - esclamò Agnese, doppiamente contenta.
In
mezzo a quella sua gran collera, aveva Renzo pensato di che profitto poteva
esser per lui lo spavento di Lucia? E non aveva adoperato un po' d'artifizio a
farlo crescere, per farlo fruttare? Il nostro autore protesta di non ne saper
nulla; e io credo che nemmen Renzo non lo sapesse bene. Il fatto sta ch'era
realmente infuriato contro don Rodrigo, e che bramava ardentemente il consenso
di Lucia; e quando due forti passioni schiamazzano insieme nel cuor d'un uomo,
nessuno, neppure il paziente, può sempre distinguer chiaramente una voce
dall'altra, e dir con sicurezza qual sia quella che predomini.
- Ve
l'ho promesso, - rispose Lucia, con un tono di rimprovero timido e affettuoso:
- ma anche voi avevate promesso di non fare scandoli, di rimettervene al
padre...
- Oh
via! per amor di chi vado in furia? Volete tornare indietro, ora? e farmi fare
uno sproposito?
- No
no, - disse Lucia, cominciando a rispaventarsi. - Ho promesso, e non mi ritiro.
Ma vedete voi come mi avete fatto promettere. Dio non voglia...
-
Perché volete far de' cattivi augùri, Lucia? Dio sa che non facciam male a
nessuno.
-
Promettetemi almeno che questa sarà l'ultima.
- Ve lo
prometto, da povero figliuolo.
- Ma,
questa volta, mantenete poi, - disse Agnese.
Qui
l'autore confessa di non sapere un'altra cosa: se Lucia fosse, in tutto e per
tutto, malcontenta d'essere stata spinta ad acconsentire. Noi lasciamo, come
lui, la cosa in dubbio.
Renzo
avrebbe voluto prolungare il discorso, e fissare, a parte a parte, quello che
si doveva fare il giorno dopo; ma era già notte, e le donne gliel'augurarono
buona; non parendo loro cosa conveniente che, a quell'ora, si trattenesse più a
lungo.
La
notte però fu a tutt'e tre così buona come può essere quella che succede a un
giorno pieno d'agitazione e di guai, e che ne precede uno destinato a
un'impresa importante, e d'esito incerto. Renzo si lasciò veder di buon'ora, e
concertò con le donne, o piuttosto con Agnese, la grand'operazione della sera,
proponendo e sciogliendo a vicenda difficoltà, antivedendo contrattempi, e
ricominciando, ora l'uno ora l'altra, a descriver la faccenda, come si
racconterebbe una cosa fatta. Lucia ascoltava; e, senza approvar con parole ciò
che non poteva approvare in cuor suo, prometteva di far meglio che saprebbe.
-
Anderete voi giù al convento, per parlare al padre Cristoforo, come v'ha detto
ier sera? - domandò Agnese a Renzo.
- Le zucche!
- rispose questo: - sapete che diavoli d'occhi ha il padre: mi leggerebbe in
viso, come sur un libro, che c'è qualcosa per aria; e se cominciasse a farmi
dell'interrogazioni, non potrei uscirne a bene. E poi, io devo star qui, per
accudire all'affare. Sarà meglio che mandiate voi qualcheduno.
-
Manderò Menico.
- Va
bene, - rispose Renzo; e partì, per accudire all'affare, come aveva detto.
Agnese
andò a una casa vicina, a cercar Menico, ch'era un ragazzetto di circa dodici
anni, sveglio la sua parte, e che, per via di cugini e di cognati, veniva a
essere un po' suo nipote. Lo chiese ai parenti, come in prestito, per tutto
quel giorno, - per un certo servizio, - diceva. Avutolo, lo condusse nella sua
cucina, gli diede da colazione, e gli disse che andasse a Pescarenico, e si
facesse vedere al padre Cristoforo, il quale lo rimanderebbe poi, con una
risposta, quando sarebbe tempo. - Il padre Cristoforo, quel bel vecchio, tu
sai, con la barba bianca, quello che chiamano il santo...
- Ho
capito, - disse Menico: - quello che ci accarezza sempre, noi altri ragazzi, e
ci dà, ogni tanto, qualche santino.
-
Appunto, Menico. E se ti dirà che tu aspetti qualche poco, lì vicino al
convento, non ti sviare: bada di non andar, con de' compagni, al lago, a veder
pescare, né a divertirti con le reti attaccate al muro ad asciugare, né a far
quell'altro tuo giochetto solito...
Bisogna
saper che Menico era bravissimo per fare a rimbalzello; e si sa che tutti,
grandi e piccoli, facciam volentieri le cose alle quali abbiamo abilità: non
dico quelle sole.
- Poh!
zia; non son poi un ragazzo.
- Bene,
abbi giudizio; e, quando tornerai con la risposta... guarda; queste due belle
parpagliole nuove son per te.
-
Datemele ora, ch'è lo stesso.
- No,
no, tu le giocheresti. Va, e portati bene; che n'avrai anche di più.
Nel
rimanente di quella lunga mattinata, si videro certe novità che misero non poco
in sospetto l'animo già conturbato delle donne. Un mendico, né rifinito né
cencioso come i suoi pari, e con un non so che d'oscuro e di sinistro nel
sembiante, entrò a chieder la carità, dando in qua e in là cert'occhiate da
spione. Gli fu dato un pezzo di pane, che ricevette e ripose, con
un'indifferenza mal dissimulata. Si trattenne poi, con una certa
sfacciataggine, e, nello stesso tempo, con esitazione, facendo molte domande,
alle quali Agnese s'affrettò di risponder sempre il contrario di quello che
era. Movendosi, come per andar via, finse di sbagliar l'uscio, entrò in quello
che metteva alla scala, e lì diede un'altra occhiata in fretta, come poté.
Gridatogli dietro: - ehi ehi! dove andate galantuomo? di qua! di qua! - tornò
indietro, e uscì dalla parte che gli veniva indicata, scusandosi, con una
sommissione, con un'umiltà affettata, che stentava a collocarsi nei lineamenti
duri di quella faccia. Dopo costui, continuarono a farsi vedere, di tempo in
tempo, altre strane figure. Che razza d'uomini fossero, non si sarebbe potuto
dir facilmente; ma non si poteva creder neppure che fossero quegli onesti
viandanti che volevan parere. Uno entrava col pretesto di farsi insegnar la
strada; altri, passando davanti all'uscio, rallentavano il passo, e guardavan
sott'occhio nella stanza, a traverso il cortile, come chi vuol vedere senza dar
sospetto. Finalmente, verso il mezzogiorno, quella fastidiosa processione finì.
Agnese s'alzava ogni tanto, attraversava il cortile, s'affacciava all'uscio di
strada, guardava a destra e a sinistra, e tornava dicendo: - nessuno - : parola
che proferiva con piacere, e che Lucia con piacere sentiva, senza che né l'una né
l'altra ne sapessero ben chiaramente il perché. Ma ne rimase a tutt'e due una
non so quale inquietudine, che levò loro, e alla figliuola principalmente, una
gran parte del coraggio che avevan messo in serbo per la sera.
Convien
però che il lettore sappia qualcosa di più preciso, intorno a que' ronzatori
misteriosi: e, per informarlo di tutto, dobbiam tornare un passo indietro, e
ritrovar don Rodrigo, che abbiam lasciato ieri, solo in una sala del suo
palazzotto, al partir del padre Cristoforo.
Don
Rodrigo, come abbiam detto, misurava innanzi e indietro, a passi lunghi, quella
sala, dalle pareti della quale pendevano ritratti di famiglia, di varie
generazioni. Quando si trovava col viso a una parete, e voltava, si vedeva in
faccia un suo antenato guerriero, terrore de' nemici e de' suoi soldati, torvo
nella guardatura, co' capelli corti e ritti, co' baffi tirati e a punta, che
sporgevan dalle guance, col mento obliquo: ritto in piedi l'eroe, con le
gambiere, co' cosciali, con la corazza, co' bracciali, co' guanti, tutto di
ferro; con la destra sul fianco, e la sinistra sul pomo della spada. Don
Rodrigo lo guardava; e quando gli era arrivato sotto, e voltava, ecco in faccia
un altro antenato, magistrato, terrore de' litiganti e degli avvocati, a sedere
sur una gran seggiola coperta di velluto rosso, ravvolto in un'ampia toga nera;
tutto nero, fuorché un collare bianco, con due larghe facciole, e una fodera di
zibellino arrovesciata (era il distintivo de' senatori, e non lo portavan che
l'inverno, ragion per cui non si troverà mai un ritratto di senatore vestito
d'estate); macilento, con le ciglia aggrottate: teneva in mano una supplica, e
pareva che dicesse: vedremo. Di qua una matrona, terrore delle sue cameriere;
di là un abate, terrore de' suoi monaci: tutta gente in somma che aveva fatto
terrore, e lo spirava ancora dalle tele. Alla presenza di tali memorie, don
Rodrigo tanto più s'arrovellava, si vergognava, non poteva darsi pace, che un
frate avesse osato venirgli addosso, con la prosopopea di Nathan. Formava un
disegno di vendetta, l'abbandonava, pensava come soddisfare insieme alla
passione, e a ciò che chiamava onore; e talvolta (vedete un poco!) sentendosi
fischiare ancora agli orecchi quell'esordio di profezia, si sentiva venir, come
si dice, i bordoni, e stava quasi per deporre il pensiero delle due
soddisfazioni. Finalmente, per far qualche cosa, chiamò un servitore, e gli
ordinò che lo scusasse con la compagnia, dicendo ch'era trattenuto da un affare
urgente. Quando quello tornò a riferire che que' signori eran partiti,
lasciando i loro rispetti: - e il conte Attilio? - domandò, sempre camminando,
don Rodrigo.
- È
uscito con que' signori, illustrissimo.
- Bene:
sei persone di seguito, per la passeggiata: subito. La spada, la cappa, il
cappello: subito.
Il
servitore partì, rispondendo con un inchino; e, poco dopo, tornò, portando la
ricca spada, che il padrone si cinse; la cappa, che si buttò sulle spalle; il
cappello a gran penne, che mise e inchiodò, con una manata, fieramente sul
capo: segno di marina torbida. Si mosse, e, alla porta, trovò i sei ribaldi
tutti armati, i quali, fatto ala, e inchinatolo, gli andaron dietro. Più
burbero, più superbioso, più accigliato del solito, uscì, e andò passeggiando
verso Lecco. I contadini, gli artigiani, al vederlo venire, si ritiravan
rasente al muro, e di lì facevano scappellate e inchini profondi, ai quali non
rispondeva. Come inferiori, l'inchinavano anche quelli che da questi eran detti
signori; ché, in que' contorni, non ce n'era uno che potesse, a mille miglia,
competer con lui, di nome, di ricchezze, d'aderenze e della voglia di servirsi
di tutto ciò, per istare al di sopra degli altri. E a questi corrispondeva con
una degnazione contegnosa. Quel giorno non avvenne, ma quando avveniva che
s'incontrasse col signor castellano spagnolo, l'inchino allora era ugualmente
profondo dalle due parti; la cosa era come tra due potentati, i quali non
abbiano nulla da spartire tra loro; ma, per convenienza, fanno onore al grado
l'uno dell'altro. Per passare un poco la mattana, e per contrapporre
all'immagine del frate che gli assediava la fantasia, immagini in tutto
diverse, don Rodrigo entrò, quel giorno, in una casa, dove andava, per il
solito, molta gente, e dove fu ricevuto con quella cordialità affaccendata e
rispettosa, ch'è riserbata agli uomini che si fanno molto amare o molto temere;
e, a notte già fatta, tornò al suo palazzotto. Il conte Attilio era anche lui
tornato in quel momento; e fu messa in tavola la cena, durante la quale, don
Rodrigo fu sempre sopra pensiero, e parlò poco.
-
Cugino, quando pagate questa scommessa? - disse, con un fare di malizia e di
scherno, il conte Attilio, appena sparecchiato, e andati via i servitori.
- San
Martino non è ancor passato.
-
Tant'è che la paghiate subito; perché passeranno tutti i santi del lunario,
prima che...
-
Questo è quel che si vedrà.
-
Cugino, voi volete fare il politico; ma io ho capito tutto, e son tanto certo
d'aver vinta la scommessa, che son pronto a farne un'altra.
-
Sentiamo.
- Che
il padre... il padre... che so io? quel frate in somma v'ha convertito.
-
Eccone un'altra delle vostre.
-
Convertito, cugino; convertito, vi dico. Io per me, ne godo. Sapete che sarà un
bello spettacolo vedervi tutto compunto, e con gli occhi bassi! E che gloria
per quel padre! Come sarà tornato a casa gonfio e pettoruto! Non son pesci che
si piglino tutti i giorni, né con tutte le reti. Siate certo che vi porterà per
esempio; e, quando anderà a far qualche missione un po' lontano, parlerà de'
fatti vostri. Mi par di sentirlo -. E qui, parlando col naso, accompagnando le
parole con gesti caricati, continuò, in tono di predica: - in una parte di
questo mondo, che, per degni rispetti, non nomino, viveva, uditori carissimi, e
vive tuttavia, un cavaliere scapestrato, più amico delle femmine, che degli
uomini dabbene, il quale, avvezzo a far d'ogni erba un fascio, aveva messo gli
occhi...
-
Basta, basta, - interruppe don Rodrigo, mezzo sogghignando, e mezzo annoiato. -
Se volete raddoppiar la scommessa, son pronto anch'io.
-
Diavolo! che aveste voi convertito il padre!
- Non
mi parlate di colui: e in quanto alla scommessa, san Martino deciderà -. La
curiosità del conte era stuzzicata; non gli risparmiò interrogazioni, ma don
Rodrigo le seppe eluder tutte, rimettendosi sempre al giorno della decisione, e
non volendo comunicare alla parte avversa disegni che non erano né incamminati,
né assolutamente fissati.
La
mattina seguente, don Rodrigo si destò don Rodrigo. L'apprensione che quel verrà
un giorno gli aveva messa in corpo, era svanita del tutto, co' sogni della
notte; e gli rimaneva la rabbia sola, esacerbata anche dalla vergogna di quella
debolezza passeggiera. L'immagini più recenti della passeggiata trionfale,
degl'inchini, dell'accoglienze, e il canzonare del cugino, avevano contribuito
non poco a rendergli l'animo antico. Appena alzato, fece chiamare il Griso.
"Cose grosse", disse tra sé il servitore a cui fu dato l'ordine;
perché l'uomo che aveva quel soprannome, non era niente meno che il capo de'
bravi, quello a cui s'imponevano le imprese più rischiose e più inique, il
fidatissimo del padrone, l'uomo tutto suo, per gratitudine e per interesse.
Dopo aver ammazzato uno, di giorno, in piazza, era andato ad implorar la
protezione di don Rodrigo; e questo, vestendolo della sua livrea, l'aveva messo
al coperto da ogni ricerca della giustizia. Cosi, impegnandosi a ogni delitto
che gli venisse comandato, colui si era assicurata l'impunità del primo. Per
don Rodrigo, l'acquisto non era stato di poca importanza; perché il Griso,
oltre all'essere, senza paragone, il più valente della famiglia, era anche una
prova di ciò che il suo padrone aveva potuto attentar felicemente contro le
leggi; di modo che la sua potenza ne veniva ingrandita, nel fatto e
nell'opinione.
-
Griso! - disse don Rodrigo: - in questa congiuntura, si vedrà quel che tu vali.
Prima di domani, quella Lucia deve trovarsi in questo palazzo.
- Non
si dirà mai che il Griso si sia ritirato da un comando dell'illustrissimo
signor padrone.
-
Piglia quanti uomini ti possono bisognare, ordina e disponi, come ti par
meglio; purché la cosa riesca a buon fine. Ma bada sopra tutto, che non le sia
fatto male.
-
Signore, un po' di spavento, perché la non faccia troppo strepito... non si
potrà far di meno.
-
Spavento... capisco... è inevitabile. Ma non le si torca un capello; e sopra
tutto, le si porti rispetto in ogni maniera. Hai inteso?
-
Signore, non si può levare un fiore dalla pianta, e portarlo a vossignoria,
senza toccarlo. Ma non si farà che il puro necessario.
- Sotto
la tua sicurtà. E... come farai?
- Ci
stavo pensando, signore. Siam fortunati che la casa è in fondo al paese. Abbiam
bisogno d'un luogo per andarci a postare. e appunto c'è, poco distante di là,
quel casolare disabitato e solo, in mezzo ai campi, quella casa... vossignoria
non saprà niente di queste cose... una casa che bruciò, pochi anni sono, e non
hanno avuto danari da riattarla, e l'hanno abbandonata, e ora ci vanno le
streghe: ma non è sabato, e me ne rido. Questi villani, che son pieni d'ubbie,
non ci bazzicherebbero, in nessuna notte della settimana, per tutto l'oro del
mondo: sicché possiamo andare a fermarci là, con sicurezza che nessuno verrà a
guastare i fatti nostri.
- Va
bene; e poi?
Qui, il
Griso a proporre, don Rodrigo a discutere, finché d'accordo ebbero concertata
la maniera di condurre a fine l'impresa, senza che rimanesse traccia degli
autori, la maniera anche di rivolgere, con falsi indizi, i sospetti altrove,
d'impor silenzio alla povera Agnese, d'incutere a Renzo tale spavento, da
fargli passare il dolore, e il pensiero di ricorrere alla giustizia, e anche la
volontà di lagnarsi; e tutte l'altre bricconerie necessarie alla riuscita della
bricconeria principale. Noi tralasciamo di riferir que' concerti, perché, come
il lettore vedrà, non son necessari all'intelligenza della storia; e siam
contenti anche noi di non doverlo trattener più lungamente a sentir
parlamentare que' due fastidiosi ribaldi. Basta che, mentre il Griso se
n'andava, per metter mano all'esecuzione, don Rodrigo lo richiamò, e gli disse:
- senti: se per caso, quel tanghero temerario vi desse nell'unghie questa sera,
non sarà male che gli sia dato anticipatamente un buon ricordo sulle spalle.
Così, l'ordine che gli verrà intimato domani di stare zitto, farà più
sicuramente l'effetto. Ma non l'andate a cercare, per non guastare quello che
più importa: tu m'hai inteso.
- Lasci
fare a me, - rispose il Griso, inchinandosi, con un atto d'ossequio e di
millanteria; e se n'andò. La mattina fu spesa in giri, per riconoscere il
paese. Quel falso pezzente che s'era inoltrato a quel modo nella povera
casetta, non era altro che il Griso, il quale veniva per levarne a occhio la
pianta: i falsi viandanti eran suoi ribaldi, ai quali, per operare sotto i suoi
ordini, bastava una cognizione più superficiale del luogo. E, fatta la
scoperta, non s'eran più lasciati vedere, per non dar troppo sospetto.
Tornati
che furon tutti al palazzotto, il Griso rese conto, e fissò definitivamente il
disegno dell'impresa; assegnò le parti, diede istruzioni. Tutto ciò non si poté
fare, senza che quel vecchio servitore, il quale stava a occhi aperti, e a
orecchi tesi, s'accorgesse che qualche gran cosa si macchinava. A forza di
stare attento e di domandare; accattando una mezza notizia di qua, una mezza di
là, commentando tra sé una parola oscura, interpretando un andare misterioso,
tanto fece, che venne in chiaro di ciò che si doveva eseguir quella notte. Ma
quando ci fu riuscito, essa era già poco lontana, e già una piccola vanguardia
di bravi era andata a imboscarsi in quel casolare diroccato. Il povero vecchio,
quantunque sentisse bene a che rischioso giuoco giocava, e avesse anche paura
di portare il soccorso di Pisa, pure non volle mancare: uscì, con la scusa di
prendere un po' d'aria, e s'incamminò in fretta in fretta al convento, per dare
al padre Cristoforo l'avviso promesso. Poco dopo, si mossero gli altri bravi, e
discesero spicciolati, per non parere una compagnia: il Griso venne dopo; e non
rimase indietro che una bussola, la quale doveva esser portata al casolare, a
sera inoltrata; come fu fatto. Radunati che furono in quel luogo, il Griso
spedì tre di coloro all'osteria del paesetto; uno che si mettesse sull'uscio, a
osservar ciò che accadesse nella strada, e a veder quando tutti gli abitanti
fossero ritirati: gli altri due che stessero dentro a giocare e a bere, come
dilettanti; e attendessero intanto a spiare, se qualche cosa da spiare ci
fosse. Egli, col grosso della truppa, rimase nell'agguato ad aspettare.
Il
povero vecchio trottava ancora; i tre esploratori arrivavano al loro posto; il
sole cadeva; quando Renzo entrò dalle donne, e disse: - Tonio e Gervaso
m'aspettan fuori: vo con loro all'osteria, a mangiare un boccone; e, quando
sonerà l'ave maria, verremo a prendervi. Su, coraggio, Lucia! tutto dipende da
un momento -. Lucia sospirò, e ripeté: - coraggio, - con una voce che smentiva
la parola.
Quando
Renzo e i due compagni giunsero all'osteria, vi trovaron quel tale già piantato
in sentinella, che ingombrava mezzo il vano della porta, appoggiata con la
schiena a uno stipite, con le braccia incrociate sul petto; e guardava e
riguardava, a destra e a sinistra, facendo lampeggiare ora il bianco, ora il
nero di due occhi grifagni. Un berretto piatto di velluto chermisi, messo
storto, gli copriva la metà del ciuffo, che, dividendosi sur una fronte fosca,
girava, da una parte e dall'altra, sotto gli orecchi, e terminava in trecce,
fermate con un pettine sulla nuca. Teneva sospeso in una mano un grosso
randello; arme propriamente, non ne portava in vista; ma, solo a guardargli in
viso, anche un fanciullo avrebbe pensato che doveva averne sotto quante ce ne
poteva stare. Quando Renzo, ch'era innanzi agli altri, fu lì per entrare,
colui, senza scomodarsi, lo guardò fisso fisso; ma il giovine, intento a
schivare ogni questione, come suole ognuno che abbia un'impresa scabrosa alle
mani, non fece vista d'accorgersene, non disse neppure: fatevi in là; e,
rasentando l'altro stipite, passò per isbieco, col fianco innanzi, per
l'apertura lasciata da quella cariatide. I due compagni dovettero far la stessa
evoluzione, se vollero entrare. Entrati, videro gli altri, de' quali avevan già
sentita la voce, cioè que' due bravacci, che seduti a un canto della tavola,
giocavano alla mora, gridando tutt'e due insieme (lì, è il giuoco che lo richiede),
e mescendosi or l'uno or l'altro da bere, con un gran fiasco ch'era tra loro.
Questi pure guardaron fisso la nuova compagnia; e un de' due specialmente,
tenendo una mano in aria, con tre ditacci tesi e allargati, e avendo la bocca
ancora aperta, per un gran "sei" che n'era scoppiato fuori in quel
momento, squadrò Renzo da capo a piedi; poi diede d'occhio al compagno, poi a
quel dell'uscio, che rispose con un cenno del capo. Renzo insospettito e
incerto guardava ai suoi due convitati, come se volesse cercare ne' loro
aspetti un'interpretazione di tutti que' segni: ma i loro aspetti non
indicavano altro che un buon appetito. L'oste guardava in viso a lui, come per
aspettar gli ordini: egli lo fece venir con sé in una stanza vicina, e ordinò
la cena.
- Chi sono
que' forestieri? - gli domandò poi a voce bassa, quando quello tornò, con una
tovaglia grossolana sotto il braccio, e un fiasco in mano.
- Non
li conosco, - rispose l'oste, spiegando la tovaglia.
- Come?
né anche uno?
-
Sapete bene, - rispose ancora colui, stirando, con tutt'e due le mani, la
tovaglia sulla tavola, - che la prima regola del nostro mestiere, è di non
domandare i fatti degli altri: tanto che, fin le nostre donne non son curiose.
Si starebbe freschi, con tanta gente che va e viene: è sempre un porto di mare:
quando le annate son ragionevoli, voglio dire; ma stiamo allegri, che tornerà
il buon tempo. A noi basta che gli avventori siano galantuomini: chi siano poi,
o chi non siano, non fa niente. E ora vi porterò un piatto di polpette, che le
simili non le avete mai mangiate.
- Come
potete sapere...? - ripigliava Renzo; ma l'oste, già avviato alla cucina,
seguitò la sua strada. E lì, mentre prendeva il tegame delle polpette
summentovate, gli s'accostò pian piano quel bravaccio che aveva squadrato il
nostro giovine, e gli disse sottovoce: - Chi sono que' galantuomini?
- Buona
gente qui del paese, - rispose l'oste, scodellando le polpette nel piatto.
- Va
bene; ma come si chiamano? chi sono? - insistette colui, con voce alquanto
sgarbata.
- Uno si
chiama Renzo, - rispose l'oste, pur sottovoce: - un buon giovine, assestato;
filatore di seta, che sa bene il suo mestiere. L'altro è un contadino che ha
nome Tonio: buon camerata, allegro: peccato che n'abbia pochi; che gli
spenderebbe tutti qui. L'altro è un sempliciotto, che mangia però volentieri,
quando gliene danno. Con permesso.
E, con
uno sgambetto, uscì tra il fornello e l'interrogante; e ando a portare il
piatto a chi si doveva. - Come potete sapere, - riattaccò Renzo, quando lo vide
ricomparire, - che siano galantuomini, se non li conoscete?
- Le
azioni, caro mio: l'uomo si conosce all'azioni. Quelli che bevono il vino senza
criticarlo, che pagano il conto senza tirare, che non metton su lite con gli
altri avventori, e se hanno una coltellata da consegnare a uno, lo vanno ad
aspettar fuori, e lontano dall'osteria, tanto che il povero oste non ne vada di
mezzo, quelli sono i galantuomini. Però, se si può conoscer la gente bene, come
ci conosciamo tra noi quattro, è meglio. E che diavolo vi vien voglia di saper
tante cose, quando siete sposo, e dovete aver tutt'altro in testa? e con
davanti quelle polpette, che farebbero resuscitare un morto? - Così dicendo, se
ne tornò in cucina.
Il
nostro autore, osservando al diverso modo che teneva costui nel soddisfare alle
domande, dice ch'era un uomo così fatto, che, in tutti i suoi discorsi, faceva
professione d'esser molto amico de' galantuomini in generale; ma, in atto
pratico, usava molto maggior compiacenza con quelli che avessero riputazione o
sembianza di birboni. Che carattere singolare! eh?
La cena
non fu molto allegra. I due convitati avrebbero voluto godersela con tutto loro
comodo; ma l'invitante, preoccupato di ciò che il lettore sa, e infastidito, e
anche un po' inquieto del contegno strano di quegli sconosciuti, non vedeva
l'ora d'andarsene. Si parlava sottovoce, per causa loro; ed eran parole tronche
e svogliate.
- Che
bella cosa, - scappò fuori di punto in bianco Gervaso, - che Renzo voglia
prender moglie, e abbia bisogno...! - Renzo gli fece un viso brusco. - Vuoi
stare zitto, bestia? - gli disse Tonio, accompagnando il titolo con una
gomitata. La conversazione fu sempre più fredda, fino alla fine. Renzo, stando
indietro nel mangiare, come nel bere, attese a mescere ai due testimoni, con
discrezione, in maniera di dar loro un po' di brio, senza farli uscir di
cervello. Sparecchiato, pagato il conto da colui che aveva fatto men guasto,
dovettero tutti e tre passar novamente davanti a quelle facce, le quali tutte
si voltarono a Renzo, come quand'era entrato. Questo, fatti ch'ebbe pochi passi
fuori dell'osteria, si voltò indietro, e vide che i due che aveva lasciati
seduti in cucina, lo seguitavano: si fermò allora, co' suoi compagni, come se
dicesse: vediamo cosa voglion da me costoro. Ma i due, quando s'accorsero
d'essere osservati, si fermarono anch'essi, si parlaron sottovoce, e tornarono
indietro. Se Renzo fosse stato tanto vicino da sentir le loro parole, gli
sarebbero parse molto strane. - Sarebbe però un bell'onore, senza contar la
mancia, - diceva uno de' malandrini, - se, tornando al palazzo, potessimo
raccontare d'avergli spianate le costole in fretta in fretta, e così da noi,
senza che il signor Griso fosse qui a regolare.
- E
guastare il negozio principale! - rispondeva l'altro. - Ecco: s'è avvisto di
qualche cosa; si ferma a guardarci. Ih! se fosse più tardi! Torniamo indietro,
per non dar sospetto. Vedi che vien gente da tutte le parti: lasciamoli andar
tutti a pollaio.
C'era
in fatti quel brulichìo, quel ronzìo che si sente in un villaggio, sulla sera,
e che, dopo pochi momenti, dà luogo alla quiete solenne della notte. Le donne
venivan dal campo, portandosi in collo i bambini, e tenendo per la mano i
ragazzi più grandini, ai quali facevan dire le divozioni della sera; venivan
gli uomini, con le vanghe, e con le zappe sulle spalle. All'aprirsi degli usci,
si vedevan luccicare qua e là i fuochi accesi per le povere cene: si sentiva
nella strada barattare i saluti, e qualche parola, sulla scarsità della
raccolta, e sulla miseria dell'annata; e più delle parole, si sentivano i
tocchi misurati e sonori della campana, che annunziava il finir del giorno.
Quando Renzo vide che i due indiscreti s'eran ritirati, continuò la sua strada
nelle tenebre crescenti, dando sottovoce ora un ricordo, ora un altro, ora
all'uno, ora all'altro fratello. Arrivarono alla casetta di Lucia, ch'era già
notte.
Tra il
primo pensiero d'una impresa terribile, e l'esecuzione di essa (ha detto un
barbaro che non era privo d'ingegno), l'intervallo è un sogno, pieno di fantasmi
e di paure. Lucia era, da molte ore, nell'angosce d'un tal sogno: e Agnese,
Agnese medesima, l'autrice del consiglio, stava sopra pensiero, e trovava a
stento parole per rincorare la figlia. Ma, al momento di destarsi, al momento
cioè di dar principio all'opera, l'animo si trova tutto trasformato. Al terrore
e al coraggio che vi contrastavano, succede un altro terrore e un altro
coraggio: l'impresa s'affaccia alla mente, come una nuova apparizione: ciò che
prima spaventava di più, sembra talvolta divenuto agevole tutt'a un tratto:
talvolta comparisce grande l'ostacolo a cui s'era appena badato;
l'immaginazione dà indietro sgomentata; le membra par che ricusino d'ubbidire;
e il cuore manca alle promesse che aveva fatte con più sicurezza. Al picchiare
sommesso di Renzo, Lucia fu assalita da tanto terrore, che risolvette, in quel
momento, di soffrire ogni cosa, di star sempre divisa da lui, piùttosto
ch'eseguire quella risoluzione; ma quando si fu fatto vedere, ed ebbe detto: -
son qui, andiamo -; quando tutti si mostraron pronti ad avviarsi, senza
esitazione, come a cosa stabilita, irrevocabile; Lucia non ebbe tempo né forza
di far difficoltà, e, come strascinata, prese tremando un braccio della madre,
un braccio del promesso sposo, e si mosse con la brigata avventuriera.
Zitti
zitti, nelle tenebre, a passo misurato, usciron dalla casetta, e preser la
strada fuori del paese. La più corta sarebbe stata d'attraversarlo: che
s'andava diritto alla casa di don Abbondio; ma scelsero quella, per non esser
visti. Per viottole, tra gli orti e i campi, arrivaron vicino a quella casa, e
lì si divisero. I due promessi rimaser nascosti dietro l'angolo di essa; Agnese
con loro, ma un po' più innanzi, per accorrere in tempo a fermar Perpetua, e a
impadronirsene; Tonio, con lo scempiato di Gervaso, che non sapeva far nulla da
sé, e senza il quale non si poteva far nulla, s'affacciaron bravamente alla
porta, e picchiarono.
- Chi
è, a quest'ora? - gridò una voce dalla finestra, che s'aprì in quel momento:
era la voce di Perpetua. - Ammalati non ce n'è, ch'io sappia. È forse accaduta
qualche disgrazia?
- Son
io, - rispose Tonio, - con mio fratello, che abbiam bisogno di parlare al
signor curato.
- È ora
da cristiani questa? - disse bruscamente Perpetua. - Che discrezione? Tornate domani.
-
Sentite: tornerò o non tornerò: ho riscosso non so che danari, e venivo a
saldar quel debituccio che sapete: aveva qui venticinque belle berlinghe nuove;
ma se non si può, pazienza: questi, so come spenderli, e tornerò quando n'abbia
messi insieme degli altri.
-
Aspettate, aspettate: vo e torno. Ma perché venire a quest'ora?
- Gli
ho ricevuti, anch'io, poco fa; e ho pensato, come vi dico, che, se li tengo a
dormir con me, non so di che parere sarò domattina. Però, se l'ora non vi
piace, non so che dire: per me, son qui; e se non mi volete, me ne vo.
-
No, no, aspettate un momento: torno con la risposta. Così
dicendo, richiuse la finestra. A questo punto, Agnese si staccò dai promessi,
e, detto sottovoce a Lucia: - coraggio; è un momento; è come farsi cavar un
dente, - si riunì ai due fratelli, davanti all'uscio; e si mise a ciarlare con
Tonio, in maniera che Perpetua, venendo ad aprire, dovesse credere che si fosse
abbattuta lì a caso, e che Tonio l'avesse trattenuta un momento.
"Carneade!
Chi era costui?" ruminava tra sé don Abbondio seduto sul suo seggiolone,
in una stanza del piano superiore, con un libricciolo aperto davanti, quando
Perpetua entrò a portargli l'imbasciata. "Carneade! questo nome mi par
bene d'averlo letto o sentito; doveva essere un uomo di studio, un letteratone
del tempo antico: è un nome di quelli; ma chi diavolo era costui?" Tanto
il pover'uomo era lontano da prevedere che burrasca gli si addensasse sul capo!
Bisogna
sapere che don Abbondio si dilettava di leggere un pochino ogni giorno; e un
curato suo vicino, che aveva un po' di libreria, gli prestava un libro dopo
l'altro, il primo che gli veniva alle mani. Quello su cui meditava in quel
momento don Abbondio, convalescente della febbre dello spavento, anzi più guarito
(quanto alla febbre) che non volesse lasciar credere, era un panegirico in
onore di san Carlo, detto con molta enfasi, e udito con molta ammirazione nel
duomo di Milano, due anni prima. Il santo v'era paragonato, per l'amore allo
studio, ad Archimede; e fin qui don Abbondio non trovava inciampo; perché
Archimede ne ha fatte di così curiose, ha fatto dir tanto di sé, che, per
saperne qualche cosa, non c'è bisogno d'un'erudizione molto vasta. Ma, dopo
Archimede, l'oratore chiamava a paragone anche Carneade: e lì il lettore era
rimasto arrenato. In quel momento entrò Perpetua ad annunziar la visita di
Tonio.
- A
quest'ora? - disse anche don Abbondio, com'era naturale.
- Cosa
vuole? Non hanno discrezione: ma se non lo piglia al volo...
- Già:
se non lo piglio ora, chi sa quando lo potrò pigliare! Fatelo venire... Ehi!
ehi! siete poi ben sicura che sia proprio lui?
-
Diavolo! - rispose Perpetua, e scese; aprì l'uscio, e disse: - dove siete? -
Tonio si fece vedere; e, nello stesso tempo, venne avanti anche Agnese, e
salutò Perpetua per nome.
- Buona
sera, Agnese, - disse Perpetua: - di dove si viene, a quest'ora?
- Vengo
da... - e nominò un paesetto vicino. - E se sapeste... - continuò: - mi son
fermata di più, appunto in grazia vostra.
- Oh
perché? - domandò Perpetua; e voltandosi a' due fratelli, - entrate, - disse, -
che vengo anch'io.
-
Perché, - rispose Agnese, - una donna di quelle che non sanno le cose, e
voglion parlare... credereste? s'ostinava a dire che voi non vi siete maritata
con Beppe Suolavecchia, né con Anselmo Lunghigna, perché non v'hanno voluta. Io
sostenevo che siete stata voi che gli avete rifiutati, l'uno e l'altro...
-
Sicuro. Oh la bugiarda! la bugiardona! Chi è costei?
- Non
me lo domandate, che non mi piace metter male.
- Me lo
direte, me l'avete a dire: oh la bugiarda!
-
Basta... ma non potete credere quanto mi sia dispiaciuto di non saper bene
tutta la storia, per confonder colei.
-
Guardate se si può inventare, a questo modo! - esclamò di nuovo Perpetua; e
riprese subito: - in quanto a Beppe, tutti sanno, e hanno potuto vedere... Ehi,
Tonio! accostate l'uscio, e salite pure, che vengo -. Tonio, di dentro, rispose
di sì; e Perpetua continuò la sua narrazione appassionata.
In
faccia all'uscio di don Abbondio, s'apriva, tra due casipole, una stradetta,
che, finite quelle, voltava in un campo. Agnese vi s'avviò, come se volesse
tirarsi alquanto in disparte, per parlar più liberamente; e Perpetua dietro.
Quand'ebbero voltato, e furono in luogo, donde non si poteva più veder ciò che
accadesse davanti alla casa di don Abbondio, Agnese tossì forte. Era il
segnale: Renzo lo sentì, fece coraggio a Lucia, con una stretta di braccio; e
tutt'e due, in punta di piedi, vennero avanti, rasentando il muro, zitti zitti;
arrivarono all'uscio, lo spinsero adagino adagino; cheti e chinati, entraron
nell'andito, dov'erano i due fratelli ad aspettarli. Renzo accostò di nuovo
l'uscio pian piano; e tutt'e quattro su per le scale, non facendo rumore neppur
per uno. Giunti sul pianerottolo, i due fratelli s'avvicinarono all'uscio della
stanza, ch'era di fianco alla scala; gli sposi si strinsero al muro.
- Deo
gratias, - disse Tonio, a voce chiara.
-
Tonio, eh? Entrate, - rispose la voce di dentro. Il chiamato aprì l'uscio,
appena quanto bastava per poter passar lui e il fratello, a un per volta. La
striscia di luce, che uscì d'improvviso per quella apertura, e si disegnò sul
pavimento oscuro del pianerottolo, fece riscoter Lucia, come se fosse scoperta.
Entrati i fratelli, Tonio si tirò dietro l'uscio: gli sposi rimasero immobili
nelle tenebre, con l'orecchie tese, tenendo il fiato: il rumore più forte era
il martellar che faceva il povero cuore di Lucia.
Don
Abbondio stava, come abbiam detto, sur una vecchia seggiola, ravvolto in una
vecchia zimarra, con in capo una vecchia papalina, che gli faceva cornice
intorno alla faccia, al lume scarso d'una piccola lucerna. Due folte ciocche di
capelli, che gli scappavano fuor della papalina, due folti sopraccigli, due
folti baffi, un folto pizzo, tutti canuti, e sparsi su quella faccia bruna e
rugosa, potevano assomigliarsi a cespugli coperti di neve, sporgenti da un
dirupo, al chiaro di luna.
- Ah!
ah! - fu il suo saluto, mentre si levava gli occhiali, e li riponeva nel
libricciolo.
- Dirà
il signor curato, che son venuto tardi, - disse Tonio, inchinandosi, come pure
fece, ma più goffamente, Gervaso.
-
Sicuro ch'è tardi: tardi in tutte le maniere. Lo sapete, che sono ammalato?
- Oh!
mi dispiace.
-
L'avrete sentito dire; sono ammalato, e non so quando potrò lasciarmi vedere...
Ma perché vi siete condotto dietro quel... quel figliuolo?
- Così
per compagnia, signor curato.
-
Basta, vediamo.
- Son
venticinque berlinghe nuove, di quelle col sant'Ambrogio a cavallo, - disse
Tonio, levandosi un involtino di tasca.
-
Vediamo, - replicò don Abbondio: e, preso l'involtino, si rimesse gli occhiali,
l'aprì, cavò le berlinghe, le contò, le voltò, le rivoltò, le trovò senza
difetto.
- Ora,
signor curato, mi darà la collana della mia Tecla.
- È
giusto, - rispose don Abbondio; poi andò a un armadio, si levò una chiave di
tasca, e, guardandosi intorno, come per tener lontani gli spettatori, aprì una
parte di sportello, riempì l'apertura con la persona, mise dentro la testa, per
guardare, e un braccio, per prender la collana; la prese, e, chiuso l'armadio,
la consegnò a Tonio, dicendo: - va bene?
- Ora,
- disse Tonio, - si contenti di mettere un po' di nero sul bianco.
- Anche
questa! - disse don Abbondio: - le sanno tutte. Ih! com'è divenuto sospettoso
il mondo! Non vi fidate di me?
- Come,
signor curato! s'io mi fido? Lei mi fa torto. Ma siccome il mio nome è sul suo
libraccio, dalla parte del debito... dunque, giacché ha già avuto l'incomodo di
scrivere una volta, così... dalla vita alla morte...
- Bene
bene, - interruppe don Abbondio, e brontolando, tirò a sé una cassetta del
tavolino, levò fuori carta, penna e calamaio, e si mise a scrivere, ripetendo a
viva voce le parole, di mano in mano che gli uscivan dalla penna. Frattanto
Tonio e, a un suo cenno, Gervaso, si piantaron ritti davanti al tavolino, in
maniera d'impedire allo scrivente la vista dell'uscio; e, come per ozio,
andavano stropicciando, co' piedi, il pavimento, per dar segno a quei ch'erano
fuori, d'entrare, e per confondere nello stesso tempo il rumore delle loro
pedate. Don Abbondio, immerso nella sua scrittura, non badava ad altro. Allo
stropiccìo de' quattro piedi, Renzo prese un braccio di Lucia, lo strinse, per
darle coraggio, e si mosse, tirandosela dietro tutta tremante, che da sé non vi
sarebbe potuta venire. Entraron pian piano, in punta di piedi, rattenendo il
respiro; e si nascosero dietro i due fratelli. Intanto don Abbondio, finito di
scrivere, rilesse attentamente, senza alzar gli occhi dalla carta; la piegò in
quattro, dicendo: - ora, sarete contento? - e, levatosi con una mano gli
occhiali dal naso, la porse con l'altra a Tonio, alzando il viso. Tonio,
allungando la mano per prender la carta, si ritirò da una parte; Gervaso, a un
suo cenno, dall'altra; e, nel mezzo, come al dividersi d'una scena, apparvero
Renzo e Lucia. Don Abbondio, vide confusamente, poi vide chiaro, si spaventò,
si stupì, s'infuriò, pensò, prese una risoluzione: tutto questo nel tempo che
Renzo mise a proferire le parole: - signor curato, in presenza di questi
testimoni, quest'è mia moglie -. Le sue labbra non erano ancora tornate al
posto, che don Abbondio, lasciando cader la carta, aveva già afferrata e
alzata, con la mancina, la lucerna, ghermito, con la diritta, il tappeto del
tavolino, e tiratolo a sé, con furia, buttando in terra libro, carta, calamaio
e polverino; e, balzando tra la seggiola e il tavolino, s'era avvicinato a
Lucia. La poveretta, con quella sua voce soave, e allora tutta tremante, aveva
appena potuto proferire: - e questo... - che don Abbondio le aveva buttato
sgarbatamente il tappeto sulla testa e sul viso, per impedirle di pronunziare
intera la formola. E subito, lasciata cader la lucerna che teneva nell'altra
mano, s'aiutò anche con quella a imbacuccarla col tappeto, che quasi la
soffogava; e intanto gridava quanto n'aveva in canna: - Perpetua! Perpetua!
tradimento! aiuto! - Il lucignolo, che moriva sul pavimento, mandava una luce
languida e saltellante sopra Lucia, la quale, affatto smarrita, non tentava
neppure di svolgersi, e poteva parere una statua abbozzata in creta, sulla quale
l'artefice ha gettato un umido panno. Cessata ogni luce, don Abbondio lasciò la
poveretta, e andò cercando a tastoni l'uscio che metteva a una stanza più
interna; lo trovò, entrò in quella, si chiuse dentro, gridando tuttavia: -
Perpetua! tradimento! aiuto! fuori di questa casa! fuori di questa casa! -
Nell'altra stanza, tutto era confusione: Renzo, cercando di fermare il curato,
e remando con le mani, come se facesse a mosca cieca, era arrivato all'uscio, e
picchiava, gridando: - apra, apra; non faccia schiamazzo -. Lucia chiamava
Renzo, con voce fioca, e diceva, pregando: - andiamo, andiamo, per l'amor di
Dio -. Tonio, carpone, andava spazzando con le mani il pavimento, per veder di
raccapezzare la sua ricevuta. Gervaso, spiritato, gridava e saltellava,
cercando l'uscio di scala, per uscire a salvamento.
In
mezzo a questo serra serra, non possiam lasciar di fermarci un momento a fare
una riflessione. Renzo, che strepitava di notte in casa altrui, che vi s'era
introdotto di soppiatto, e teneva il padrone stesso assediato in una stanza, ha
tutta l'apparenza d'un oppressore; eppure, alla fin de' fatti, era l'oppresso.
Don Abbondio, sorpreso, messo in fuga, spaventato, mentre attendeva
tranquillamente a' fatti suoi, parrebbe la vittima; eppure, in realtà, era lui
che faceva un sopruso. Così va spesso il mondo... voglio dire, così andava nel
secolo decimo settimo.
L'assediato,
vedendo che il nemico non dava segno di ritirarsi, aprì una finestra che
guardava sulla piazza della chiesa, e si diede a gridare: - aiuto! aiuto! - Era
il più bel chiaro di luna; l'ombra della chiesa, e più in fuori l'ombra lunga
ed acuta del campanile, si stendeva bruna e spiccata sul piano erboso e lucente
della piazza: ogni oggetto si poteva distinguere, quasi come di giorno. Ma, fin
dove arrivava lo sguardo, non appariva indizio di persona vivente. Contiguo
però al muro laterale della chiesa, e appunto dal lato che rispondeva verso la
casa parrocchiale, era un piccolo abituro, un bugigattolo, dove dormiva il
sagrestano. Fu questo riscosso da quel disordinato grido, fece un salto, scese
il letto in furia, aprì l'impannata d'una sua finestrina, mise fuori la testa,
con gli occhi tra' peli, e disse: - cosa c'è?
-
Correte, Ambrogio! aiuto! gente in casa, - gridò verso lui don Abbondio. -
Vengo subito, - rispose quello; tirò indietro la testa, richiuse la sua
impannata, e, quantunque mezzo tra 'l sonno, e più che mezzo sbigottito, trovò
su due piedi un espediente per dar più aiuto di quello che gli si chiedeva,
senza mettersi lui nel tafferuglio, quale si fosse. Dà di piglio alle brache,
che teneva sul letto; se le caccia sotto il braccio, come un cappello di gala,
e giù balzelloni per una scaletta di legno; corre al campanile, afferra la
corda della più grossa di due campanette che c'erano, e suona a martello.
Ton,
ton, ton, ton: i contadini balzano a sedere sul letto; i giovinetti sdraiati
sul fenile, tendon l'orecchio, si rizzano. - Cos'è? Cos'è? Campana a martello!
fuoco? ladri? banditi? - Molte donne consigliano, pregano i mariti, di non
moversi, di lasciar correre gli altri: alcuni s'alzano, e vanno alla finestra:
i poltroni, come se si arrendessero alle preghiere, ritornan sotto: i più
curiosi e più bravi scendono a prender le forche e gli schioppi, per correre al
rumore: altri stanno a vedere.
Ma,
prima che quelli fossero all'ordine, prima anzi che fosser ben desti, il rumore
era giunto agli orecchi d'altre persone che vegliavano, non lontano, ritte e
vestite: i bravi in un luogo, Agnese e Perpetua in un altro. Diremo prima
brevemente ciò che facesser coloro, dal momento in cui gli abbiamo lasciati,
parte nel casolare e parte all'osteria. Questi tre, quando videro tutti gli
usci chiusi e la strada deserta, uscirono in fretta, come se si fossero avvisti
d'aver fatto tardi, e dicendo di voler andar subito a casa; diedero una
giravolta per il paese, per venire in chiaro se tutti eran ritirati- e in
fatti, non incontrarono anima vivente, né sentirono il più piccolo strepito.
Passarono anche, pian piano, davanti alla nostra povera casetta: la più quieta
di tutte, giacché non c'era più nessuno. Andarono allora diviato al casolare, e
fecero la loro relazione al signor Griso. Subito, questo si mise in testa un
cappellaccio, sulle spalle un sanrocchino di tela incerata, sparso di
conchiglie; prese un bordone da pellegrino, disse: - andiamo da bravi: zitti, e
attenti agli ordini -, s'incamminò il primo, gli altri dietro; e, in un
momento, arrivarono alla casetta, per una strada opposta a quella per cui se
n'era allontanata la nostra brigatella, andando anch'essa alla sua spedizione.
Il Griso trattenne la truppa, alcuni passi lontano, andò innanzi solo ad
esplorare, e, visto tutto deserto e tranquillo di fuori fece venire avanti due
di quei tristi, diede loro ordine di scalar adagino il muro che chiudeva il
cortiletto, e, calati dentro, nascondersi in un angolo, dietro un folto fico,
sul quale aveva messo l'occhio, la mattina. Ciò fatto, picchiò pian piano, con
intenzione di dirsi un pellegrino smarrito, che chiedeva ricovero, fino a
giorno. Nessun risponde: ripicchia un po' più forte; nemmeno uno zitto. Allora,
va a chiamare un terzo malandrino, lo fa scendere nel cortiletto, come gli
altri due, con l'ordine di sconficcare adagio il paletto, per aver libero
l'ingresso e la ritirata. Tutto s'eseguisce con gran cautela, e con prospero
successo. Va a chiamar gli altri, li fa entrar con sé, li manda a nascondersi
accanto ai primi; accosta adagio adagio l'uscio di strada, vi posta due
sentinelle di dentro; e va diritto all'uscio del terreno. Picchia anche lì, e
aspetta: e' poteva ben aspettare. Sconficca pian pianissimo anche quell'uscio:
nessuno di dentro dice: chi va là?; nessuno si fa sentire: meglio non può
andare. Avanti dunque : - st -, chiama quei del fico, entra con loro nella
stanza terrena, dove, la mattina, aveva scelleratamente accattato quel pezzo di
pane. Cava fuori esca, pietra, acciarino e zolfanelli, accende un suo
lanternino, entra nell'altra stanza più interna, per accertarsi che nessun ci
sia: non c'è nessuno. Torna indietro, va all'uscio di scala, guarda, porge
l'orecchio: solitudine e silenzio. Lascia due altre sentinelle a terreno, si fa
venir dietro il Grignapoco, ch'era un bravo del contado di Bergamo, il quale
solo doveva minacciare, acchetare, comandare, essere in somma il dicitore, affinché
il suo linguaggio potesse far credere ad Agnese che la spedizione veniva da
quella parte. Con costui al fianco, e gli altri dietro, il Griso sale adagio
adagio, bestemmiando in cuor suo ogni scalino che scricchiolasse, ogni passo di
que' mascalzoni che facesse rumore. Finalmente è in cima. Qui giace la lepre.
Spinge mollemente l'uscio che mette alla prima stanza; l'uscio cede, si fa
spiraglio: vi mette l'occhio; è buio: vi mette l'orecchio, per sentire se
qualcheduno russa, fiata, brulica là dentro; niente. Dunque avanti: si mette la
lanterna davanti al viso, per vedere, senza esser veduto, spalanca l'uscio,
vede un letto; addosso: il letto è fatto e spianato, con la rimboccatura
arrovesciata, e composta sul capezzale. Si stringe nelle spalle, si volta alla
compagnia, accenna loro che va a vedere nell'altra stanza, e che gli vengan
dietro pian piano; entra, fa le stesse cerimonie, trova la stessa cosa. - Che
diavolo è questo? - dice allora: - che qualche cane traditore abbia fatto la
spia? - Si metton tutti, con men cautela, a guardare, a tastare per ogni canto,
buttan sottosopra la casa. Mentre costoro sono in tali faccende, i due che fan
la guardia all'uscio di strada, sentono un calpestìo di passini frettolosi, che
s'avvicinano in fretta; s'immaginano che, chiunque sia, passerà diritto; stan
quieti, e, a buon conto, si mettono all'erta. In fatti, il calpestìo si ferma
appunto all'uscio. Era Menico che veniva di corsa, mandato dal padre Cristoforo
ad avvisar le due donne che, per l'amor del cielo, scappassero subito di casa,
e si rifugiassero al convento, perché... il perché lo sapete. Prende la
maniglia del paletto, per picchiare, e se lo sente tentennare in mano,
schiodato e sconficcato. "Che è questo?" pensa; e spinge l'uscio con
paura: quello s'apre. Menico mette il piede dentro, in gran sospetto, e si
sente a un punto acchiappar per le braccia, e due voci sommesse, a destra e a
sinistra, che dicono, in tono minaccioso: - zitto! o sei morto -. Lui in vece
caccia un urlo: uno di que' malandrini gli mette una mano alla bocca; l'altro
tira fuori un coltellaccio, per fargli paura. Il garzoncello trema come una
foglia, e non tenta neppur di gridare; ma, tutt'a un tratto, in vece di lui, e
con ben altro tono, si fa sentir quel primo tocco di campana così fatto, e
dietro una tempesta di rintocchi in fila. Chi è in difetto è in sospetto, dice
il proverbio milanese: all'uno e all'altro furfante parve di sentire in que'
tocchi il suo nome, cognome e soprannome: lasciano andar le braccia di Menico,
ritirano le loro in furia, spalancan la mano e la bocca, si guardano in viso, e
corrono alla casa, dov'era il grosso della compagnia. Menico, via a gambe per
la strada, alla volta del campanile, dove a buon conto qualcheduno ci doveva
essere. Agli altri furfanti che frugavan la casa, dall'alto al basso, il
terribile tocco fece la stessa impressione: si confondono, si scompigliano,
s'urtano a vicenda: ognuno cerca la strada più corta, per arrivare all'uscio.
Eppure era tutta gente provata e avvezza a mostrare il viso; ma non poterono
star saldi contro un pericolo indeterminato, e che non s'era fatto vedere un
po' da lontano, prima di venir loro addosso. Ci volle tutta la superiorità del
Griso a tenerli insieme, tanto che fosse ritirata e non fuga. Come il cane che
scorta una mandra di porci, corre or qua or là a quei che si sbandano; ne
addenta uno per un orecchio, e lo tira in ischiera; ne spinge un altro col
muso; abbaia a un altro che esce di fila in quel momento; così il pellegrino
acciuffa un di coloro, che già toccava la soglia, e lo strappa indietro; caccia
indietro col bordone uno e un altro che s'avviavan da quella parte: grida agli
altri che corron qua e là, senza saper dove; tanto che li raccozzò tutti nel
mezzo del cortiletto. - Presto, presto! pistole in mano, coltelli in pronto,
tutti insieme; e poi anderemo: così si va. Chi volete che ci tocchi, se stiam
ben insieme, sciocconi? Ma, se ci lasciamo acchiappare a uno a uno, anche i
villani ce ne daranno. Vergogna! Dietro a me, e uniti -. Dopo questa breve
aringa, si mise alla fronte, e uscì il primo. La casa, come abbiam detto, era
in fondo al villaggio; il Griso prese la strada che metteva fuori, e tutti gli
andaron dietro in buon ordine.
Lasciamoli
andare, e torniamo un passo indietro a prendere Agnese e Perpetua, che abbiam
lasciate in una certa stradetta. Agnese aveva procurato d'allontanar l'altra
dalla casa di don Abbondio, il più che fosse possibile; e, fino a un certo
punto, la cosa era andata bene. Ma tutt'a un tratto, la serva s'era ricordata
dell'uscio rimasto aperto, e aveva voluto tornare indietro. Non c'era che
ridire: Agnese, per non farle nascere qualche sospetto, aveva dovuto voltar con
lei, e andarle dietro, cercando di trattenerla, ogni volta che la vedesse
riscaldata ben bene nel racconto di que' tali matrimoni andati a monte.
Mostrava di darle molta udienza, e, ogni tanto, per far vedere che stava
attenta, o per ravviare il cicalìo, diceva: - sicuro: adesso capisco: va
benissimo: è chiara: e poi? e lui? e voi? - Ma intanto, faceva un altro discorso
con sé stessa. "Saranno usciti a quest'ora? o saranno ancor dentro? Che
sciocchi che siamo stati tutt'e tre, a non concertar qualche segnale, per
avvisarmi, quando la cosa fosse riuscita! È stata proprio grossa! Ma è fatta:
ora non c'è altro che tener costei a bada, più che posso: alla peggio, sarà un
po' di tempo perduto". Così, a corserelle e a fermatine, eran tornate poco
distante dalla casa di don Abbondio, la quale però non vedevano, per ragione di
quella cantonata: e Perpetua, trovandosi a un punto importante del racconto,
s'era lasciata fermare senza far resistenza, anzi senza avvedersene; quando,
tutt'a un tratto, si sentì venir rimbombando dall'alto, nel vano immoto
dell'aria, per l'ampio silenzio della notte, quel primo sgangherato grido di don
Abbondio: - aiuto! aiuto!
-
Misericordia! cos'è stato? - gridò Perpetua, e volle correre.
- Cosa
c'è? cosa c'è? - disse Agnese, tenendola per la sottana.
-
Misericordia! non avete sentito? - replicò quella, svincolandosi.
- Cosa
c'è? cosa c'è? - ripeté Agnese, afferrandola per un braccio.
-
Diavolo d'una donna! - esclamò Perpetua, rispingendola, per mettersi in
libertà; e prese la rincorsa. Quando, più lontano, più acuto, più istantaneo,
si sente l'urlo di Menico.
-
Misericordia! - grida anche Agnese; e di galoppo dietro l'altra. Avevan quasi
appena alzati i calcagni, quando scoccò la campana: un tocco, e due, e tre, e
seguita: sarebbero stati sproni, se quelle ne avessero avuto bisogno. Perpetua
arriva, un momento prima dell'altra; mentre vuole spinger l'uscio, l'uscio si
spalanca di dentro, e sulla soglia compariscono Tonio, Gervaso, Renzo, Lucia,
che, trovata la scala, eran venuti giù saltelloni; e, sentendo poi quel
terribile scampanìo, correvano in furia, a mettersi in salvo.
- Cosa
c'è? cosa c'è? - domandò Perpetua ansante ai fratelli, che le risposero con un
urtone, e scantonarono. - E voi! come! che fate qui voi? - domandò poscia
all'altra coppia, quando l'ebbe raffigurata. Ma quelli pure usciron senza
rispondere. Perpetua, per accorrere dove il bisogno era maggiore, non domandò
altro, entrò in fretta nell'andito, e corse, come poteva al buio, verso la
scala. I due sposi rimasti promessi si trovarono in faccia Agnese, che arrivava
tutt'affannata. - Ah siete qui! - disse questa, cavando fuori la parola a
stento: - com'è andata? cos'è la campana? mi par d'aver sentito...
- A
casa, a casa, - diceva Renzo, - prima che venga gente -. E s avviavano; ma
arriva Menico di corsa, li riconosce, li ferma, e, ancor tutto tremante, con
voce mezza fioca, dice: - dove andate? indietro, indietro! per di qua, al
convento!
- Sei
tu che...? - cominciava Agnese.
- Cosa
c'è d'altro? - domandava Renzo. Lucia, tutta smarrita, taceva e tremava.
- C'è
il diavolo in casa, - riprese Menico ansante. - Gli ho visti io: m'hanno voluto
ammazzare: l'ha detto il padre Cristoforo: e anche voi, Renzo, ha detto che
veniate subito: e poi gli ho visti io: provvidenza che vi trovo qui tutti! vi
dirò poi, quando saremo fuori.
Renzo,
ch'era il più in sé di tutti, pensò che, di qua o di là, conveniva andar
subito, prima che la gente accorresse; e che la più sicura era di far ciò che
Menico consigliava, anzi comandava, con la forza d'uno spaventato. Per istrada
poi, e fuor del pericolo, si potrebbe domandare al ragazzo una spiegazione più
chiara. - Cammina avanti, - gli disse. - Andiam con lui, - disse alle donne.
Voltarono, s'incamminarono in fretta verso la chiesa, attraversaron la piazza,
dove per grazia del eielo, non c'era ancora anima vivente; entrarono in una
stradetta che era tra la chiesa e la casa di don Abbondio; al primo buco che
videro in una siepe, dentro, e via per i campi.
Non
s'eran forse allontanati un cinquanta passi, quando la gente cominciò ad
accorrere sulla piazza, e ingrossava ogni momento. Si guardavano in viso gli
uni con gli altri: ognuno aveva una domanda da fare, nessuno una risposta da
dare. I primi arrivati corsero alla porta della chiesa: era serrata. Corsero al
campanile di fuori; e uno di quelli, messa la bocca a un finestrino, una specie
di feritoia, cacciò dentro un: - che diavolo c'è? - Quando Ambrogio sentì una
voce conosciuta, lasciò andar la corda; e assicurato dal ronzìo, ch'era accorso
molto popolo, rispose: - vengo ad aprire -. Si mise in fretta l'arnese che
aveva portato sotto il braccio, venne, dalla parte di dentro, alla porta della
chiesa, e l'aprì.
- Cos'è
tutto questo fracasso? - Cos'è? - Dov'è? - Chi è?
- Come,
chi è? - disse Ambrogio, tenendo con una mano un battente della porta, e, con
l'altra, il lembo di quel tale arnese, che s'era messo così in fretta: - come!
non lo sapete? gente in casa del signor curato. Animo, figliuoli: aiuto -. Si
voltan tutti a quella casa, vi s'avvicinano in folla, guardano in su, stanno in
orecchi: tutto quieto. Altri corrono dalla parte dove c'era l'uscio: è chiuso,
e non par che sia stato toccato. Guardano in su anche loro: non c'è una
finestra aperta: non si sente uno zitto.
- Chi è
là dentro? - Ohe, ohe! - Signor curato! - Signor curato!
Don
Abbondio, il quale, appena accortosi della fuga degl'invasori, s'era ritirato
dalla finestra, e l'aveva richiusa, e che in questo momento stava a bisticciar
sottovoce con Perpetua, che l'aveva lasciato solo in quell'imbroglio, dovette,
quando si sentì chiamare a voce di popolo, venir di nuovo alla finestra; e
visto quel gran soccorso, si pentì d'averlo chiesto.
- Cos'è
stato? - Che le hanno fatto? - Chi sono costoro? - Dove sono? - gli veniva
gridato da cinquanta voci a un tratto.
- Non
c'è più nessuno: vi ringrazio: tornate pure a casa.
- Ma
chi è stato? - Dove sono andati? - Che è accaduto?
-
Cattiva gente, gente che gira di notte; ma sono fuggiti: tornate a casa; non
c'è più niente: un'altra volta, figliuoli: vi ringrazio del vostro buon cuore
-. E, detto questo, si ritirò, e chiuse la finestra. Qui alcuni cominciarono a
brontolare, altri a canzonare, altri a sagrare; altri si stringevan nelle
spalle, e se n'andavano: quando arriva uno tutto trafelato, che stentava a
formar le parole. Stava costui di casa quasi dirimpetto alle nostre donne, ed
essendosi, al rumore, affacciato alla finestra, aveva veduto nel cortiletto
quello scompiglio de' bravi, quando il Griso s'affannava a raccoglierli.
Quand'ebbe ripreso fiato, gridò: - che fate qui, figliuoli? non è qui il
diavolo; è giù in fondo alla strada, alla casa d'Agnese Mondella: gente armata;
son dentro; par che vogliano ammazzare un pellegrino; chi sa che diavolo c'è!
- Che?
- Che? - Che? - E comincia una consulta tumultuosa. - Bisogna andare. - Bisogna
vedere. - Quanti sono? - Quanti siamo? - Chi sono? - Il console! il console!
- Son
qui, - risponde il console, di mezzo alla folla: - son qui; ma bisogna
aiutarmi, bisogna ubbidire. Presto: dov'è il sagrestano? Alla campana, alla
campana. Presto: uno che corra a Lecco a cercar soccorso: venite qui tutti...
Chi
accorre, chi sguizza tra uomo e uomo, e se la batte; il tumulto era grande,
quando arriva un altro, che gli aveva veduti partire in fretta, e grida: -
correte, figliuoli: ladri, o banditi che scappano con un pellegrino: son già
fuori del paese: addosso! addosso! - A quest'avviso, senza aspettar gli ordini
del capitano, si movono in massa, e giù alla rinfusa per la strada; di mano in
mano che l'esercito s'avanza, qualcheduno di quei della vanguardia rallenta il
passo, si lascia sopravanzare, e si ficca nel corpo della battaglia: gli ultimi
spingono innanzi: lo sciame confuso giunge finalmente al luogo indicato. Le
tracce dell'invasione eran fresche e manifeste: l'uscio spalancato, la
serratura sconficcata; ma gl'invasori erano spariti. S'entra nel cortile; si va
all'uscio del terreno: aperto e sconficcato anche quello: si chiama: - Agnese!
Lucia! Il pellegrino! Dov'è il pellegrino? L'avrà sognato Stefano, il
pellegrino. - No, no: l'ha visto anche Carlandrea. Ohe, pellegrino! - Agnese!
Lucia! - Nessuno risponde. - Le hanno portate via! Le hanno portate via! - Ci
fu allora di quelli che, alzando la voce, proposero d'inseguire i rapitori: che
era un'infamità; e sarebbe una vergogna per il paese, se ogni birbone potesse a
man salva venire a portar via le donne, come il nibbio i pulcini da un'aia deserta.
Nuova consulta e più tumultuosa: ma uno (e non si seppe mai bene chi fosse
stato) gettò nella brigata una voce, che Agnese e Lucia s'eran messe in salvo
in una casa. La voce corse rapidamente, ottenne credenza; non si parlò più di
dar la caccia ai fuggitivi; e la brigata si sparpagliò, andando ognuno a casa
sua. Era un bisbiglio, uno strepito, un picchiare e un aprir d'usci, un
apparire e uno sparir di lucerne, un interrogare di donne dalle finestre, un
rispondere dalla strada. Tornata questa deserta e silenziosa, i discorsi
continuaron nelle case, e moriron negli sbadigli, per ricominciar poi la
mattina. Fatti però, non ce ne fu altri; se non che, quella medesima mattina,
il console, stando nel suo campo, col mento in una mano, e il gomito appoggiato
sul manico della vanga mezza ficcata nel terreno, e con un piede sul vangile;
stando, dico, a speculare tra sé sui misteri della notte passata, e sulla
ragion composta di ciò che gli toccase a fare, e di ciò che gli convenisse
fare, vide venirsi incontro due uomini d'assai gagliarda presenza, chiomati
come due re de' Franchi della prima razza, e somigliantissimi nel resto a que'
due che cinque giorni prima avevano affrontato don Abbondio, se pur non eran
que' medesimi. Costoro, con un fare ancor men cerimonioso, intimarono al
console che guardasse bene di non far deposizione al podestà dell'accaduto, di
non rispondere il vero, caso che ne venisse interrogato, di non ciarlare, di
non fomentar le ciarle de' villani, per quanto aveva cara la speranza di morir
di malattia.
I
nostri fuggiaschi camminarono un pezzo di buon trotto, in silenzio, voltandosi,
ora l'uno ora l'altro, a guardare se nessuno gl'inseguiva, tutti in affanno per
la fatica della fuga, per il batticuore e per la sospensione in cui erano
stati, per il dolore della cattiva riuscita, per l'apprensione confusa del
nuovo oscuro pericolo. E ancor più in affanno li teneva l'incalzare continuo di
que' rintocchi, i quali, quanto, per l'allontanarsi, venivan più fiochi e
ottusi, tanto pareva che prendessero un non so che di più lugubre e sinistro.
Finalmente cessarono. I fuggiaschi allora, trovandosi in un campo disabitato, e
non sentendo un alito all'intorno, rallentarono il passo; e fu la prima Agnese
che, ripreso fiato, ruppe il silenzio, domandando a Renzo com'era andata,
domandando a Menico cosa fosse quel diavolo in casa. Renzo raccontò brevemente
la sua trista storia; e tutt'e tre si voltarono al fanciullo, il quale riferì
più espressamente l'avviso del padre, e raccontò quello ch'egli stesso aveva veduto
e rischiato, e che pur troppo confermava l'avviso. Gli ascoltatori compresero
più di quel che Menico avesse saputo dire: a quella scoperta, si sentiron
rabbrividire; si fermaron tutt'e tre a un tratto, si guardarono in viso l'un
con l'altro, spaventati; e subito, con un movimento unanime, tutt'e tre posero
una mano, chi sul capo, chi sulle spalle del ragazzo, come per accarezzarlo,
per ringraziarlo tacitamente che fosse stato per loro un angelo tutelare, per
dimostrargli la compassione che sentivano dell'angoscia da lui sofferta, e del
pericolo corso per la loro salvezza; e quasi per chiedergliene scusa. - Ora
torna a casa, perché i tuoi non abbiano a star più in pena per te, - gli disse
Agnese; e rammentandosi delle due parpagliole promesse, se ne levò quattro di
tasca, e gliele diede, aggiungendo: - basta; prega il Signore che ci rivediamo
presto: e allora... - Renzo gli diede una berlinga nuova, e gli raccomandò
molto di non dir nulla della commissione avuta dal frate; Lucia l'accarezzò di
nuovo, lo salutò con voce accorata; il ragazzo li salutò tutti, intenerito; e
tornò indietro. Quelli ripresero la loro strada, tutti pensierosi; le donne
innanzi, e Renzo dietro, come per guardia. Lucia stava stretta al braccio della
madre, e scansava dolcemente, e con destrezza, l'aiuto che il giovine le
offriva ne' passi malagevoli di quel viaggio fuor di strada; vergognosa in sé,
anche in un tale turbamento, d'esser già stata tanto sola con lui, e tanto
famigliarmente, quando s'aspettava di divenir sua moglie, tra pochi momenti.
Ora, svanito così dolorosamente quel sogno, si pentiva d'essere andata troppo
avanti, e, tra tante cagioni di tremare, tremava anche per quel pudore che non
nasce dalla trista scienza del male, per quel pudore che ignora se stesso,
somigliante alla paura del fanciullo, che trema nelle tenebre, senza saper di
che.
- E la
casa? - disse a un tratto Agnese. Ma, per quanto la domanda fosse importante,
nessuno rispose, perché nessuno poteva darle una risposta soddisfacente.
Continuarono in silenzio la loro strada, e poco dopo, sboccarono finalmente
sulla piazzetta davanti alla chiesa del convento.
Renzo
s'affacciò alla porta, e la sospinse bel bello. La porta di fatto s'aprì; e la
luna, entrando per lo spiraglio, illuminò la faccia pallida, e la barba
d'argento del padre Cristoforo, che stava quivi ritto in aspettativa. Visto che
non ci mancava nessuno, - Dio sia benedetto! - disse, e fece lor cenno
ch'entrassero. Accanto a lui, stava un altro cappuccino; ed era il laico
sagrestano, ch'egli, con preghiere e con ragioni, aveva persuaso a vegliar con
lui, a lasciar socchiusa la porta, e a starci in sentinella, per accogliere
que' poveri minacciati: e non si richiedeva meno dell'autorità del padre, della
sua fama di santo, per ottener dal laico una condiscendenza incomoda,
pericolosa e irregolare. Entrati che furono, il padre Cristoforo riaccostò la
porta adagio adagio. Allora il sagrestano non poté più reggere, e, chiamato il
padre da una parte, gli andava susurrando all'orecchio: - ma padre, padre! di
notte... in chiesa... con donne... chiudere... la regola... ma padre! - E
tentennava la testa. Mentre diceva stentatamente quelle parole, "vedete un
poco!" pensava il padre Cristoforo, "se fosse un masnadiero
inseguito, fra Fazio non gli farebbe una difficoltà al mondo; e una povera
innocente, che scappa dagli artigli del lupo..." - Omnia munda mundis,
- disse poi, voltandosi tutt'a un tratto a fra Fazio, e dimenticando che questo
non intendeva il latino. Ma una tale dimenticanza fu appunto quella che fece
l'effetto. Se il padre si fosse messo a questionare con ragioni, a fra Fazio
non sarebber mancate altre ragioni da opporre; e sa il cielo quando e come la
cosa sarebbe finita. Ma, al sentir quelle parole gravide d'un senso misterioso,
e proferite così risolutamente, gli parve che in quelle dovesse contenersi la
soluzione di tutti i suoi dubbi. S'acquietò, e disse: - basta! lei ne sa più di
me.
-
Fidatevi pure, - rispose il padre Cristoforo; e, all'incerto chiarore della
lampada che ardeva davanti all'altare, s'accostò ai ricoverati, i quali stavano
sospesi aspettando, e disse loro: - figliuoli! ringraziate il Signore, che v'ha
scampati da un gran pericolo. Forse in questo momento...! - E qui si mise a
spiegare ciò che aveva fatto accennare dal piccol messo: giacché non sospettava
ch'essi ne sapesser più di lui, e supponeva che Menico gli avesse trovati
tranquilli in casa, prima che arrivassero i malandrini. Nessuno lo disingannò,
nemmeno Lucia, la quale però sentiva un rimorso segreto d'una tale dissimulazione,
con un tal uomo; ma era la notte degl'imbrogli e de' sotterfugi.
- Dopo
di ciò, - continuò egli, - vedete bene, figliuoli, che ora questo paese non è
sicuro per voi. ' il vostro; ci siete nati; non avete fatto male a nessuno; ma
Dio vuol così. È una prova, figliuoli: sopportatela con pazienza, con fiducia,
senza odio, e siate sicuri che verrà un tempo in cui vi troverete contenti di
ciò che ora accade. Io ho pensato a trovarvi un rifugio, per questi primi
momenti. Presto, io spero, potrete ritornar sicuri a casa vostra; a ogni modo,
Dio vi provvederà, per il vostro meglio; e io certo mi studierò di non mancare
alla grazia che mi fa, scegliendomi per suo ministro, nel servizio di voi suoi
poveri cari tribolati. Voi, - continuò volgendosi alle due donne, - potrete
fermarvi a ***. Là sarete abbastanza fuori d'ogni pericolo, e, nello stesso
tempo, non troppo lontane da casa vostra. Cercate del nostro convento, fate
chiamare il padre guardiano, dategli questa lettera: sarà per voi un altro fra
Cristoforo. E anche tu, il mio Renzo, anche tu devi metterti, per ora, in salvo
dalla rabbia degli altri, e dalla tua. Porta questa lettera al padre
Bonaventura da Lodi, nel nostro convento di Porta Orientale in Milano. Egli ti
farà da padre, ti guiderà, ti troverà del lavoro, per fin che tu non possa
tornare a viver qui tranquillamente. Andate alla riva del lago, vicino allo
sbocco del Bione -. È un torrente a pochi passi da Pescarenico. - Lì vedrete un
battello fermo; direte: barca; vi sarà domandato per chi; risponderete: san
Francesco. La barca vi riceverà, vi trasporterà all'altra riva, dove troverete
un baroccio che vi condurrà addirittura fino a ***.
Chi
domandasse come fra Cristoforo avesse così subito a sua disposizione que' mezzi
di trasporto, per acqua e per terra, farebbe vedere di non conoscere qual fosse
il potere d'un cappuccino tenuto in concetto di santo.
Restava
da pensare alla custodia delle case. Il padre ne ricevette le chiavi,
incaricandosi di consegnarle a quelli che Renzo e Agnese gl'indicarono. Quest'ultima,
levandosi di tasca la sua, mise un gran sospiro, pensando che, in quel momento,
la casa era aperta, che c'era stato il diavolo, e chi sa cosa ci rimaneva da
custodire!
- Prima
che partiate, - disse il padre, - preghiamo tutti insieme il Signore, perché
sia con voi, in codesto viaggio, e sempre; e sopra tutto vi dia forza, vi dia
amore di volere ciò ch'Egli ha voluto -. Così dicendo s'inginocchiò nel mezzo
della chiesa; e tutti fecer lo stesso. Dopo ch'ebbero pregato, alcuni momenti,
in silenzio, il padre, con voce sommessa, ma distinta, articolò queste parole:
- noi vi preghiamo ancora per quel poveretto che ci ha condotti a questo passo.
Noi saremmo indegni della vostra misericordia, se non ve la chiedessimo di
cuore per lui; ne ha tanto bisogno! Noi, nella nostra tribolazione, abbiamo
questo conforto, che siamo nella strada dove ci avete messi Voi: possiamo
offrirvi i nostri guai; e diventano un guadagno. Ma lui!... è vostro nemico. Oh
disgraziato! compete con Voi! Abbiate pietà di lui, o Signore, toccategli il
cuore, rendetelo vostro amico, concedetegli tutti i beni che noi possiamo
desiderare a noi stessi.
Alzatosi
poi, come in fretta, disse: - via, figliuoli, non c'è tempo da perdere: Dio vi
guardi, il suo angelo v'accompagni: andate -. E mentre s'avviavano, con quella
commozione che non trova parole, e che si manifesta senza di esse, il padre
soggiunse, con voce alterata: - il cuor mi dice che ci rivedremo presto.
Certo,
il cuore, chi gli dà retta, ha sempre qualche cosa da dire su quello che sarà.
Ma che sa il cuore? Appena un poco di quello che è già accaduto.
Senza
aspettar risposta, fra Cristoforo, andò verso la sagrestia; i viaggiatori
usciron di chiesa; e fra Fazio chiuse la porta, dando loro un addio, con la
voce alterata anche lui. Essi s'avviarono zitti zitti alla rivá ch'era stata
loro indicata; videro il battello pronto, e data e barattata la parola,
c'entrarono. Il barcaiolo, puntando un remo alla proda, se ne staccò; afferrato
poi l'altro remo, e vogando a due braccia, prese il largo, verso la spiaggia
opposta. Non tirava un alito di vento; il lago giaceva liscio e piano, e
sarebbe parso immobile, se non fosse stato il tremolare e l'ondeggiar leggiero
della luna, che vi si specchiava da mezzo il cielo. S'udiva soltanto il fiotto
morto e lento frangersi sulle ghiaie del lido, il gorgoglìo più lontano
dell'acqua rotta tra le pile del ponte, e il tonfo misurato di que' due remi,
che tagliavano la superficie azzurra del lago, uscivano a un colpo grondanti, e
si rituffavano. L'onda segata dalla barca, riunendosi dietro la poppa, segnava
una striscia increspata, che s'andava allontanando dal lido. I passeggieri
silenziosi, con la testa voltata indietro, guardavano i monti, e il paese
rischiarato dalla luna, e variato qua e là di grand'ombre. Si distinguevano i
villaggi, le case, le capanne: il palazzotto di don Rodrigo, con la sua torre
piatta, elevato sopra le casucce ammucchiate alla falda del promontorio, pareva
un feroce che, ritto nelle tenebre, in mezzo a una compagnia d'addormentati, vegliasse,
meditando un delitto. Lucia lo vide, e rabbrividì; scese con l'occhio giù giù
per la china, fino al suo paesello, guardò fisso all'estremità, scoprì la sua
casetta, scoprì la chioma folta del fico che sopravanzava il muro del cortile,
scoprì la finestra della sua camera; e, seduta, com'era, nel fondo della barca,
posò il braccio sulla sponda, posò sul braccio la fronte, come per dormire, e
pianse segretamente.
Addio,
monti sorgenti dall'acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è
cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l'aspetto
de' suoi più familiari; torrenti, de' quali distingue lo scroscio, come il
suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come
branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto
tra voi, se ne allontana! Alla fantasia di quello stesso che se ne parte
volontariamente, tratto dalla speranza di fare altrove fortuna, si
disabbelliscono, in quel momento, i sogni della ricchezza; egli si maraviglia
d'essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se non pensasse che,
un giorno, tornerà dovizioso. Quanto più si avanza nel piano, il suo occhio si
ritira, disgustato e stanco, da quell'ampiezza uniforme; l'aria gli par gravosa
e morta; s'inoltra mesto e disattento nelle città tumultuose; le case aggiunte
a case, le strade che sboccano nelle strade, pare che gli levino il respiro; e
davanti agli edifizi ammirati dallo straniero, pensa, con desiderio inquieto,
al campicello del suo paese, alla casuccia a cui ha già messo gli occhi
addosso, da gran tempo, e che comprerà, tornando ricco a' suoi monti.
Ma chi
non aveva mai spinto al di là di quelli neppure un desiderio fuggitivo, chi
aveva composti in essi tutti i disegni dell'avvenire, e n'è sbalzato lontano,
da una forza perversa! Chi, staccato a un tempo dalle più care abitudini, e
disturbato nelle più care speranze, lascia que' monti, per avviarsi in traccia
di sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere, e non può con
l'immaginazione arrivare a un momento stabilito per il ritorno! Addio, casa
natìa, dove, sedendo, con un pensiero occulto, s'imparò a distinguere dal
rumore de' passi comuni il rumore d'un passo aspettato con un misterioso
timore. Addio, casa ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla
sfuggita, passando, e non senza rossore; nella quale la mente si figurava un
soggiorno tranquillo e perpetuo di sposa. Addio, chiesa, dove l'animo tornò
tante volte sereno, cantando le lodi del Signore; dov'era promesso, preparato
un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente
benedetto, e l'amore venir comandato, e chiamarsi santo; addio! Chi dava a voi
tanta giocondità è per tutto; e non turba mai la gioia de' suoi figli, se non
per prepararne loro una più certa e più grande.
Di tal
genere, se non tali appunto, erano i pensieri di Lucia, e poco diversi i
pensieri degli altri due pellegrini, mentre la barca gli andava avvicinando
alla riva destra dell'Adda.
L'urtar
che fece la barca contro la proda, scosse Lucia, la quale, dopo aver asciugate
in segreto le lacrime, alzò la testa, come se si svegliasse. Renzo uscì il
primo, e diede la mano ad Agnese, la quale, uscita pure, la diede alla figlia;
e tutt'e tre resero tristamente grazie al barcaiolo. - Di che cosa? - rispose
quello: - siam quaggiù per aiutarci l'uno con l'altro, - e ritirò la mano,
quasi con ribrezzo, come se gli fosse proposto di rubare, allorché Renzo cercò
di farvi sdrucciolare una parte de' quattrinelli che si trovava indosso, e che
aveva presi quella sera, con intenzione di regalar generosamente don Abbondio,
quando questo l'avesse, suo malgrado, servito. Il baroccio era lì pronto; il
conduttore salutò i tre aspettati, li fece salire, diede una voce alla bestia,
una frustata, e via.
Il nostro
autore non descrive quel viaggio notturno, tace il nome del paese dove fra
Cristoforo aveva indirizzate le due donne; anzi protesta espressamente di non
lo voler dire. Dal progresso della storia si rileva poi la cagione di queste
reticenze. Le avventure di Lucia in quel soggiorno, si trovano avviluppate in
un intrigo tenebroso di persona appartenente a una famiglia, come pare, molto
potente, al tempo che l'autore scriveva. Per render ragione della strana
condotta di quella persona, nel caso particolare, egli ha poi anche dovuto
raccontarne in succinto la vita antecedente; e la famiglia ci fa quella figura
che vedrà chi vorrà leggere. Ma ciò che la circospezione del pover'uomo ci ha
voluto sottrarre, le nostre diligenze ce l'hanno fatto trovare in altra parte.
Uno storico milanese (Josephi Ripamontii, Historiae Patriae, Decadis V, Lib.
VI, Cap. III, pag. 358 et seq.) che ha avuto a far menzione di quella persona
medesima, non nomina, è vero, né lei, né il paese; ma di questo dice ch'era un
borgo antico e nobile, a cui di città non mancava altro che il nome; dice
altrove, che ci passa il Lambro; altrove, che c'è un arciprete. Dal riscontro
di questi dati noi deduciamo che fosse Monza senz'altro. Nel vasto tesoro
dell'induzioni erudite, ce ne potrà ben essere delle più fine, ma delle più
sicure, non crederei. Potremmo anche, sopra congetture molto fondate, dire il
nome della famiglia; ma, sebbene sia estinta da un pezzo, ci par meglio
lasciarlo nella penna, per non metterci a rischio di far torto neppure ai morti,
e per lasciare ai dotti qualche soggetto di ricerca.
I
nostri viaggiatori arrivaron dunque a Monza, poco dopo il levar del sole: il
conduttore entrò in un'osteria, e lì, come pratico del luogo, e conoscente del
padrone, fece assegnar loro una stanza, e ve gli accompagnò. Tra i
ringraziamenti, Renzo tentò pure di fargli ricevere qualche danaro; ma quello,
al pari del barcaiolo, aveva in mira un'altra ricompensa, più lontana, ma più
abbondante: ritirò le mani, anche lui, e, come fuggendo, corse a governare la
sua bestia.
Dopo
una sera quale l'abbiamo descritta, e una notte quale ognuno può immaginarsela,
passata in compagnia di que' pensieri, col sospetto incessante di qualche
incontro spiacevole, al soffio di una brezzolina più che autunnale, e tra le continue
scosse della disagiata vettura, che ridestavano sgarbatamente chi di loro
cominciasse appena a velar l'occhio, non parve vero a tutt'e tre di sedersi sur
una panca che stava ferma, in una stanza, qualunque fosse. Fecero colazione,
come permetteva la penuria de' tempi, e i mezzi scarsi in proporzione de'
contingenti bisogni d'un avvenire incerto, e il poco appetito. A tutt'e tre
passò per la mente il banchetto che, due giorni prima, s'aspettavan di fare; e
ciascuno mise un gran sospiro. Renzo avrebbe voluto fermarsi lì, almeno tutto
quel giorno, veder le donne allogate, render loro i primi servizi; ma il padre
aveva raccomandato a queste di mandarlo subito per la sua strada. Addussero
quindi esse e quegli ordini, e cento altre ragioni; che la gente ciarlerebbe,
che la separazione più ritardata sarebbe più dolorosa, ch'egli potrebbe venir
presto a dar nuove e a sentirne; tanto che si risolvette di partire. Si
concertaron, come poterono, sulla maniera di rivedersi, più presto che fosse
possibile. Lucia non nascose le lacrime; Renzo trattenne a stento le sue, e,
stringendo forte forte la mano a Agnese, disse con voce soffogata: - a
rivederci, - e partì.
Le
donne si sarebber trovate ben impicciate, se non fosse stato quel buon
barocciaio, che aveva ordine di guidarle al convento de' cappuccini, e di dar
loro ogn'altro aiuto che potesse bisognare. S'avviaron dunque con lui a quel
convento; il quale, come ognun sa, era pochi passi distante da Monza. Arrivati
alla porta, il conduttore tirò il campanello, fece chiamare il padre guardiano;
questo venne subito, e ricevette la lettera, sulla soglia.
- Oh!
fra Cristoforo! - disse, riconoscendo il carattere. Il tono della voce e i
movimenti del volto indicavano manifestamente che proferiva il nome d'un
grand'amico. Convien poi dire che il nostro buon Cristoforo avesse, in quella
lettera, raccomandate le donne con molto calore, e riferito il loro caso con
molto sentimento, perché il guardiano, faceva, di tanto in tanto, atti di
sorpresa e d'indegnazione; e, alzando gli occhi dal foglio, li fissava sulle
donne con una certa espressione di pietà e d'interesse. Finito ch'ebbe di
leggere, stette lì alquanto a pensare; poi disse: - non c'è che la signora: se
la signora vuol prendersi quest'impegno...
Tirata
quindi Agnese in disparte, sulla piazza davanti al convento, le fece alcune
interrogazioni, alle quali essa soddisfece; e, tornato verso Lucia, disse a
tutt'e due: - donne mie, io tenterò; e spero di potervi trovare un ricovero più
che sicuro, più che onorato, fin che Dio non v'abbia provvedute in miglior
maniera. Volete venir con me?
Le
donne accennarono rispettosamente di sì; e il frate riprese: - bene; io vi
conduco subito al monastero della signora. State però discoste da me alcuni
passi, perché la gente si diletta di dir male; e Dio sa quante belle
chiacchiere si farebbero, se si vedesse il padre guardiano per la strada, con
una bella giovine... con donne voglio dire.
Così
dicendo, andò avanti. Lucia arrossì; il barocciaio sorrise, guardando Agnese,
la quale non poté tenersi di non fare altrettanto; e tutt'e tre si mossero,
quando il frate si fu avviato; e gli andaron dietro, dieci passi discosto. Le
donne allora domandarono al barocciaio, ciò che non avevano osato al padre
guardiano, chi fosse la signora.
- La
signora, - rispose quello, - è una monaca; ma non è una monaca come l'altre.
Non è che sia la badessa, né la priorache anzi, a quel che dicono, è una delle
più giovani: ma è della costola d'Adamo; e i suoi del tempo antico erano gente
grande, venuta di Spagna, dove son quelli che comandano; e per questo la
chiamano la signora, per dire ch'è una gran signora; e tutto il paese la chiama
con quel nome, perché dicono che in quel monastero non hanno avuto mai una
persona simile; e i suoi d'adesso, laggiù a Milano, contan molto, e son di
quelli che hanno sempre ragione, e in Monza anche di più, perché suo padre,
quantunque non ci stia, è il primo del paese; onde anche lei può far alto e
basso nel monastero; e anche la gente di fuori le porta un gran rispetto; e
quando prende un impegno, le riesce anche di spuntarlo; e perciò, se quel buon
religioso lì, ottiene di mettervi nelle sue mani, e che lei v'accetti, vi posso
dire che sarete sicure come sull'altare.
Quando
fu vicino alla porta del borgo, fiancheggiata allora da un antico torracchione
mezzo rovinato, e da un pezzo di castellaccio, diroccato anch'esso, che forse
dieci de' miei lettori possono ancor rammentarsi d'aver veduto in piedi, il
guardiano si fermò, e si voltò a guardar se gli altri venivano; quindi entrò, e
s'avviò al monastero, dove arrivato, si fermò di nuovo sulla soglia, aspettando
la piccola brigata. Pregò il barocciaio che, tra un par d'ore, tornasse da lui,
a prender la risposta: questo lo promise, e si licenziò dalle donne, che lo
caricaron di ringraziamenti, e di commissioni per il padre Cristoforo. Il
guardiano fece entrare la madre e la figlia nel primo cortile del monastero, le
introdusse nelle camere della fattoressa; e andò solo a chieder la grazia. Dopo
qualche tempo, ricomparve giulivo, a dir loro che venissero avanti con lui; ed
era ora, perché la figlia e la madre non sapevan più come fare a distrigarsi
dall'interrogazioni pressanti della fattoressa. Attraversando un secondo
cortile, diede qualche avvertimento alle donne, sul modo di portarsi con la
signora. - E ben disposta per voi altre, - disse, - e vi può far del bene
quanto vuole. Siate umili e rispettose, rispondete con sincerità alle domande
che le piacerà di farvi, e quando non siete interrogate, lasciate fare a me -.
Entrarono in una stanza terrena, dalla quale si passava nel parlatorio: prima
di mettervi il piede, il guardiano, accennando l'uscio, disse sottovoce alle
donne: - è qui, - come per rammentar loro tutti quegli avvertimenti. Lucia, che
non aveva mai visto un monastero, quando fu nel parlatorio, guardò in giro dove
fosse la signora a cui fare il suo inchino, e, non iscorgendo persona, stava
come incantata; quando, visto il padre e Agnese andar verso un angolo, guardò
da quella parte, e vide una finestra d'una forma singolare, con due grosse e
fitte grate di ferro, distanti l'una dall'altra un palmo; e dietro quelle una
monaca ritta. Il suo aspetto, che poteva dimostrar venticinque anni, faceva a
prima vista un'impressione di bellezza, ma d'una bellezza sbattuta, sfiorita e,
direi quasi, scomposta. Un velo nero, sospeso e stirato orizzontalmente sulla
testa, cadeva dalle due parti, discosto alquanto dal viso; sotto il velo, una
bianchissima benda di lino cingeva, fino al mezzo, una fronte di diversa, ma
non d'inferiore bianchezza; un'altra benda a pieghe circondava il viso, e
terminava sotto il mento in un soggolo, che si stendeva alquanto sul petto, a
coprire lo scollo d'un nero saio. Ma quella fronte si raggrinzava spesso, come
per una contrazione dolorosa; e allora due sopraccigli neri si ravvicinavano,
con un rapido movimento. Due occhi, neri neri anch'essi, si fissavano talora in
viso alle persone, con un'investigazione superba; talora si chinavano in
fretta, come per cercare un nascondiglio; in certi momenti, un attento osservatore
avrebbe argomentato che chiedessero affetto, corrispondenza, pietà; altre volte
avrebbe creduto coglierci la rivelazione istantanea d'un odio inveterato e
compresso, un non so che di minaccioso e di feroce: quando restavano immobili e
fissi senza attenzione, chi ci avrebbe immaginata una svogliatezza orgogliosa,
chi avrebbe potuto sospettarci il travaglio d'un pensiero nascosto, d'una
preoccupazione familiare all'animo, e più forte su quello che gli oggetti
circostanti. Le gote pallidissime scendevano con un contorno delicato e
grazioso, ma alterato e reso mancante da una lenta estenuazione. Le labbra,
quantunque appena tinte d'un roseo sbiadito, pure, spiccavano in quel pallore:
i loro moti erano, come quelli degli occhi, subitanei, vivi, pieni d'espressione
e di mistero. La grandezza ben formata della persona scompariva in un certo
abbandono del portamento, o compariva sfigurata in certe mosse repentine,
irregolari e troppo risolute per una donna, non che per una monaca. Nel vestire
stesso c'era qua e là qualcosa di studiato o di negletto, che annunziava una
monaca singolare: la vita era attillata con una certa cura secolaresca, e dalla
benda usciva sur una tempia una ciocchettina di neri capelli; cosa che
dimostrava o dimenticanza o disprezzo della regola che prescriveva di tenerli
sempre corti, da quando erano stati tagliati, nella cerimonia solenne del
vestimento.
Queste
cose non facevano specie alle due donne, non esercitate a distinguer monaca da
monaca: e il padre guardiano, che non vedeva la signora per la prima volta, era
già avvezzo, come tant'altri, a quel non so che di strano, che appariva nella
sua persona, come nelle sue maniere.
Era
essa, in quel momento, come abbiam detto, ritta vicino alla grata, con una mano
appoggiata languidamente a quella, e le bianchissime dita intrecciate ne' vòti;
e guardava fisso Lucia, che veniva avanti esitando. - Reverenda madre, e
signora illustrissima, - disse il guardiano, a capo basso, e con la mano al
petto: - questa è quella povera giovine, per la quale m'ha fatto sperare la sua
valida protezione; e questa è la madre.
Le due
presentate facevano grand'inchini: la signora accennò loro con la mano, che
bastava, e disse, voltandosi, al padre: - è una fortuna per me il poter fare un
piacere a' nostri buoni amici i padri cappuccini. Ma, - continuò; - mi dica un
po' più particolarmente il caso di questa giovine, per veder meglio cosa si
possa fare per lei.
Lucia
diventò rossa, e abbassò la testa.
- Deve
sapere, reverenda madre... - incominciava Agnese; ma il guardiano le troncò,
con un'occhiata, le parole in bocca, e rispose: - questa giovine, signora
illustrissima, mi vien raccomandata, come le ho detto, da un mio confratello.
Essa ha dovuto partir di nascosto dal suo paese, per sottrarsi a de' gravi
pericoli; e ha bisogno, per qualche tempo, d'un asilo nel quale possa vivere
sconosciuta, e dove nessuno ardisca venire a disturbarla, quand'anche...
- Quali
pericoli? - interruppe la signora. - Di grazia, padre guardiano, non mi dica la
cosa così in enimma. Lei sa che noi altre monache, ci piace di sentir le storie
per minuto.
- Sono
pericoli, - rispose il guardiano, - che all'orecchie purissime della reverenda
madre devon essere appena leggermente accennati...
- Oh
certamente, - disse in fretta la signora, arrossendo alquanto. Era verecondia?
Chi avesse osservata una rapida espressione di dispetto che accompagnava quel
rossore, avrebbe potuto dubitarne; e tanto più se l'avesse paragonato con
quello che di tanto in tanto si spandeva sulle gote di Lucia.
-
Basterà dire, - riprese il guardiano, - che un cavalier prepotente... non tutti
i grandi del mondo si servono dei doni di Dio, a gloria sua, e in vantaggio del
prossimo, come vossignoria illustrissima: un cavalier prepotente, dopo aver
perseguitata qualche tempo questa creatura con indegne lusinghe, vedendo
ch'erano inutili, ebbe cuore di perseguitarla apertamente con la forza, di modo
che la poveretta è stata ridotta a fuggir da casa sua.
-
Accostatevi, quella giovine, - disse la signora a Lucia, facendole cenno col
dito. - So che il padre guardiano è la bocca della verità; ma nessuno può esser
meglio informato di voi, in quest'affare. Tocca a voi a dirci se questo
cavaliere era un persecutore odioso -. In quanto all'accostarsi, Lucia ubbidì
subito; ma rispondere era un'altra faccenda. Una domanda su quella materia,
quand'anche le fosse stata fatta da una persona sua pari, l'avrebbe imbrogliata
non poco: proferita da quella signora, e con una cert'aria di dubbio maligno,
le levò ogni coraggio a rispondere. - Signora... madre... reverenda... -
balbettò, e non dava segno d'aver altro a dire. Qui Agnese, come quella che,
dopo di lei, era certamente la meglio informata, si credé autorizzata a venirle
in aiuto. - Illustrissima signora, - disse, - io posso far testimonianza che
questa mia figlia aveva in odio quel cavaliere, come il diavolo l'acqua santa:
voglio dire, il diavolo era lui; ma mi perdonerà se parlo male, perché noi siam
gente alla buona. Il fatto sta che questa povera ragazza era promessa a un
giovine nostro pari, timorato di Dio, e ben avviato; e se il signor curato
fosse stato un po' più un uomo di quelli che m'intendo io... so che parlo d'un
religioso, ma il padre Cristoforo, amico qui del padre guardiano, è religioso
al par di lui, e quello è un uomo pieno di carità, e, se fosse qui, potrebbe
attestare...
- Siete
ben pronta a parlare senz'essere interrogata, - interruppe la signora, con un
atto altero e iracondo, che la fece quasi parer brutta. - State zitta voi: già
lo so che i parenti hanno sempre una risposta da dare in nome de' loro
figliuoli!
Agnese
mortificata diede a Lucia una occhiata che voleva dire: vedi quel che mi tocca,
per esser tu tanto impicciata. Anche il guardiano accennava alla giovine,
dandole d'occhio e tentennando il capo, che quello era il momento di
sgranchirsi, e di non lasciare in secco la povera mamma.
-
Reverenda signora, - disse Lucia, - quanto le ha detto mia madre è la pura
verità. Il giovine che mi discorreva, - e qui diventò rossa rossa, - lo
prendevo io di mia volontà. Mi scusi se parlo da sfacciata, ma è per non
lasciar pensar male di mia madre. E in quanto a quel signore (Dio gli perdoni!)
vorrei piuttosto morire, che cader nelle sue mani. E se lei fa questa carità di
metterci al sicuro, giacché siam ridotte a far questa faccia di chieder
ricovero, e ad incomodare le persone dabbene; ma sia fatta la volontà di Dio;
sia certa, signora, che nessuno potrà pregare per lei più di cuore che noi
povere donne.
- A voi
credo, - disse la signora con voce raddolcita. - Ma avrò piacere di sentirvi da
solo a solo. Non che abbia bisogno d'altri schiarimenti, né d'altri motivi, per
servire alle premure del padre guardiano, - aggiunse subito, rivolgendosi a
lui, con una compitezza studiata. - Anzi, - continuò, - ci ho già pensato; ed
ecco ciò che mi pare di poter far di meglio, per ora. La fattoressa del
monastero ha maritata, pochi giorni sono, l'ultima sua figliuola. Queste donne
potranno occupar la camera lasciata in libertà da quella, e supplire a que'
pochi servizi che faceva lei. Veramente... - e qui accennò al guardiano che
s'avvicinasse alla grata, e continuò sottovoce: - veramente, attesa la
scarsezza dell'annate, non si pensava di sostituir nessuno a quella giovine; ma
parlerò io alla madre badessa, e una mia parola... e per una premura del padre
guardiano... In somma do la cosa per fatta.
Il
guardiano cominciava a ringraziare, ma la signora l'interruppe: - non occorron
cerimonie: anch'io, in un caso, in un bisogno, saprei far capitale
dell'assistenza de' padri cappuccini. Alla fine, - continuò, con un sorriso,
nel quale traspariva un non so che d'ironico e d'amaro, - alla fine, non siam
noi fratelli e sorelle?
Così
detto, chiamò una conversa (due di queste erano, per una distinzione singolare,
assegnate al suo servizio privato), e le ordinò che avvertisse di ciò la
badessa, e prendesse poi i concerti opportuni, con la fattoressa e con Agnese.
Licenziò questa, accommiatò il guardiano, e ritenne Lucia. Il guardiano
accompagnò Agnese alla porta, dandole nuove istruzioni, e se n'andò a scriver
la lettera di ragguaglio all'amico Cristoforo. "Gran cervellino che è
questa signora!" pensava tra sé, per la strada: "curiosa davvero! Ma
chi la sa prendere per il suo verso, le fa far ciò che vuole. Il mio Cristoforo
non s'aspetterà certamente ch'io l'abbia servito così presto e bene. Quel
brav'uomo! non c'è rimedio: bisogna che si prenda sempre qualche impegno; ma lo
fa per bene. Buon per lui questa volta, che ha trovato un amico, il quale,
senza tanto strepito, senza tanto apparato, senza tante faccende, ha condotto
l'aflare a buon porto, in un batter d'occhio. Sarà contento quel buon
Cristoforo, e s'accorgerà che, anche noi qui, siam buoni a qualche cosa".
La
signora, che, alla presenza d'un provetto cappuccino, aveva studiati gli atti e
le parole, rimasta poi sola con una giovine contadina inesperta, non pensava
più tanto a contenersi; e i suoi discorsi divennero a poco a poco così strani,
che, in vece di riferirli, noi crediam più opportuno di raccontar brevemente la
storia antecedente di questa infelice; quel tanto cioè che basti a render
ragione dell'insolito e del misterioso che abbiam veduto in lei, e a far
comprendere i motivi della sua condotta, in quello che avvenne dopo.
Era
essa l'ultima figlia del principe ***, gran gentiluomo milanese, che poteva contarsi
tra i più doviziosi ddla città. Ma l'alta opinione che aveva del suo titolo gli
faceva parer le sue sostanze appena sufficienti, anzi scarse, a sostenerne il
decoro; e tutto il suo pensiero era di conservarle, almeno quali erano, unite
in perpetuo, per quanto dipendeva da lui. Quanti figliuoli avesse, la storia
non lo dice espressamente; fa solamente intendere che aveva destinati al
chiostro tutti i cadetti dell'uno e dell'altro sesso, per lasciare intatta la
sostanza al primogenito, destinato a conservar la famiglia, a procrear cioè de'
figliuoli, per tormentarsi a tormentarli nella stessa maniera. La nostra
infelice era ancor nascosta nel ventre della madre, che la sua condizione era
già irrevocabilmente stabilita. Rimaneva soltanto da decidersi se sarebbe un
monaco o una monaca; decisione per la quale faceva bisogno, non il suo
consenso, ma la sua presenza. Quando venne alla luce, il principe suo padre,
volendo darle un nome che risvegliasse immediatamente l'idea del chiostro, e
che fosse stato portato da una santa d'alti natali, la chiamò Gertrude. Bambole
vestite da monaca furono i primi balocchi che le si diedero in mano; poi
santini che rappresentavan monache; e que' regali eran sempre accompagnati con
gran raccomandazioni di tenerli ben di conto; come cosa preziosa, e con
quell'interrogare affermativo: - bello eh? - Quando il principe, o la
principessa o il principino, che solo de' maschi veniva allevato in casa,
volevano lodar l'aspetto prosperoso della fanciullina, pareva che non trovasser
modo d'esprimer bene la loro idea, se non con le parole: - che madre badessa! -
Nessuno però le disse mai direttamente: tu devi farti monaca. Era un'idea
sottintesa e toccata incidentemente, in ogni discorso che riguardasse i suoi
destini futuri. Se qualche volta la Gertrudina trascorreva a qualche atto un
po' arrogante e imperioso, al che la sua indole la portava molto facilmente, -
tu sei una ragazzina, - le si diceva: - queste maniere non ti convengono:
quando sarai madre badessa, allora comanderai a bacchetta, farai alto e basso
-. Qualche altra volta il principe, riprendendola di cert'altre maniere troppo
libere e famigliari alle quali essa trascorreva con uguale facilità, - ehi!
ehi! - le diceva; - non è questo il fare d'una par tua: se vuoi che un giorno ti
si porti il rispetto che ti sarà dovuto, impara fin d'ora a star sopra di te:
ricordati che tu devi essere, in ogni cosa, la prima del monastero; perché il
sangue si porta per tutto dove si va.
Tutte
le parole di questo genere stampavano nel cervello della fanciullina l'idea che
già lei doveva esser monaca; ma quelle che venivan dalla bocca del padre,
facevan più effetto di tutte l'altre insieme. Il contegno del principe era
abitualmente quello d'un padrone austero; ma quando si trattava dello stato futuro
de' suoi figli, dal suo volto e da ogni sua parola traspariva un'immobilità di
risoluzione, una ombrosa gelosia di comando, che imprimeva il sentimento d'una
necessità fatale.
A sei
anni, Gertrude fu collocata, per educazione e ancor più per istradamento alla
vocazione impostale, nel monastero dove l'abbiamo veduta: e la scelta del luogo
non fu senza disegno. Il buon conduttore delle due donne ha detto che il padre
ddla signora era il primo in Monza: e, accozzando questa qualsisia
testimonianza con alcune altre indicazioni che l'anonimo lascia scappare
sbadatamente qua e là, noi potremmo anche asserire che fosse il feudatario di
quel paese. Comunque sia, vi godeva d'una grandissima autorità; e pensò che lì,
meglio che altrove, la sua figlia sarebbe trattata con quelle distinzioni e con
quelle finezze che potesser più allettarla a scegliere quel monastero per sua
perpetua dimora. Né s'ingannava: la badessa e alcune altre monache faccendiere,
che avevano, come si suol dire, il mestolo in mano, esultarono nel vedersi
offerto il pegno d'una protezione tanto utile in ogni occorrenza, tanto
gloriosa in ogni momento; accettaron la proposta, con espressioni di
riconoscenza, non esagerate, per quanto fossero forti; e corrisposero
pienamente all'intenzioni che il principe aveva lasciate trasparire sul
collocamento stabile della figliuola: intenzioni che andavan così d'accordo con
le loro. Gertrude, appena entrata nel monastero, fu chiamata per antonomasia la
signorina; posto distinto a tavola, nel dormitorio; la sua condotta proposta
all'altre per esemplare; chicche e carezze senza fine, e condite con quella
famigliarità un po' rispettosa, che tanto adesca i fanciulli, quando la trovano
in coloro che vedon trattare gli altri fanciulli con un contegno abituale di
superiorità. Non che tutte le monache fossero congiurate a tirar la poverina
nel laccio; ce n'eran molte delle semplici e lontane da ogni intrigo, alle
quali il pensiero di sacrificare una figlia a mire interessate avrebbe fatto
ribrezzo; ma queste, tutte attente alle loro occupazioni particolari, parte non
s'accorgevan bene di tutti que' maneggi, parte non distinguevano quanto vi
fosse di cattivo, parte s'astenevano dal farvi sopra esame, parte stavano
zitte, per non fare scandoli inutili. Qualcheduna anche, rammentandosi d'essere
stata, con simili arti, condotta a quello di cui s'era pentita poi, sentiva
compassione della povera innocentina, e si sfogava col farle carezze tenere e
malinconiche: ma questa era ben lontana dal sospettare che ci fosse sotto
mistero; e la faccenda camminava. Sarebbe forse camminata così fino alla fine,
se Gertrude fosse stata la sola ragazza in quel monastero. Ma, tra le sue
compagne d'educazione, ce n'erano alcune che sapevano d'esser destinate al
matrimonio. Gertrudina, nudrita nelle idee della sua superiorità, parlava
magnificamente de' suoi destini futuri di badessa, di principessa del
monastero, voleva a ogni conto esser per le altre un soggetto d'invidia; e
vedeva con maraviglia e con dispetto, che alcune di quelle non ne sentivano
punto. All'immagini maestose, ma circoscritte e fredde, che può somministrare
il primato in un monastero, contrapponevan esse le immagini varie e luccicanti,
di nozze, di pranzi, di conversazioni, di festini, come dicevano allora, di
villeggiature, di vestiti, di carrozze. Queste immagini cagionarono nel
cervello di Gertrude quel movimento, quel brulichìo che produrrebbe un gran
paniere di fiori appena colti, messo davanti a un alveare. I parenti e
l'educatrici avevan coltivata e accresciuta in lei la vanità naturale, per
farle piacere il chiostro; ma quando questa passione fu stuzzicata da idee
tanto più omogenee ad essa, si gettò su quelle, con un ardore ben più vivo e
più spontaneo. Per non restare al di sotto di quelle sue compagne, e per
condiscendere nello stesso tempo al suo nuovo genio, rispondeva che, alla fin
de' conti, nessuno le poteva mettere il velo in capo senza il suo consenso, che
anche lei poteva maritarsi, abitare un palazzo, godersi il mondo, e meglio di
tutte loro; che lo poteva, pur che l'avesse voluto, che lo vorrebbe, che lo
voleva; e lo voleva in fatti. L'idea della necessità del suo consenso, idea
che, fino a quel tempo, era stata come inosservata e rannicchiata in un angolo
della sua mente, si sviluppò allora, e si manifestò, con tutta la sua
importanza. Essa la chiamava ogni momento in aiuto, per godersi più
tranquillamente l'immagini d'un avvenire gradito. Dietro questa idea però, ne
compariva sempre infallibilmente un'altra: che quel consenso si trattava di
negarlo al principe padre, il quale lo teneva già, o mostrava di tenerlo per
dato; e, a questa idea, l'animo della figlia era ben lontano dalla sicurezza
che ostentavano le sue parole. Si paragonava allora con le compagne, ch'erano
ben altrimenti sicure, e provava per esse dolorosamente l'invidia che, da
principio, aveva creduto di far loro provare. Invidiandole, le odiava: talvolta
l'odio s'esalava in dispetti, in isgarbatezze, in motti pungenti; talvolta
l'uniformità dell'inclinazioni e delle speranze lo sopiva, e faceva nascere
un'intrinsichezza apparente e passeggiera. Talvolta, volendo pure godersi
intanto qualche cosa di reale e di presente, si compiaceva delle preferenze che
le venivano accordate, e faceva sentire all'altre quella sua superiorità;
talvolta, non potendo più tollerar la solitudine de' suoi timori e de' suoi
desidèri, andava, tutta buona, in cerca di quelle, quasi ad implorar
benevolenza, consigli, coraggio. Tra queste deplorabili guerricciole con sé e
con gli altri, aveva varcata la puerizia, e s'inoltrava in quell'età così
critica, nella quale par che entri nell'animo quasi una potenza misteriosa, che
solleva, adorna, rinvigorisce tutte l'inclinazioni, tutte l'idee, e qualche
volta le trasforma, o le rivolge a un corso impreveduto. Ciò che Gertrude aveva
fino allora più distintamente vagheggiato in que' sogni dell'avvenire, era lo
splendore esterno e la pompa: un non so che di molle e d'affettuoso, che da
prima v'era diffuso leggermente e come in nebbia, cominciò allora a spiegarsi e
a primeggiare nelle sue fantasie. S'era fatto, nella parte più riposta della
mente, come uno splendido ritiro: ivi si rifugiava dagli oggetti presenti, ivi
accoglieva certi personaggi stranamente composti di confuse memorie della
puerizia, di quel poco che poteva vedere del mondo esteriore, di ciò che aveva
imparato dai discorsi delle compagne; si tratteneva con essi, parlava loro, e
si rispondeva in loro nome; ivi dava ordini, e riceveva omaggi d'ogni genere.
Di quando in quando, i pensieri della religione venivano a disturbare quelle
feste brillanti e faticose. Ma la religione, come l'avevano insegnata alla
nostra poveretta, e come essa l'aveva ricevuta, non bandiva l'orgoglio, anzi lo
santificava e lo proponeva come un mezzo per ottenere una felicità terrena.
Privata così della sua essenza, non era più la religione, ma una larva come
l'altre. Negl'intervalli in cui questa larva prendeva il primo posto, e
grandeggiava nella fantasia di Gertrude, l'infelice, sopraffatta da terrori
confusi, e compresa da una confusa idea di doveri, s'immaginava che la sua
ripugnanza al chiostro, e la resistenza all'insinuazioni de' suoi maggiori,
nella scelta dello stato, fossero una colpa; e prometteva in cuor suo
d'espiarla, chiudendosi volontariamente nel chiostro.
Era
legge che una giovine non potesse venire accettata monaca, prima d'essere stata
esaminata da un ecclesiastico, chiamato il vicario delle monache, o da qualche
altro deputato a ciò, affinché fosse certo che ci andava di sua libera scelta:
e questo esame non poteva aver luogo, se non un anno dopo ch'ella avesse
esposto a quel vicario il suo desiderio, con una supplica in iscritto. Quelle
monache che avevan preso il tristo incarico di far che Gertrude s'obbligasse
per sempre, con la minor possibile cognizione di ciò che faceva, colsero un de'
momenti che abbiam detto, per farle trascrivere e sottoscrivere una tal
supplica. E a fine d'indurla più facilmente a ciò, non mancaron di dirle e di
ripeterle, che finalmente era una mera formalità, la quale (e questo era vero)
non poteva avere efficacia, se non da altri atti posteriori, che dipenderebbero
dalla sua volontà. Con tutto ciò, la supplica non era forse ancor giunta al suo
destino, che Gertrude s'era già pentita d'averla sottoscritta. Si pentiva poi
d'essersi pentita, passando così i giorni e i mesi in un'incessante vicenda di
sentimenti contrari. Tenne lungo tempo nascosto alle compagne quel passo, ora
per timore d'esporre alle contraddizioni una buona risoluzione, ora per
vergogna di palesare uno sproposito. Vinse finalmente il desiderio di sfogar
l'animo, e d'accattar consiglio e coraggio. C'era un'altra legge, che una
giovine non fosse ammessa a quell'esame della vocazione, se non dopo aver
dimorato almeno un mese fuori del monastero dove era stata in educazione. Era
già scorso l'anno da che la supplica era stata mandata; e Gertrude fu avvertita
che tra poco verrebbe levata dal monastero, e condotta nella casa paterna, per
rimanervi quel mese, e far tutti i passi necessari al compimento dell'opera che
aveva di fatto cominciata. Il principe e il resto della famiglia tenevano tutto
ciò per certo, come se fosse già avvenuto; ma la giovine aveva tutt'altro in
testa: in vece di far gli altri passi pensava alla maniera di tirare indietro
il primo. In tali angustie, si risolvette d'aprirsi con una delle sue compagne,
la più franca, e pronta sempre a dar consigli risoluti. Questa suggerì a
Gertrude d'informar con una lettera il padre della sua nuova risoluzione;
giacché non le bastava l'animo di spiattellargli sul viso un bravo: non voglio.
E perché i pareri gratuiti, in questo mondo, son molto rari, la consigliera
fece pagar questo a Gertrude, con tante beffe sulla sua dappocaggine. La
lettera fu concertata tra quattro o cinque confidenti, scritta di nascosto, e
fatta ricapitare per via d'artifizi molto studiati. Gertrude stava con
grand'ansietà, aspettando una risposta che non venne mai. Se non che, alcuni
giorni dopo, la badessa, la fece venir nella sua cella, è, con un contegno di
mistero, di disgusto e di compassione, le diede un cenno oscuro d'una gran
collera del principe, e d'un fallo ch'ella doveva aver commesso, lasciandole
però intendere che, portandosi bene, poteva sperare che tutto sarebbe
dimenticato. La giovinetta intese, e non osò domandar più in là.
Venne
finalmente il giorno tanto temuto e bramato. Quantunque Gertrude sapesse che
andava a un combattimento, pure l'uscir di monastero, il lasciar quelle mura
nelle quali era stata ott'anni rinchiusa, lo scorrere in carrozza per l'aperta
campagna, il riveder la città, la casa, furon sensazioni piene d'una gioia
tumultuosa. In quanto al combattimento, la poveretta, con la direzione di
quelle confidenti, aveva già prese le sue misure, e fatto, com'ora si direbbe,
il suo piano. "O mi vorranno forzare", pensava, "e io starò dura;
sarò umile, rispettosa, ma non acconsentirò: non si tratta che di non dire un
altro sì; e non lo dirò. Ovvero mi prenderanno con le buone; e io sarò più
buona di loro; piangerò, pregherò, li moverò a compassione: finalmente non
pretendo altro che di non esser sacrificata". Ma, come accade spesso di
simili previdenze, non avvenne né una cosa né l'altra. I giorni passavano,
senza che il padre né altri le parlasse della supplica, né della ritrattazione,
senza che le venisse fatta proposta nessuna, né con carezze, né con minacce. I
parenti eran seri, tristi, burberi con lei, senza mai dirne il perché. Si
vedeva solamente che la riguardavano come una rea, come un'indegna: un anatema
misterioso pareva che pesasse sopra di lei, e la segregasse dalla famiglia,
lasciandovela soltanto unita quanto bisognava per farle sentire la sua
suggezione. Di rado, e solo a certe ore stabilite, era ammessa alla compagnia
de' parenti e del primogenito. Tra loro tre pareva che regnasse una gran
confidenza, la quale rendeva più sensibile e più doloroso l'abbandono in cui
era lasciata Gertrude. Nessuno le rivolgeva il discorso; e quando essa
arrischiava timidamente qualche parola, che non fosse per cosa necessaria, o
non attaccava, o veniva corrisposta con uno sguardo distratto, o sprezzante, o
severo. Che se, non potendo più soffrire una così amara e umiliante
distinzione, insisteva, e tentava di famigliarizzarsi; se implorava un po'
d'amore, si sentiva subito toccare, in maniera indiretta ma chiara, quel tasto
della scelta dello stato; le si faceva copertamente sentire che c'era un mezzo
di riacquistar l'affetto della famiglia. Allora Gertrude, che non l'avrebbe
voluto a quella condizione, era costretta di tirarsi indietro, di rifiutar
quasi i primi segni di benevolenza che aveva tanto desiderati, di rimettersi da
sé al suo posto di scomunicata; e per di più, vi rimaneva con una certa
apparenza del torto.
Tali
sensazioni d'oggetti presenti facevano un contrasto doloroso con quelle ridenti
visioni delle quali Gertrude s'era già tanto occupata, e s'occupava tuttavia,
nel segreto della sua mente. Aveva sperato che, nella splendida e frequentata
casa paterna, avrebbe potuto godere almeno qualche saggio reale delle cose
immaginate; ma si trovò del tutto ingannata. La clausura era stretta e intera,
come nel monastero; d'andare a spasso non si parlava neppure; e un coretto che,
dalla casa, guardava in una chiesa contigua, toglieva anche l'unica necessità
che ci sarebbe stata d'uscire. La compagnia era più trista, più scarsa, meno
variata che nel monastero. A ogni annunzio d'una visita, Gertrude doveva salire
all'ultimo piano, per chiudersi con alcune vecchie donne di servizio: e lì
anche desinava, quando c'era invito. I servitori s'uniformavano, nelle maniere
e ne' discorsi, all'esempio e all'intenzioni de' padroni: e Gertrude, che, per
sua inclinazione, avrebbe voluto trattarli con una famigliarità signorile, e
che, nello stato in cui si trovava, avrebbe avuto di grazia che le facessero
qualche dimostrazione d'affetto, come a una loro pari, e scendeva anche a mendicarne,
rimaneva poi umiliata, e sempre più afflitta di vedersi corrisposta con una
noncuranza manifesta, benché accompagnata da un leggiero ossequio di formalità.
Dovette però accorgersi che un paggio, ben diverso da coloro, le portava un
rispetto, e sentiva per lei una compassione d'un genere particolare. Il
contegno di quel ragazzotto era ciò che Gertrude aveva fino allora visto di più
somigliante a quell'ordine di cose tanto contemplato nella sua immaginativa, al
contegno di quelle sue creature ideali. A poco a poco si scoprì un non so che
di nuovo nelle maniere della giovinetta: una tranquillità e un'inquietudine
diversa dalla solita, un fare di chi ha trovato qualche cosa che gli preme, che
vorrebbe guardare ogni momento, e non lasciar vedere agli altri. Le furon
tenuti gli occhi addosso più che mai: che è che non è, una mattina, fu sorpresa
da una di quelle cameriere, mentre stava piegando alla sfuggita una carta,
sulla quale avrebbe fatto meglio a non iscriver nulla. Dopo un breve tira tira,
la carta rimase nelle mani della cameriera, e da queste passò in quelle del
principe.
Il
terrore di Gertrude, al rumor de' passi di lui, non si può descrivere né
immaginare: era quel padre, era irritato, e lei si sentiva colpevole. Ma quando
lo vide comparire, con quel cipiglio, con quella carta in mano, avrebbe voluto
esser cento braccia sotto terra, non che in un chiostro. Le parole non furon
molte, ma terribili: il gastigo intimato subito non fu che d'esser rinchiusa in
quella camera, sotto la guardia della donna che aveva fatta la scoperta; ma
questo non era che un principio, che un ripiego del momento; si prometteva, si
lasciava vedere per aria, un altro gastigo oscuro, indeterminato, e quindi più
spaventoso.
Il
paggio fu subito sfrattato, com'era naturale; e fu minacciato anche a lui
qualcosa di terribile, se, in qualunque tempo, avesse osato fiatar nulla
dell'avvenuto. Nel fargli questa intimazione, il principe gli appoggiò due
solenni schiaffi, per associare a quell'avventura un ricordo, che togliesse al
ragazzaccio ogni tentazion di vantarsene. Un pretesto qualunque, per coonestare
la licenza data a un paggio, non era difficile a trovarsi; in quanto alla
figlia, si disse ch'era incomodata.
Rimase
essa dunque col batticuore, con la vergogna, col rimorso, col terrore
dell'avvenire, e con la sola compagnia di quella donna odiata da lei, come il
testimonio della sua colpa, e la cagione della sua disgrazia. Costei odiava poi
a vicenda Gertrude, per la quale si trovava ridotta, senza saper per quanto
tempo, alla vita noiosa di carceriera, e divenuta per sempre custode d'un
segreto pericoloso.
Il
primo confuso tumulto di que' sentimenti s'acquietò a poco a poco; ma tornando
essi poi a uno per volta nell'animo, vi s'ingrandivano, e si fermavano a
tormentarlo più distintamente e a bell'agio. Che poteva mai esser quella
punizione minacciata in enimma? Molte e varie e strane se ne affacciavano alla
fantasia ardente e inesperta di Gertrude. Quella che pareva più probabile, era
di venir ricondotta al monastero di Monza, di ricomparirvi, non più come la
signorina, ma in forma di colpevole, e di starvi rinchiusa, chi sa fino a
quando! chi sa con quali trattamenti! Ciò che una tale immaginazione, tutta
piena di dolori, aveva forse di più doloroso per lei, era l'apprensione della
vergogna. Le frasi, le parole, le virgole di quel foglio sciagurato, passavano
e ripassavano nella sua memoria: le immaginava osservate, pesate da un lettore
tanto impreveduto, tanto diverso da quello a cui eran destinate; si figurava
che avesser potuto cader sotto gli occhi anche della madre o del fratello, o di
chi sa altri: e, al paragon di ciò, tutto il rimanente le pareva quasi un
nulla. L'immagine di colui ch'era stato la prima origine di tutto lo scandolo,
non lasciava di venire spesso anch'essa ad infestar la povera rinchiusa: e
pensate che strana comparsa doveva far quel fantasma, tra quegli altri così
diversi da lui, seri, freddi, minacciosi. Ma, appunto perché non poteva
separarlo da essi, né tornare un momento a quelle fuggitive compiacenze, senza
che subito non le s'affacciassero i dolori presenti che n'erano la conseguenza,
cominciò a poco a poco a tornarci più di rado, a rispingerne la rimembranza, a
divezzarsene. Né più a lungo, o più volentieri, si fermava in quelle liete e
brillanti fantasie d'una volta: eran troppo opposte alle circostanze reali, a
ogni probabilità dell'avvenire. Il solo castello nel quale Gertrude potesse
immaginare un rifugio tranquillo e onorevole, e che non fosse in aria, era il
monastero, quando si risolvesse d'entrarci per sempre. Una tal risoluzione (non
poteva dubitarne) avrebbe accomodato ogni cosa, saldato ogni debito, e cambiata
in un attimo la sua situazione. Contro questo proposito insorgevano, è vero, i
pensieri di tutta la sua vita: ma i tempi eran mutati; e, nell'abisso in cui
Gertrude era caduta, e al paragone di ciò che poteva temere in certi momenti,
la condizione di monaca festeggiata, ossequiata, ubbidita, le pareva uno
zuccherino. Due sentimenti di ben diverso genere contribuivan pure a intervalli
a scemare quella sua antica avversione: talvolta il rimorso del fallo, e una
tenerezza fantastica di divozione; talvolta l'orgoglio amareggiato e irritato
dalle maniere della carceriera, la quale (spesso, a dire il vero, provocata da
lei) si vendicava, ora facendole paura di quel minacciato gastigo, ora
svergognandola del fallo. Quando poi voleva mostrarsi benigna, prendeva un tono
di protezione, più odioso ancora dell'insulto. In tali diverse occasioni, il
desiderio che Gertrude sentiva d'uscir dall'unghie di colei, e di comparirle in
uno stato al di sopra della sua collera e della sua pietà, questo desiderio
abituale diveniva tanto vivo e pungente, da far parere amabile ogni cosa che
potesse condurre ad appagarlo.
In capo
a quattro o cinque lunghi giorni di prigionia, una mattina, Gertrude stuccata
ed invelenita all'eccesso, per un di que' dispetti della sua guardiana, andò a
cacciarsi in un angolo della camera, e lì, con la faccia nascosta tra le mani,
stette qualche tempo a divorar la sua rabbia. Sentì allora un bisogno
prepotente di vedere altri visi, di sentire altre parole, d'esser trattata
diversamente. Pensò al padre, alla famiglia: il pensiero se ne arretrava
spaventato. Ma le venne in mente che dipendeva da lei di trovare in loro degli
amici; e provò una gioia improvvisa. Dietro questa, una confusione e un
pentimento straordinario del suo fallo, e un ugual desiderio d'espiarlo. Non
già che la sua volontà si fermasse in quel proponimento, ma giammai non c'era
entrata con tanto ardore. S'alzò di lì, andò a un tavolino, riprese quella
penna fatale, e scrisse al padre una lettera piena d'entusiasmo e
d'abbattimento, d'afflizione e di speranza, implorando il perdono, e
mostrandosi indeterminatamente pronta a tutto ciò che potesse piacere a chi
doveva accordarlo.
Vi son
de' momenti in cui l'animo, particolarmente de' giovani, è disposto in maniera
che ogni poco d'istanza basta a ottenerne ogni cosa che abbia un'apparenza di
bene e di sacrifizio: come un fiore appena sbocciato, s'abbandona mollemente sul
suo fragile stelo, pronto a concedere le sue fragranze alla prim'aria che gli
aliti punto d'intorno. Questi momenti, che si dovrebbero dagli altri ammirare
con timido rispetto, son quelli appunto che l'astuzia interessata spia
attentamente, e coglie di volo, per legare una volontà che non si guarda.
Al
legger quella lettera, il principe *** vide subito lo spiraglio aperto alle sue
antiche e costanti mire. Mandò a dire a Gertrude che venisse da lui; e
aspettandola, si dispose a batter il ferro, mentre era caldo. Gertrude
comparve, e, senza alzar gli occhi in viso al padre, gli si buttò in
ginocchioni davanti, ed ebbe appena fiato di dire: - perdono! - Egli le fece
cenno che s'alzasse; ma, con una voce poco atta a rincorare, le rispose che il
perdono non bastava desiderarlo né chiederlo; ch'era cosa troppo agevole e
troppo naturale a chiunque sia trovato in colpa, e tema la punizione; che in
somma bisognava meritarlo. Gertrude domando, sommessamente e tremando, che cosa
dovesse fare. Il principe (non ci regge il cuore di dargli in questo momento il
titolo di padre) non rispose direttamente, ma cominciò a parlare a lungo del
fallo di Gertrude: e quelle parole frizzavano sull'animo della poveretta, come
lo scorrere d'una mano ruvida sur una ferita. Continuò dicendo che,
quand'anche... caso mai... che avesse avuto prima qualche intenzione di
collocarla nel secolo, lei stessa ci aveva messo ora un ostacolo insuperabile;
giacché a un cavalier d'onore, com'era lui, non sarebbe mai bastato l'animo di
regalare a un galantuomo una signorina che aveva dato un tal saggio di sé. La
misera ascoltatrice era annichilata: allora il principe, raddolcendo a grado a
grado la voce e le parole, proseguì dicendo che però a ogni fallo c'era rimedio
e misericordia; che il suo era di quelli per i quali il rimedio è più
chiaramente indicato: ch'essa doveva vedere, in questo tristo accidente, come
un avviso che la vita del secolo era troppo piena di pericoli per lei...
- Ah
sì! - esclamò Gertrude, scossa dal timore, preparata dalla vergogna, e mossa in
quel punto da una tenerezza istantanea.
- Ah!
lo capite anche voi, - riprese incontanente il principe. - Ebbene, non si parli
più del passato: tutto è cancellato. Avete preso il solo partito onorevole,
conveniente, che vi rimanesse; ma perché l'avete preso di buona voglia, e con
buona maniera, tocca a me a farvelo riuscir gradito in tutto e per tutto: tocca
a me a farne tornare tutto il vantaggio e tutto il merito sopra di voi. Ne
prendo io la cura -. Così dicendo, scosse un campanello che stava sul tavolino,
e al servitore che entrò, disse: - la principessa e il principino subito -. E
seguitò poi con Gertrude: - voglio metterli subito a parte della mia
consolazione; voglio che tutti comincin subito a trattarvi come si conviene.
Avete sperimentato in parte il padre severo; ma da qui innanzi proverete tutto
il padre amoroso.
A
queste parole, Gertrude rimaneva come sbalordita. Ora ripensava come mai quel
sì che le era scappato, avesse potuto significar tanto, ora cercava se ci fosse
maniera di riprenderlo, di ristringerne il senso; ma la persuasione del
principe pareva così intera, la sua gioia così gelosa, la benignità così
condizionata, che Gertrude non osò proferire una parola che potesse turbarle
menomamente.
Dopo
pochi momenti, vennero i due chiamati, e vedendo lì Gertrude, la guardarono in
viso, incerti e maravigliati. Ma il principe, con un contegno lieto e
amorevole, che ne prescriveva loro un somigliante, - ecco, - disse, - la pecora
smarrita: e sia questa l'ultima parola che richiami triste memorie. Ecco la
consolazione della famiglia. Gertrude non ha più bisogno di consigli; ciò che
noi desideravamo per suo bene, l'ha voluto lei spontaneamente. È risoluta, m'ha
fatto intendere che è risoluta... - A questo passo, alzò essa verso il padre uno
sguardo tra atterrito e supplichevole, come per chiedergli che sospendesse, ma
egli proseguì francamente: - che è risoluta di prendere il velo.
-
Brava! bene! - esclamarono, a una voce, la madre e il figlio, e l'uno dopo
l'altra abbracciaron Gertrude; la quale ricevette queste accoglienze con
lacrime, che furono interpretate per lacrime di consolazione. Allora il
principe si diffuse a spiegar ciò che farebbe per render lieta e splendida la
sorte della figlia. Parlò delle distinzioni di cui goderebbe nel monastero e
nel paese; che, là sarebbe come una principessa, come la rappresentante della
famiglia; che, appena l'età l'avrebbe permesso, sarebbe innalzata alla prima
dignità; e, intanto, non sarebbe soggetta che di nome. La principessa e il
principino rinnovavano, ogni momento, le congratulazioni e gli applausi:
Gertrude era come dominata da un sogno.
-
Converrà poi fissare il giorno, per andare a Monza, a far la richiesta alla
badessa, - disse il principe. - Come sarà contenta! Vi so dire che tutto il
monastero saprà valutar l'onore che Gertrude gli fa. Anzi... perché non ci
andiamo oggi? Gertrude prenderà volentieri un po' d'aria.
-
Andiamo pure, - disse la principessa.
- Vo a
dar gli ordini, - disse il principino.
- Ma...
- proferì sommessamente Gertrude.
-
Piano, piano, - riprese il principe: - lasciam decidere a lei: forse oggi non
si sente abbastanza disposta, e le piacerebbe più aspettar fino a domani. Dite:
volete che andiamo oggi o domani?
-
Domani, - rispose, con voce fiacca, Gertrude, alla quale pareva ancora di far
qualche cosa, prendendo un po' di tempo.
-
Domani, - disse solennemente il principe: - ha stabilito che si vada domani.
Intanto io vo dal vicario delle monache, a fissare un giorno per l'esame -.
Detto fatto, il principe uscì, e andò veramente (che non fu piccola degnazione)
dal detto vicario; e concertarono che verrebbe di lì a due giorni.
In
tutto il resto di quella giornata, Gertrude non ebbe un minuto di bene. Avrebbe
desiderato riposar l'animo da tante commozioni, lasciar, per dir così, chiarire
i suoi pensieri, render conto a se stessa di ciò che aveva fatto, di ciò che le
rimaneva da fare, sapere ciò che volesse, rallentare un momento quella macchina
che, appena avviata, andava così precipitosamente; ma non ci fu verso.
L'occupazioni si succedevano senza interruzione, s'incastravano l'una con
l'altra. Subito dopo partito il principe, fu condotta nel gabinetto della
principessa, per essere, sotto la sua direzione, pettinata e rivestita dalla
sua propria cameriera. Non era ancor terminato di dar l'ultima mano, che furon
avvertite ch'era in tavola. Gertrude passò in mezzo agl'inchini della servitù,
che accennava di congratularsi per la guarigione, e trovò alcuni parenti più
prossimi, ch'erano stati invitati in fretta, per farle onore, e per rallegrarsi
con lei de' due felici avvenimenti, la ricuperata salute, e la spiegata
vocazione.
La
sposina (così si chiamavan le giovani monacande, e Gertrude, al suo apparire,
fu da tutti salutata con quel nome), la sposina ebbe da dire e da fare a rispondere
a' complimenti che le fioccavan da tutte le parti. Sentiva bene che ognuna
delle sue risposte era come un'accettazione e una conferma; ma come rispondere
diversamente? Poco dopo alzati da tavola, venne l'ora della trottata. Gertrude
entrò in carrozza con la madre, e con due zii ch'erano stati al pranzo. Dopo un
solito giro, si riuscì alla strada Marina, che allora attraversava lo spazio
occupato ora dal giardin pubblico, ed era il luogo dove i signori venivano in
carrozza a ricrearsi delle fatiche della giornata. Gli zii parlarono anche a
Gertrude, come portava la convenienza in quel giorno: e uno di loro, il qual
pareva che, più dell'altro, conoscesse ogni persona, ogni carrozza, ogni
livrea, e aveva ogni momento qualcosa da dire del signor tale e della signora
tal altra, si voltò a lei tutt'a un tratto, e le disse: - ah furbetta! voi date
un calcio a tutte queste corbellerie; siete una dirittona voi; piantate
negl'impicci noi poveri mondani, vi ritirate a fare una vita beata, e andate in
paradiso in carrozza.
Sul
tardi, si tornò a casa; e i servitori, scendendo in fretta con le torce,
avvertirono che molte visite stavano aspettando. La voce era corsa; e i parenti
e gli amici venivano a fare il loro dovere. S'entrò nella sala della
conversazione. La sposina ne fu l'idolo, il trastullo, la vittima. Ognuno la
voleva per sé: chi si faceva prometter dolci, chi prometteva visite, chi
parlava della madre tale sua parente, chi della madre tal altra sua conoscente,
chi lodava il cielo di Monza, chi discorreva, con gran sapore, della gran
figura ch'essa avrebbe fatta là. Altri, che non avevan potuto ancora
avvicinarsi a Gertrude così assediata, stavano spiando l'occasione di farsi
innanzi, e sentivano un certo rimorso, fin che non avessero fatto il loro
dovere. A poco a poco, la compagnia s'andò dileguando; tutti se n'andarono
senza rimorso, e Gertrude rimase sola co' genitori e il fratello.
-
Finalmente, - disse il principe, - ho avuto la consolazione di veder mia figlia
trattata da par sua. Bisogna però confessare che anche lei s'è portata benone,
e ha fatto vedere che non sarà impicciata a far la prima figura, e a sostenere
il decoro della famiglia.
Si cenò
in fretta, per ritirarsi subito, ed esser pronti presto la mattina seguente.
Gertrude
contristata, indispettita e, nello stesso tempo, un po' gonfiata da tutti que'
complimenti, si rammentò in quel punto ciò che aveva patito dalla sua
carceriera; e, vedendo il padre così disposto a compiacerla in tutto, fuor che
in una cosa, volle approfittare dell'auge in cui si trovava, per acquietare
almeno una delle passioni che la tormentavano. Mostrò quindi una gran
ripugnanza a trovarsi con colei, lagnandosi fortemente delle sue maniere.
- Come!
- disse il principe: - v'ha mancato di rispetto colei! Domani, domani, le laverò
il capo come va. Lasciate fare a me, che le farò conoscere chi è lei, e chi
siete voi. E a ogni modo, una figlia della quale io son contento, non deve
vedersi intorno una persona che le dispiaccia -. Così detto, fece chiamare
un'altra donna, e le ordinò di servir Gertrude; la quale intanto, masticando e
assaporando la soddisfazione che aveva ricevuta, si stupiva di trovarci così
poco sugo, in paragone del desiderio che n'aveva avuto. Ciò che, anche suo
malgrado, s'impossessava di tutto il suo animo, era il sentimento de' gran
progressi che aveva fatti, in quella giornata, sulla strada del chiostro, il
pensiero che a ritirarsene ora ci vorrebbe molta più forza e risolutezza di
quella che sarebbe bastata pochi giorni prima, e che pure non s'era sentita d'avere.
La
donna che andò ad accompagnarla in camera, era una vecchia di casa, stata già
governante del principino, che aveva ricevuto appena uscito dalle fasce, e
tirato su fino all'adolescenza, e nel quale aveva riposte tutte le sue
compiacenze, le sue speranze, la sua gloria. Era essa contenta della decisione
fatta in quel giorno, come d'una sua propria fortuna; e Gertrude, per ultimo
divertimento, dovette succiarsi le congratulazioni, le lodi, i consigli della
vecchia, e sentir parlare di certe sue zie e prozie, le quali s'eran trovate
ben contente d'esser monache, perché, essendo di quella casa, avevan sempre
goduto i primi onori, avevan sempre saputo tenere uno zampino di fuori, e, dal
loro parlatorio, avevano ottenuto cose che le più gran dame, nelle loro sale,
non c'eran potute arrivare. Le parlò delle visite che avrebbe ricevute: un
giorno poi, verrebbe il signor principino con la sua sposa, la quale doveva
esser certamente una gran signorona; e allora, non solo il monastero, ma tutto
il paese sarebbe in moto. La vecchia aveva parlato mentre spogliava Gertrude,
quando Gertrude era a letto; parlava ancora, che Gertrude dormiva. La
giovinezza e la fatica erano state più forti de' pensieri. Il sonno fu
affannoso, torbido, pieno di sogni penosi, ma non fu rotto che dalla voce
strillante della vecchia, che venne a svegliarla, perché si preparasse per la
gita di Monza.
-
Andiamo, andiamo, signora sposina: è giorno fatto; e prima che sia vestita e
pettinata, ci vorrà un'ora almeno. La signora principessa si sta vestendo; e
l'hanno svegliata quattr'ore prima del solito. Il signor principino è già sceso
alle scuderie, poi è tornato su, ed è all'ordine per partire quando si sia.
Vispo come una lepre, quel diavoletto: ma! è stato così fin da bambino; e io
posso dirlo, che l'ho portato in collo. Ma quand'è pronto, non bisogna farlo
aspettare, perché, sebbene sia della miglior pasta del mondo, allora
s'impazientisce e strepita. Poveretto! bisogna compatirlo: è il suo naturale; e
poi questa volta avrebbe anche un po' di ragione, perché s'incomoda per lei.
Guai chi lo tocca in que' momenti! non ha riguardo per nessuno, fuorché per il
signor principe. Ma finalmente non ha sopra di sé che il signor principe, e un
giorno, il signor principe sarà lui; più tardi che sia possibile, però. Lesta,
lesta, signorina! Perché mi guarda così incantata? A quest'ora dovrebbe esser
fuor della cuccia.
All'immagine
del principino impaziente, tutti gli altri pensieri che s'erano affollati alla
mente risvegliata di Gertrude, si levaron subito, come uno stormo di passere
all'apparir del nibbio. Ubbidì, si vestì in fretta, si lasciò pettinare, e
comparve nella sala, dove i genitori e il fratello eran radunati. Fu fatta
sedere sur una sedia a braccioli, e le fu portata una chicchera di cioccolata:
il che, a que' tempi, era quel che già presso i Romani il dare la veste virile.
Quando
vennero a avvertir ch'era attaccato, il principe tirò la figlia in disparte, e
le disse: - orsù, Gertrude, ieri vi siete fatta onore: oggi dovete superar voi
medesima. Si tratta di fare una comparsa solenne nel monastero e nel paese dove
siete destinata a far la prima figura. V'aspettano... - È inutile dire che il
principe aveva spedito un avviso alla badessa, il giorno avanti. - V'aspettano,
e tutti gli occhi saranno sopra di voi. Dignità e disinvoltura. La badessa vi
domanderà cosa volete: è una formalità. Potete rispondere che chiedete d'essere
ammessa a vestir l'abito in quel monastero, dove siete stata educata così
amorevolmente, dove avete ricevute tante finezze: che è la pura verità. Dite
quelle poche parole, con un fare sciolto: che non s'avesse a dire che v'hanno
imboccata, e che non sapete parlare da voi. Quelle buone madri non sanno nulla
dell'accaduto: è un segreto che deve restar sepolto nella famiglia; e perciò
non fate una faccia contrita e dubbiosa, che potesse dar qualche sospetto. Fate
vedere di che sangue uscite: manierosa, modesta; ma ricordatevi che, in quel
luogo, fuor della famiglia, non ci sarà nessuno sopra di voi.
Senza
aspettar risposta, il principe si mosse; Gertrude, la principessa e il
principino lo seguirono; scesero tutti le scale, e montarono in carrozza.
Gl'impicci e le noie del mondo, e la vita beata del chiostro, principalmente
per le giovani di sangue nobilissimo, furono il tema della conversazione,
durante il tragitto. Sul finir della strada, il principe rinnovò l'istruzioni
alla figlia, e le ripeté più volte la formola della risposta. All'entrare in
Monza, Gertrude si sentì stringere il cuore; ma la sua attenzione fu attirata
per un istante da non so quali signori che, fatta fermar la carrozza,
recitarono non so qual complimento. Ripreso il cammino, s'andò quasi di passo
al monastero, tra gli sguardi de' curiosi, che accorrevano da tutte le parti
sulla strada. Al fermarsi della carrozza, davanti a quelle mura, davanti a
quella porta, il cuore si strinse ancor più a Gertrude. Si smontò tra due ale
di popolo, che i servitori facevano stare indietro. Tutti quegli occhi addosso
alla poveretta l'obbligavano a studiar continuamente il suo contegno: ma più di
tutti quelli insieme, la tenevano in suggezione i due del padre, a' quali essa,
quantunque ne avesse così gran paura, non poteva lasciar di rivolgere i suoi,
ogni momento. E quegli occhi governavano le sue mosse e il suo volto, come per
mezzo di redini invisibili. Attraversato il primo cortile, s'entrò in un altro,
e lì si vide la porta del chiostro interno, spalancata e tutta occupata da
monache. Nella prima fila, la badessa circondata da anziane; dietro, altre
monache alla rinfusa, alcune in punta di piedi; in ultimo le converse ritte
sopra panchetti. Si vedevan pure qua e là luccicare a mezz'aria alcuni
occhietti, spuntar qualche visino tra le tonache: eran le più destre, e le più
coraggiose tra l'educande, che, ficcandosi e penetrando tra monaca e monaca,
eran riuscite a farsi un po' di pertugio, per vedere anch'esse qualche cosa. Da
quella calca uscivano acclamazioni; si vedevan molte braccia dimenarsi, in
segno d'accoglienza e di gioia. Giunsero alla porta; Gertrude si trovò a viso a
viso con la madre badessa. Dopo i primi complimenti, questa, con una maniera
tra il giulivo e il solenne, le domandò cosa desiderasse in quel luogo, dove
non c'era chi le potesse negar nulla.
- Son
qui..., - cominciò Gertrude; ma, al punto di proferir le parole che dovevano
decider quasi irrevocabilmente del suo destino, esitò un momento, e rimase con
gli occhi fissi sulla folla che le stava davanti. Vide, in quel momento, una di
quelle sue note compagne, che la guardava con un'aria di compassione e di malizia
insieme, e pareva che dicesse: ah! la c'è cascata la brava. Quella vista,
risvegliando più vivi nell'animo suo tutti gli antichi sentimenti, le restituì
anche un po' di quel poco antico coraggio: e già stava cercando una risposta
qualunque, diversa da quella che le era stata dettata; quando, alzato lo
sguardo alla faccia del padre, quasi per esperimentar le sue forze, scorse su
quella un'inquietudine così cupa, un'impazienza così minaccevole, che, risoluta
per paura, con la stessa prontezza che avrebbe preso la fuga dinanzi un oggetto
terribile, proseguì: - son qui a chiedere d'esser ammessa a vestir l'abito
religioso, in questo monastero, dove sono stata allevata così amorevolmente -.
La badessa rispose subito, che le dispiaceva molto, in una tale occasione, che
le regole non le permettessero di dare immediatamente una risposta, la quale
doveva venire dai voti comuni delle suore, e alla quale doveva precedere la
licenza de' superiori. Che però Gertrude, conoscendo i sentimenti che s'avevan
per lei in quel luogo, poteva preveder con certezza qual sarebbe questa
risposta; e che intanto nessuna regola proibiva alla badessa e alle suore di
manifestare la consolazione che sentivano di quella richiesta. S'alzò allora un
frastono confuso di congratulazioni e d'acclamazioni. Vennero subito gran
guantiere colme di dolci, che furon presentati, prima alla sposina, e dopo ai
parenti. Mentre alcune monache facevano a rubarsela, e altre complimentavan la
madre, altre il principino, la badessa fece pregare il principe che volesse
venire alla grata del parlatorio, dove l'attendeva. Era accompagnata da due
anziane; e quando lo vide comparire, - signor principe, - disse: - per ubbidire
alle regole... per adempire una formalità indispensabile, sebbene in questo
caso... pure devo dirle... che, ogni volta che una figlia chiede d'essere
ammessa a vestir l'abito,... la superiora, quale io sono indegnamente,... è
obbligata d'avvertire i genitori... che se, per caso... forzassero la volontà
della figlia, incorrerebbero nella scomunica. Mi scuserà...
-
Benissimo, benissimo, reverenda madre. Lodo la sua esattezza: è troppo
giusto... Ma lei non può dubitare... - Oh! pensi, signor principe,... ho
parlato per obbligo preciso,... del resto...
-
Certo, certo, madre badessa.
Barattate
queste poche parole, i due interlocutori s'inchinarono vicendevolmente, e si
separarono, come se a tutt'e due pesasse di rimaner lì testa testa; e andarono
a riunirsi ciascuno alla sua compagnia, l'uno fuori, l'altra dentro la soglia
claustrale. Dato luogo a un po' d'altre ciarle, - Oh via, - disse il principe:
- Gertrude potrà presto godersi a suo bell'agio la compagnia di queste madri.
Per ora le abbiamo incomodate abbastanza -. Così detto, fece un inchino; la
famiglia si mosse con lui; si rinnovarono i complimenti, e si partì.
Gertrude,
nel tornare, non aveva troppa voglia di discorrere. Spaventata del passo che
aveva fatto, vergognosa della sua dappocaggine, indispettita contro gli altri e
contro sé stessa, faceva tristamente il conto dell'occasioni, che le rimanevano
ancora di dir di no; e prometteva debolmente e confusamente a sé stessa che, in
questa, o in quella, o in quell'altra, sarebbe più destra e più forte. Con
tutti questi pensieri, non le era però cessato affatto il terrore di quel
cipiglio del padre; talché, quando, con un'occhiata datagli alla sfuggita, poté
chiarirsi che sul volto di lui non c'era più alcun vestigio di collera, quando
anzi vide che si mostrava soddisfattissimo di lei, le parve una bella cosa, e
fu, per un istante, tutta contenta.
Appena
arrivati, bisognò rivestirsi e rilisciarsi; poi il desinare, poi alcune visite,
poi la trottata, poi la conversazione, poi la cena. Sulla fine di questa, il
principe mise in campo un altro affare, la scelta della madrina. Così si
chiamava una dama, la quale, pregata da' genitori, diventava custode e scorta
della giovane monacanda, nel tempo tra la richiesta e l'entratura nel
monastero; tempo che veniva speso in visitar le chiese, i palazzi pubblici, le
conversazioni, le ville, i santuari: tutte le cose in somma più notabili della
città e de' contorni; affinché le giovani, prima di proferire un voto
irrevocabile, vedessero bene a cosa davano un calcio. - Bisognerà pensare a una
madrina, - disse il principe: - perché domani verrà il vicario delle monache, per
la formalità dell'esame, e subito dopo, Gertrude verrà proposta in capitolo,
per esser accettata dalle madri -. Nel dir questo, s'era voltato verso la
principessa; e questa, credendo che fosse un invito a proporre, cominciava: -
ci sarebbe... - Ma il principe interruppe: - No, no, signora principessa: la
madrina deve prima di tutto piacere alla sposina; e benché l'uso universale dia
la scelta ai parenti, pure Gertrude ha tanto giudizio, tanta assennatezza, che
merita bene che si faccia un'eccezione per lei -. E qui, voltandosi a Gertrude,
in atto di chi annunzia una grazia singolare, continuò: - ognuna delle dame che
si son trovate questa sera alla conversazione, ha quel che si richiede per
esser madrina d'una figlia della nostra casa; non ce n'è nessuna, crederei, che
non sia per tenersi onorata della preferenza: scegliete voi.
Gertrude
vedeva bene che far questa scelta era dare un nuovo consenso; ma la proposta
veniva fatta con tanto apparato, che il rifiuto, per quanto fosse umile, poteva
parer disprezzo, o almeno capriccio e leziosaggine. Fece dunque anche quel
passo; e nominò la dama che, in quella sera, le era andata più a genio; quella
cioè che le aveva fatto più carezze, che l'aveva più lodata, che l'aveva
trattata con quelle maniere famigliari, affettuose e premurose, che, ne' primi
momenti d'una conoscenza, contraffanno una antica amicizia. - Ottima scelta, -
disse il principe, che desiderava e aspettava appunto quella. Fosse arte o
caso, era avvenuto come quando il giocator di bussolotti facendovi scorrere
davanti agli occhi le carte d'un mazzo, vi dice che ne pensiate una, e lui poi
ve la indovinerà; ma le ha fatte scorrere in maniera che ne vediate una sola.
Quella dama era stata tanto intorno a Gertrude tutta la sera, l'aveva tanto
occupata di sé, che a questa sarebbe bisognato uno sforzo di fantasia per
pensarne un'altra. Tante premure poi non eran senza motivo: la dama aveva, da
molto tempo, messo gli occhi addosso al principino, per farlo suo genero:
quindi riguardava le cose di quella casa come sue proprie; ed era ben naturale
che s'interessasse per quella cara Gertrude, niente meno de' suoi parenti più
prossimi.
Il
giorno dopo, Gertrude si svegliò col pensiero dell'esaminatore che doveva
venire; e mentre stava ruminando se potesse cogliere quella occasione così
decisiva, per tornare indietro, e in qual maniera, il principe la fece
chiamare. - Orsù, figliuola, - le disse: - finora vi siete portata
egregiamente: oggi si tratta di coronar l'opera. Tutto quel che s'è fatto
finora, s'è fatto di vostro consenso. Se in questo tempo vi fosse nato qualche
dubbio, qualche pentimentuccio, grilli di gioventù, avreste dovuto spiegarvi;
ma al punto a cui sono ora le cose, non è più tempo di far ragazzate.
Quell'uomo dabbene che deve venire stamattina, vi farà cento domande sulla
vostra vocazione: e se vi fate monaca di vostra volontà, e il perché e il per
come, e che so io? Se voi titubate nel rispondere, vi terrà sulla corda chi sa
quanto. Sarebbe un'uggia, un tormento per voi; ma ne potrebbe anche venire un
altro guaio più serio. Dopo tutte le dimostrazioni pubbliche che si son fatte,
ogni più piccola esitazione che si vedesse in voi, metterebbe a repentaglio il
mio onore, potrebbe far credere ch'io avessi presa una vostra leggerezza per
una ferma risoluzione, che avessi precipitato la cosa, che avessi... che so io?
In questo caso, mi troverei nella necessità di scegliere tra due partiti
dolorosi: o lasciar che il mondo formi un tristo concetto della mia condotta:
partito che non può stare assolutamente con ciò che devo a me stesso. O svelare
il vero motivo della vostra risoluzione e... - Ma qui, vedendo che Gertrude era
diventata scarlatta, che le si gonfiavan gli occhi, e il viso si contraeva,
come le foglie d'un fiore, nell'afa che precede la burrasca, troncò quel
discorso, e, con aria serena, riprese: - via, via, tutto dipende da voi, dal
vostro buon giudizio. So che n'avete molto, e non siete ragazza da guastar
sulla fine una cosa fatta bene; ma io doveva preveder tutti i casi. Non se ne
parli più; e restiam d'accordo che voi risponderete con franchezza, in maniera
di non far nascer dubbi nella testa di quell'uomo dabbene. Così anche voi ne
sarete fuori più presto -. E qui, dopo aver suggerita qualche risposta
all'interrogazioni più probabili, entrò nel solito discorso delle dolcezze e
de' godimenti ch'eran preparati a Gertrude nel monastero; e la trattenne in
quello, fin che venne un servitore ad annunziare il vicario. Il principe
rinnovò in fretta gli avvertimenti più importanti, e lasciò la figlia sola con
lui, com'era prescritto.
L'uomo
dabbene veniva con un po' d'opinione già fatta che Gertrude avesse una gran
vocazione al chiostro: perché così gli aveva detto il principe, quando era
stato a invitarlo. È vero che il buon prete, il quale sapeva che la diffidenza
era una delle virtù più necessarie nel suo ufizio, aveva per massima d'andar
adagio nel credere a simili proteste, e di stare in guardia contro le
preoccupazioni; ma ben di rado avviene che le parole affermative e sicure d'una
persona autorevole, in qualsivoglia genere, non tingano del loro colore la
mente di chi le ascolta.
Dopo i
primi complimenti, - signorina, - le disse, - io vengo a far la parte del
diavolo; vengo a mettere in dubbio ciò che, nella sua supplica lei ha dato per
certo; vengo a metterle davanti agli occhi le difficoltà, e ad accertarmi se le
ha ben considerate. Si contenti ch'io le faccia qualche interrogazione.
- Dica
pure, - rispose Gertrude.
Il buon
prete cominciò allora a interrogarla, nella forma prescritta dalle regole. -
Sente lei in cuor suo una libera, spontanea risoluzione di farsi monaca? Non
sono state adoperate minacce, o lusinghe? Non s'è fatto uso di nessuna
autorità, per indurla a questo? Parli senza riguardi, e con sincerità, a un
uomo il cui dovere è di conoscere la sua vera volontà, per impedire che non le
venga usata violenza in nessun modo.
La vera
risposta a una tale domanda s'affacciò subito alla mente di Gertrude, con
un'evidenza terribile. Per dare quella risposta, bisognava venire a una
spiegazione, dire di che era stata minacciata, raccontare una storia...
L'infelice rifuggì spaventata da questa idea; cercò in fretta un'altra
risposta; ne trovò una sola che potesse liberarla presto e sicuramente da quel
supplizio, la più contraria al vero. - Mi fo monaca, - disse, nascondendo il
suo turbamento, - mi fo monaca, di mio genio, liberamente.
- Da
quanto tempo le è nato codesto pensiero? - domandò ancora il buon prete.
- L'ho
sempre avuto, - rispose Gertrude, divenuta, dopo quel primo passo, più franca a
mentire contro se stessa.
- Ma
quale è il motivo principale che la induce a farsi monaca?
Il buon
prete non sapeva che terribile tasto toccasse; e Gertrude si fece una gran
forza per non lasciar trasparire sul viso l'effetto che quelle parole le
producevano nell'animo. - Il motivo, - disse, - è di servire a Dio, e di
fuggire i pericoli del mondo.
- Non
sarebbe mai qualche disgusto? qualche... mi scusi... capriccio? Alle volte, una
cagione momentanea può fare un'impressione che par che deva durar sempre; e
quando poi la cagione cessa, e l'animo si muta, allora...
- No,
no, - rispose precipitosamente Gertrude: - la cagione è quella che le ho detto.
Il
vicario, più per adempire interamente il suo obbligo, che per la persuasione
che ce ne fosse bisogno, insistette con le domande; ma Gertrude era determinata
d'ingannarlo. Oltre il ribrezzo che le cagionava il pensiero di render
consapevole della sua debolezza quel grave e dabben prete, che pareva così
lontano dal sospettar tal cosa di lei; la poveretta pensava poi anche ch'egli
poteva bene impedire che si facesse monaca; ma lì finiva la sua autorità sopra
di lei, e la sua protezione. Partito che fosse, essa rimarrebbe sola col
principe. E qualunque cosa avesse poi a patire in quella casa, il buon prete
non n'avrebbe saputo nulla, o sapendolo, con tutta la sua buona intenzione, non
avrebbe potuto far altro che aver compassione di lei, quella compassione
tranquilla e misurata, che, in generale, s'accorda, come per cortesia, a chi
abbia dato cagione o pretesto al male che gli fanno. L'esaminatore fu prima
stanco d'interrogare, che la sventurata di mentire: e, sentendo quelle risposte
sempre conformi, e non avendo alcun motivo di dubitare della loro schiettezza,
mutò finalmente linguaggio; si rallegrò con lei, le chiese, in certo modo,
scusa d'aver tardato tanto a far questo suo dovere; aggiunse ciò che credeva
più atto a confermarla nel buon proposito; e si licenziò.
Attraversando
le sale per uscire, s'abbatté nel principe, il quale pareva che passasse di là
a caso; e con lui pure si congratulò delle buone disposizioni in cui aveva
trovata la sua figliuola. Il principe era stato fino allora in una sospensione
molto penosa: a quella notizia, respirò, e dimenticando la sua gravità
consueta, andò quasi di corsa da Gertrude, la ricolmò di lodi, di carezze e di
promesse, con un giubilo cordiale, con una tenerezza in gran parte sincera:
così fatto è questo guazzabuglio del cuore umano.
Noi non
seguiremo Gertrude in quel giro continuato di spettacoli e di divertimenti. E
neppure descriveremo, in particolare e per ordine, i sentimenti dell'animo suo
in tutto quel tempo: sarebbe una storia di dolori e di fluttuazioni, troppo
monotona, e troppo somigliante alle cose già dette. L'amenità de' luoghi, la
varietà degli oggetti, quello svago che pur trovava nello scorrere in qua e in
là all'aria aperta, le rendevan più odiosa l'idea del luogo dove alla fine si
smonterebbe per l'ultima volta, per sempre. Più pungenti ancora eran
l'impressioni che riceveva nelle conversazioni e nelle feste. La vista delle
spose alle quali si dava questo titolo nel senso più ovvio e più usitato, le
cagionava un'invidia, un rodimento intollerabile; e talvolta l'aspetto di
qualche altro personaggio le faceva parere che, nel sentirsi dare quel titolo,
dovesse trovarsi il colmo d'ogni felicità. Talvolta la pompa de' palazzi, lo
splendore degli addobbi, il brulichìo e il fracasso giulivo delle feste, le
comunicavano un'ebbrezza, un ardor tale di viver lieto, che prometteva a se
stessa di disdirsi, di soffrir tutto, piuttosto che tornare all'ombra fredda e
morta del chiostro. Ma tutte quelle risoluzioni sfumavano alla considerazione
più riposata delle difficoltà, al solo fissar gli occhi in viso al principe.
Talvolta anche, il pensiero di dover abbandonare per sempre que' godimenti,
gliene rendeva arnaro e penoso quel piccol saggio; come l'infermo assetato
guarda con rabbia, e quasi rispinge con dispetto il cucchiaio d'acqua che il
medico gli concede a fatica. Intanto il vicario delle monache ebbe rilasciata
l'attestazione necessaria, e venne la licenza di tenere il capitolo per
l'accettazione di Gertrude. Il capitolo si tenne; concorsero, com'era da
aspettarsi, i due terzi de' voti segreti ch'eran richiesti da' regolamenti; e
Gertrude fu accettata. Lei medesima, stanca di quel lungo strazio, chiese
allora d'entrar più presto che fosse possibile, nel monastero. Non c'era
sicuramente chi volesse frenare una tale impazienza. Fu dunque fatta la sua
volontà; e, condotta pomposamente al monastero, vestì l'abito. Dopo dodici mesi
di noviziato, pieni di pentimenti e di ripentimenti, si trovò al momento della
professione, al momento cioè in cui conveniva, o dire un no più strano, più
inaspettato, più scandaloso che mai, o ripetere un sì tante volte detto; lo
ripeté, e fu monaca per sempre.
È una
delle facoltà singolari e incomunicabili della religione cristiana, il poter
indirizzare e consolare chiunque, in qualsivoglia congiuntura, a qualsivoglia
termine, ricorra ad essa. Se al passato c'è rimedio, essa lo prescrive, lo
somministra, dà lume e vigore per metterlo in opera, a qualunque costo; se non
c'è, essa dà il modo di far realmente e in effetto, ciò che si dice in
proverbio, di necessita virtù. Insegna a continuare con sapienza ciò ch'è stato
intrapreso per leggerezza; piega l'animo ad abbracciar con propensione ciò che
è stato imposto dalla prepotenza, e dà a una scelta che fu temeraria, ma che è
irrevocabile, tutta la santità, tutta la saviezza, diciamolo pur francamente,
tutte le gioie della vocazione. È una strada così fatta che, da qualunque
laberinto, da qualunque precipizio, l'uomo capiti ad essa, e vi faccia un
passo, può d'allora in poi camminare con sicurezza e di buona voglia, e arrivar
lietamente a un lieto fine. Con questo mezzo, Gertrude avrebbe potuto essere
una monaca santa e contenta, comunque lo fosse divenuta. Ma l'infelice si
dibatteva in vece sotto il giogo, e così ne sentiva più forte il peso e le
scosse. Un rammarico incessante della libertà perduta, l'abborrimento dello
stato presente, un vagar faticoso dietro a desidèri che non sarebbero mai
soddisfatti, tali erano le principali occupazioni dell'animo suo. Rimasticava
quell'amaro passato, ricomponeva nella memoria tutte le circostanze per le
quali si trovava lì; e disfaceva mille volte inutilmente col pensiero ciò che
aveva fatto con l'opera; accusava sé di dappocaggine, altri di tirannia e di
perfidia; e si rodeva. Idolatrava insieme e piangeva la sua bellezza, deplorava
una gioventù destinata a struggersi in un lento martirio, e invidiava, in certi
momenti, qualunque donna, in qualunque condizione, con qualunque coscienza,
potesse liberamente godersi nel mondo que' doni.
La
vista di quelle monache che avevan tenuto di mano a tirarla là dentro, le era
odiosa. Si ricordava l'arti e i raggiri che avevan messi in opera, e le pagava
con tante sgarbatezze, con tanti dispetti, e anche con aperti rinfacciamenti. A
quelle conveniva le più volte mandar giù e tacere: perché il principe aveva ben
voluto tiranneggiar la figlia quanto era necessario per ispingerla al chiostro;
ma ottenuto l'intento, non avrebbe così facilmente sofferto che altri
pretendesse d'aver ragione contro il suo sangue: e ogni po' di rumore che
avesser fatto, poteva esser cagione di far loro perdere quella gran protezione,
o cambiar per avventura il protettore in nemico. Pare che Gertrude avrebbe
dovuto sentire una certa propensione per l'altre suore, che non avevano avuto
parte in quegl'intrighi, e che, senza averla desiderata per compagna, l'amavano
come tale; e pie, occupate e ilari, le mostravano col loro esempio come anche
là dentro si potesse non solo vivere, ma starci bene. Ma queste pure le erano
odiose, per un altro verso. La loro aria di pietà e di contentezza le riusciva
come un rimprovero della sua inquietudine, e della sua condotta bisbetica; e non
lasciava sfuggire occasione di deriderle dietro le spalle, come pinzochere, o
di morderle come ipocrite. Forse sarebbe stata meno avversa ad esse, se avesse
saputo o indovinato che le poche palle nere, trovate nel bossolo che decise
della sua accettazione, c'erano appunto state messe da quelle.
Qualche
consolazione le pareva talvolta di trovar nel comandare, nell'esser corteggiata
in monastero, nel ricever visite di complimento da persone di fuori, nello
spuntar qualche impegno, nello spendere la sua protezione, nel sentirsi chiamar
la signora; ma quali consolazioni! Il cuore, trovandosene così poco appagato,
avrebbe voluto di quando in quando aggiungervi, e goder con esse le
consolazioni della religione; ma queste non vengono se non a chi trascura
quell'altre: come il naufrago, se vuole afferrar la tavola che può condurlo in
salvo sulla riva, deve pure allargare il pugno, e abbandonar l'alghe, che aveva
prese, per una rabbia d'istinto.
Poco
dopo la professione, Gertrude era stata fatta maestra dell'educande; ora
pensate come dovevano stare quelle giovinette, sotto una tal disciplina. Le sue
antiche confidenti eran tutte uscite; ma lei serbava vive tutte le passioni di
quel tempo; e, in un modo o in un altro, l'allieve dovevan portarne il peso.
Quando le veniva in mente che molte di loro eran destinate a vivere in quel
mondo dal quale essa era esclusa per sempre, provava contro quelle poverine un
astio, un desiderio quasi di vendetta; e le teneva sotto, le bistrattava,
faceva loro scontare anticipatamente i piaceri che avrebber goduti un giorno.
Chi avesse sentito, in que' momenti, con che sdegno magistrale le gridava, per
ogni piccola scappatella, l'avrebbe creduta una donna d'una spiritualità
salvatica e indiscreta. In altri momenti, lo stesso orrore per il chiostro, per
la regola, per l'ubbidienza, scoppiava in accessi d'umore tutto opposto.
Allora, non solo sopportava la svagatezza clamorosa delle sue allieve, ma
l'eccitava; si mischiava ne' loro giochi, e li rendeva più sregolati; entrava a
parte de' loro discorsi, e li spingeva più in là dell'intenzioni con le quali
esse gli avevano incominciati. Se qualcheduna diceva una parola sul cicalìo
della madre badessa, la maestra lo imitava lungamente, e ne faceva una scena di
commedia; contraffaceva il volto d'una monaca, l'andatura d'un'altra: rideva
allora sgangheratamente; ma eran risa che non la lasciavano più allegra di
prima. Così era vissuta alcuni anni, non avendo comodo, né occasione di far di
più; quando la sua disgrazia volle che un'occasione si presentasse.
Tra
l'altre distinzioni e privilegi che le erano stati concessi, per compensarla di
non poter esser badessa, c'era anche quello di stare in un quartiere a parte.
Quel lato del monastero era contiguo a una casa abitata da un giovine,
scellerato di professione, uno de' tanti, che, in que' tempi, e co' loro
sgherri, e con l'alleanze d'altri scellerati, potevano, fino a un certo segno,
ridersi della forza pubblica e delle leggi. Il nostro manoscritto lo nomina
Egidio, senza parlar del casato. Costui, da una sua finestrina che dominava un
cortiletto di quel quartiere, avendo veduta Gertrude qualche volta passare o
girandolar lì, per ozio, allettato anzi che atterrito dai pericoli e
dall'empietà dell'impresa, un giorno osò rivolgerle il discorso. La sventurata
rispose.
In que'
primi momenti, provò una contentezza, non schietta al certo, ma viva. Nel vòto
uggioso dell'animo suo s'era venuta a infondere un'occupazione forte, continua
e, direi quasi, una vita potente; ma quella contentezza era simile alla bevanda
ristorativa che la crudeltà ingegnosa degli antichi mesceva al condannato, per
dargli forza a sostenere i tormenti. Si videro, nello stesso tempo, di gran
novità in tutta la sua condotta: divenne, tutt'a un tratto, più regolare, più
tranquilla, smesse gli scherni e il brontolìo, si mostrò anzi carezzevole e
manierosa, dimodoché le suore si rallegravano a vicenda del cambiamento felice;
lontane com'erano dall'immaginarne il vero motivo, e dal comprendere che quella
nuova virtù non era altro che ipocrisia aggiunta all'antiche magagne.
Quell'apparenza però, quella, per dir così, imbiancatura esteriore, non durò
gran tempo, almeno con quella continuità e uguaglianza: ben presto tornarono in
campo i soliti dispetti e i soliti capricci, tornarono a farsi sentire l'imprecazioni
e gli scherni contro la prigione claustrale, e talvolta espressi in un
linguaggio insolito in quel luogo, e anche in quella bocca. Però, ad ognuna di
queste scappate veniva dietro un pentimento, una gran cura di farle
dimenticare, a forza di moine e buone parole. Le suore sopportavano alla meglio
tutti questi alt'e bassi, e gli attribuivano all'indole bisbetica e leggiera
della signora.
Per
qualche tempo, non parve che nessuna pensasse più in là; ma un giorno che la
signora, venuta a parole con una conversa, per non so che pettegolezzo, si
lasciò andare a maltrattarla fuor di modo, e non la finiva più, la conversa,
dopo aver sofferto, ed essersi morse le labbra un pezzo, scappatale finalmente
la pazienza, buttò là una parola, che lei sapeva qualche cosa, e, che, a tempo
e luogo, avrebbe parlato. Da quel momento in poi, la signora non ebbe più pace.
Non passò però molto tempo, che la conversa fu aspettata in vano, una mattina,
a' suoi ufizi consueti: si va a veder nella sua cella, e non si trova: è
chiamata ad alta voce; non risponde: cerca di qua, cerca di là, gira e rigira,
dalla cima al fondo; non c'è in nessun luogo. E chi sa quali congetture si
sarebber fatte, se, appunto nel cercare, non si fosse scoperto una buca nel
muro dell'orto; la qual cosa fece pensare a tutte, che fosse sfrattata di là.
Si fecero gran ricerche in Monza e ne' contorni, e principalmente a Meda, di
dov'era quella conversa; si scrisse in varie parti: non se n'ebbe mai la più
piccola notizia. Forse se ne sarebbe potuto saper di più, se, in vece di cercar
lontano, si fosse scavato vicino. Dopo molte maraviglie, perché nessuno
l'avrebbe creduta capace di ciò, e dopo molti discorsi, si concluse che doveva
essere andata lontano, lontano. E perché scappò detto a una suora: - s'è
rifugiata in Olanda di sicuro, - si disse subito, e si ritenne per un pezzo,
nel monastero e fuori, che si fosse rifugiata in Olanda. Non pare però che la
signora fosse di questo parere. Non già che mostrasse di non credere, o
combattesse l'opinion comune, con sue ragioni particolari: se ne aveva, certo,
ragioni non furono mai così ben dissimulate; né c'era cosa da cui s'astenesse
più volentieri che da rimestar quella storia, cosa di cui si curasse meno che
di toccare il fondo di quel mistero. Ma quanto meno ne parlava, tanto più ci
pensava. Quante volte al giorno l'immagine di quella donna veniva a cacciarsi
d'improvviso nella sua mente, e si piantava lì, e non voleva moversi! Quante
volte avrebbe desiderato di vedersela dinanzi viva e reale, piuttosto che
averla sempre fissa nel pensiero, piuttosto che dover trovarsi, giorno e notte,
in compagnia di quella forma vana, terribile, impassibile! Quante volte avrebbe
voluto sentir davvero la voce di colei, qualunque cosa avesse potuto
minacciare, piuttosto che aver sempre nell'intimo dell'orecchio mentale il
susurro fantastico di quella stessa voce, e sentirne parole ripetute con una
pertinacia, con un'insistenza infaticabile, che nessuna persona vivente non
ebbe mai!
Era
scorso circa un anno dopo quel fatto, quando Lucia fu presentata alla signora,
ed ebbe con lei quel colloquio al quale siam rimasti col racconto. La signora
moltiplicava le domande intorno alla persecuzione di don Rodrigo, e entrava in
certi particolari, con una intrepidezza, che riuscì e doveva riuscire più che
nuova a Lucia, la quale non aveva mai pensato che la curiosità delle monache
potesse esercitarsi intorno a simili argomenti. I giudizi poi che quella
frammischiava all'interrogazioni, o che lasciava trasparire, non eran meno
strani. Pareva quasi che ridesse del gran ribrezzo che Lucia aveva sempre avuto
di quel signore, e domandava se era un mostro, da far tanta paura: pareva quasi
che avrebbe trovato irragionevole e sciocca la ritrosia della giovine, se non
avesse avuto per ragione la preferenza data a Renzo. E su questo pure
s'avanzava a domande, che facevano stupire e arrossire l'interrogata.
Avvedendosi poi d'aver troppo lasciata correr la lingua dietro agli svagamenti
del cervello, cercò di correggere e d'interpretare in meglio quelle sue ciarle;
ma non poté fare che a Lucia non ne rimanesse uno stupore dispiacevole, e come
un confuso spavento. E appena poté trovarsi sola con la madre, se n'aprì con
lei; ma Agnese, come più esperta, sciolse, con poche parole, tutti que' dubbi,
e spiegò tutto il mistero. - Non te ne far maraviglia, - disse: - quando avrai
conosciuto il mondo quanto me, vedrai che non son cose da farsene maraviglia. I
signori, chi più, chi meno, chi per un verso, chi per un altro, han tutti un
po' del matto. Convien lasciarli dire, principalmente quando s'ha bisogno di
loro; far vista d'ascoltarli sul serio, come se dicessero delle cose giuste.
Hai sentito come m'ha dato sulla voce, come se avessi detto qualche gran
sproposito? Io non me ne son fatta caso punto. Son tutti così. E con tutto ciò,
sia ringraziato il cielo, che pare che questa signora t'abbia preso a ben
volere, e voglia proteggerci davvero. Del resto, se camperai, figliuola mia, e
se t'accaderà ancora d'aver che fare con de' signori, ne sentirai, ne sentirai,
ne sentirai.
Il
desiderio d'obbligare il padre guardiano, la compiacenza di proteggere, il
pensiero del buon concetto che poteva fruttare la protezione impiegata così
santamente, una certa inclinazione per Lucia, e anche un certo sollievo nel far
del bene a una creatura innocente, nel soccorrere e consolare oppressi, avevan
realmente disposta la signora a prendersi a petto la sorte delle due povere
fuggitive. A sua richiesta, e a suo riguardo, furono alloggiate nel quartiere
della fattoressa attiguo al chiostro, e trattate come se fossero addette al
servizio del monastero. La madre e la figlia si rallegravano insieme d'aver
trovato così presto un asilo sicuro e onorato. Avrebber anche avuto molto
piacere di rimanervi ignorate da ogni persona; ma la cosa non era facile in un
monastero: tanto più che c'era un uomo troppo premuroso d'aver notizie d'una di
loro, e nell'animo del quale, alla passione e alla picca di prima s'era
aggiunta anche la stizza d'essere stato prevenuto e deluso. E noi, lasciando le
donne nel loro ricovero, torneremo al palazzotto di costui, nell'ora in cui
stava attendendo l'esito della sua scellerata spedizione.
Come un
branco di segugi, dopo aver inseguita invano una lepre, tornano mortificati
verso il padrone, co' musi bassi, e con le code ciondoloni, così, in quella
scompigliata notte, tornavano i bravi al palazzotto di don Rodrigo. Egli
camminava innanzi e indietro, al buio, per una stanzaccia disabitata
dell'ultimo piano, che rispondeva sulla spianata. Ogni tanto si fermava,
tendeva l'orecchio, guardava dalle fessure dell'imposte intarlate, pieno
d'impazienza e non privo d'inquietudine, non solo per l'incertezza della
riuscita, ma anche per le conseguenze possibili; perché era la più grossa e la
più arrischiata a cui il brav'uomo avesse ancor messo mano. S'andava però
rassicurando col pensiero delle precauzioni prese per distrugger gl'indizi, se
non i sospetti. "In quanto ai sospetti", pensava, "me ne rido.
Vorrei un po' sapere chi sarà quel voglioso che venga quassù a veder se c'è o
non c'è una ragazza. Venga, venga quel tanghero, che sarà ben ricevuto. Venga
il frate, venga. La vecchia? Vada a Bergamo la vecchia. La giustizia? Poh la
giustizia! Il podestà non è un ragazzo, né un matto. E a Milano? Chi si cura di
costoro a Milano? Chi gli darebbe retta? Chi sa che ci siano? Son come gente
perduta sulla terra; non hanno né anche un padrone: gente di nessuno. Via, via,
niente paura. Come rimarrà Attilio, domattina! Vedrà, vedrà s'io fo ciarle o
fatti. E poi... se mai nascesse qualche imbroglio... che so io? qualche nemico
che volesse cogliere quest'occasione,... anche Attilio saprà consigliarmi: c'è
impegnato l'onore di tutto il parentado". Ma il pensiero sul quale si
fermava di più, perché in esso trovava insieme un acquietamento de' dubbi, e un
pascolo alla passion principale, era il pensiero delle lusinghe, delle promesse
che adoprerebbe per abbonire Lucia. "Avrà tanta paura di trovarsi qui
sola, in mezzo a costoro, a queste facce, che... il viso più umano qui son io,
per bacco... che dovrà ricorrere a me, toccherà a lei a pregare; e se
prega".
Mentre
fa questi bei conti, sente un calpestìo, va alla finestra, apre un poco, fa
capolino; son loro. "E la bussola? Diavolo! dov'è la bussola? Tre, cinque,
otto: ci son tutti; c'è anche il Griso; la bussola non c'è: diavolo! diavolo!
il Griso me ne renderà conto".
Entrati
che furono, il Griso posò in un angolo d'una stanza terrena il suo bordone,
posò il cappellaccio e il sanrocchino, e, come richiedeva la sua carica, che in
quel momento nessuno gl'invidiava, salì a render quel conto a don Rodrigo.
Questo l'aspettava in cima alla scala; e vistolo apparire con quella goffa e
sguaiata presenza del birbone deluso, - ebbene, - gli disse, o gli gridò: -
signore spaccone, signor capitano, signor lascifareame?
- L'è
dura, - rispose il Griso, restando con un piede sul primo scalino, - l'è dura
di ricever de' rimproveri, dopo aver lavorato fedelmente, e cercato di fare il
proprio dovere, e arrischiata anche la pelle.
- Com'è
andata? Sentiremo, sentiremo, - disse don Rodrigo, e s'avviò verso la sua
camera, dove il Griso lo seguì, e fece subito la relazione di ciò che aveva
disposto, fatto, veduto e non veduto, sentito, temuto, riparato; e la fece con
quell'ordine e con quella confusione, con quella dubbiezza e con quello
sbalordimento, che dovevano per forza regnare insieme nelle sue idee.
- Tu
non hai torto, e ti sei portato bene, - disse don Rodrigo: - hai fatto quello
che si poteva; ma... ma, che sotto questo tetto ci fosse una spia! Se c'è, se
lo arrivo a scoprire, e lo scopriremo se c'è, te l'accomodo io; ti so dir io,
Griso, che lo concio per il dì delle feste.
- Anche
a me, signore, - disse il Griso, - è passato per la mente un tal sospetto: e se
fosse vero, se si venisse a scoprire un birbone di questa sorte, il signor
padrone lo deve metter nelle mie mani. Uno che si fosse preso il divertimento
di farmi passare una notte come questa! toccherebbe a me a pagarlo. Però, da
varie cose m'è parso di poter rilevare che ci dev'essere qualche altro intrigo,
che per ora non si può capire. Domani, signore, domani se ne verrà in chiaro.
- Non
siete stati riconosciuti almeno?
Il
Griso rispose che sperava di no; e la conclusione del discorso fu che don
Rodrigo gli ordinò, per il giorno dopo, tre cose che colui avrebbe sapute ben
pensare anche da sé. Spedire la mattina presto due uomini a fare al console
quella tale intimazione, che fu poi fatta, come abbiam veduto; due altri al
casolare a far la ronda, per tenerne lontano ogni ozioso che vi capitasse, e
sottrarre a ogni sguardo la bussola fino alla notte prossima, in cui si
manderebbe a prenderla; giacché per allora non conveniva fare altri movimenti
da dar sospetto; andar poi lui, e mandare anche altri, de' più disinvolti e di
buona testa, a mescolarsi con la gente, per scovar qualcosa intorno
all'imbroglio di quella notte. Dati tali ordini, don Rodrigo se n'andò a
dormire, e ci lasciò andare anche il Griso, congedandolo con molte lodi, dalle
quali traspariva evidentemente l'intenzione di risarcirlo degl'improperi
precipitati coi quali lo aveva accolto.
Va a
dormire, povero Griso, che tu ne devi aver bisogno. Povero Griso! In faccende
tutto il giorno, in faccende mezza la notte, senza contare il pericolo di cader
sotto l'unghie de' villani, o di buscarti una taglia per rapto di donna
honesta, per giunta di quelle che hai già addosso; e poi esser ricevuto in
quella maniera! Ma! così pagano spesso gli uomini. Tu hai però potuto vedere,
in questa circostanza, che qualche volta la giustizia, se non arriva alla
prima, arriva, o presto o tardi anche in questo mondo. Va a dormire per ora:
che un giorno avrai forse a somministrarcene un'altra prova, e più notabile di
questa.
La
mattina seguente, il Griso era fuori di nuovo in faccende, quando don Rodrigo
s'alzò. Questo cercò subito del conte Attilio, il quale, vedendolo spuntare,
fece un viso e un atto canzonatorio, e gli gridò: - san Martino!
- Non
so cosa vi dire, - rispose don Rodrigo, arrivandogli accanto: - pagherò la
scommessa; ma non è questo quel che più mi scotta. Non v'avevo detto nulla,
perche, lo confesso, pensavo di farvi rimanere stamattina. Ma... basta, ora vi
racconterò tutto.
- Ci ha
messo uno zampino quel frate in quest'affare, - disse il cugino, dopo aver
sentito tutto, con più serietà che non si sarebbe aspettato da un cervello così
balzano. - Quel frate, - continuò, - con quel suo fare di gatta morta, e con
quelle sue proposizioni sciocche, io l'ho per un dirittone, e per un
impiccione. E voi non vi siete fidato di me, non m'avete mai detto chiaro cosa
sia venuto qui a impastocchiarvi l'altro giorno -. Don Rodrigo riferì il
dialogo. - E voi avete avuto tanta sofferenza? - esclamò il conte Attilio: - e
l'avete lasciato andare com'era venuto?
- Che
volevate ch'io mi tirassi addosso tutti i cappuccini d'Italia?
- Non
so, - disse il conte Attilio, - se, in quel momento, mi sarei ricordato che ci
fossero al mondo altri cappuccini che quel temerario birbante; ma via, anche
nelle regole della prudenza, manca la maniera di prendersi soddisfazione anche
d'un cappuccino? Bisogna saper raddoppiare a tempo le gentilezze a tutto il
corpo, e allora si può impunemente dare un carico di bastonate a un membro.
Basta; ha scansato la punizione che gli stava più bene; ma lo prendo io sotto
la mia protezione, e voglio aver la consolazione d'insegnargli come si parla
co' pari nostri.
- Non
mi fate peggio.
-
Fidatevi una volta, che vi servirò da parente e da amico.
- Cosa
pensate di fare?
- Non lo so ancora; ma lo servirò io di sicuro il frate.